GLENN HUGHES + LIZARDS
18 Marzo 2005
Transilvania Live
Milano


Quando ho saputo che il vecchio Glenn sarebbe passato da queste parti per una serie di concerti, ho pensato che non me lo sarei perso per nulla al mondo. Chiunque abbia seguito la carriera di quest'uomo, ormai pi che trentennale, sa che sentire la sua splendida voce dal vivo un'esperienza da fare almeno una volta nella vita. Io avevo gi avuto modo di vedere Mr. Hughes all'opera durante il tour con gli HTP, ed ero rimasto davvero folgorato dalla bravura e dalla carica dell'ex Deep Purple, tanto da far letteralmente scomparire il suo illustre compagno Joe Lynn Turner.
Arrivo al Transilvania Live giusto in tempo per assistere allo show dei Lizards, la band in cui milita un'altra vecchia conoscenza di ogni hard rock fan: Bobby Rondinelli, che pu vantare un curriculum da fare invidia, viste le sue passate esperienze in band del calibro di Black Sabbath, Rainbow e Blue Öyster Cult. Non appena la band si presenta sul palco mi viene il dubbio di essere stato catapultato negli anni '70, dato che, oltre all'enorme Rondinelli e al cantante Mike Dimeo, si presentano sul palco due figuri assolutamente anacronistici. Il chitarrista, Patrick Kline, sembra essere una versione pi giovane di Jon Anderson degli Yes, vestito con una improbabile camicia rosa a sbuffo, mentre il bassista Randy Pratt identico a Massimo Ceccherini vestito e pettinato come Geddy Lee negli anni '70. Grandi!
La musica del quartetto, ovviamente, pesca a piene mani dalla tradizione hard rock con forti influenze blues: il risultato ottimo. Il pubblico reagisce bene e l'atmosfera inizia a scaldarsi al punto giusto. Il set dei Lizards piuttosto lungo, quasi quanto quello di Glenn, e lascia spazio a diverse divagazioni strumentali con Patrick Kline a dimenarsi come un pazzo, accompagnato da Dimeo alle tastiere; c' perfino spazio per un ottimo assolo di Rondinelli con tanto di rullata a una mano.
Dopo il bello show dei Lizards il momento di Glenn che, dopo un rapido cambio palco, entra in scena armato di basso e accompagnato dal fido JJ Marsh alla chitarra, Kjell Haraldsson alle tastiere e il giovane Thomas Broman alla batteria.
L'apertura del concerto affidata a "Soul Mover", title-track del suo ultimo lavoro, che si rivela un'ottima scelta vista la carica ed il groove sprigionati dalla band. Glenn inizia subito a dondolarsi con fare scimmiesco, a fare boccacce, cammina tenendo il basso in verticale e, soprattutto, tira fuori la sua splendida voce!
Senza indugio si continua con la bellissima "Orion", anche questa tratta dal nuovo album, che affascina per i suoi ritmi e per la particolare interpretazione vocale. Il brano ottimo ma, ogni tanto, si sente qualche imprecisione di Glenn che probabilmente non al massimo della forma. Niente di grave, comunque, visto che scompariranno del tutto non appena la sua ugola si sar adeguatamente riscaldata.
La successiva "Land Of The Livin' (Wonderland)" ci fa capire che Glenn crede molto nella sua ultima fatica, tanto da puntare parecchio sul nuovo materiale (il che comunque un pregio, piuttosto che adagiarsi e vivere di rendita coi vecchi classici...). Ok, lo ammetto, razionalmente cos, ma quando sento iniziare "Mistreated" confesso di aver pensato "Ohh, era ora!!". Che volete farci? Il fan dei Purple che in me scalpita e naturalmente non sono il solo, visto che il locale esplode in urla di giubilo. JJ Marsh decide di non rischiare e segue in maniera fedele le partiture blackmoriane, senza sfigurare ma nemmeno senza osare. Glenn canta davvero bene e trascina il pubblico. Il finale, come di consueto, affidato ai vocalizzi di Mr Hughes, accompagnato dal solo Haraldsson alle tastiere: la sua voce suadente e potente, affascina, sale, poi scende, fa una piroetta... e, soprattutto, tira fuori l'anima di Glenn. Io adoro quando fa cos.
Lo show continua con "Can't Stop The Flood", tratta da "Building The Machine", un brano davvero ottimo che si rivela essere uno dei punti pi alti della serata. Intanto Glenn scherza, ringrazia e intrattiene il pubblico con dei divertenti siparietti: si messo a cantare "Nel Blu Dipinto Di Blu", ogni tanto e senza alcun motivo apparente diceva 'stuzzicadenti' in italiano (!?!); ci ha spiegato che portare pantaloni attillati pu avere dei risvolti negativi e di non preoccuparci se per caso i suoi attributi fossero sbucati fuori all'improvviso; si appiccicato il plettro in testa per poi andare in giro a chiedere se qualcuno l'avesse visto... insomma, un pazzo!
Ancora un altro paio di brani da "Soul Mover" ("High Road" e "Let It Go") e poi un tuffo nel passato remoto di Glenn, andando a pescare nel periodo Trapeze la bellissima "Medusa". Un brano immenso scritto, stando alle parole di Glenn, a diciassette anni "sul tavolo della cucina di mia madre". Splendida: un altro picco della serata.
E' la volta di "Don't Let Me Bleed", brano dell'ultimo disco che, come dice lo stesso Hughes, parla delle pene d'amore: "So che tutti i presenti in sala hanno sofferto per amore!" ci apostrofa, atteggiandosi a vecchio confidente pronto a darci il suo consiglio. Un mito.
La serata si conclude con "Wherever You Go" e la band ci saluta, in attesa dei bis, ringraziandoci della bella accoglienza. Dopo pochi minuti si riparte con il gran finale, dove viene ripescata la vera chicca della serata: "Seventh Star", tratta dall'omonimo lavoro dei Black Sabbath, ed subito il delirio. Il pubblico gasatissimo canta a squarciagola, ma con il pezzo successivo che succede davvero il finimondo: JJ Marsh, infatti, attacca con uno dei riff pi belli della storia. Si tratta ovviamente di "Burn", che va a concludere definitivamente la serata. Un pezzo del genere non pu che essere bellissimo anche se il gruppo, ovviamente, non all'altezza dei Deep Purple: Haraldsson, in particolare, si rivela piuttosto insulso nelle parti soliste di Lord e si limita a svolgere il suo compitino, praticamente sovrastato dagli altri strumenti. Marsh, ancora una volta, non si sbizzarrisce e rimane abbastanza fedele al 'Man In Black' e Thomas Broman non arriva certo ad avere il tocco magico di Paice... ma chi se ne frega! Cantiamo tutti fino a sgolarci e salutiamo cos il vecchio Glenn che ci ha regalato un concerto davvero ottimo, con giusto qualche pecca qua e l (ogni tanto 'The Voice of Rock' esagera un po' con gli acuti gratuiti) ma pieno di feeling e voglia di divertirsi.
C' altro da aggiungere?
Ah, s.
Stuzzicadenti.
(Danny Boodman)