GODS OF METAL
12 Giugno 2005
Arena Parco Nord
Bologna


Come ogni anno la calata degli "Dei Metallici" è un grande richiamo per il popolo del metal. Vietato tirarsi indietro ed ostentare, viste le band che si sono esibite nei due giorni all'Arena Parco Nord di Bologna. Il primo giorno, Iron Maiden e Slayer sono appetitosi, certamente, ma il sottoscritto ne ha già fatto abbondantemente indigestione, quindi senza indugiare mi sono buttato a capofitto per la scelta del secondo giorno. Accompagnato da fidi amici, compagni di gruppo e bevute, ci rechiamo in quel di Bologna. La giornata fortunatamente risulterà essere poco assolata e la calura verrà spesso domata, nell'arco della giornata, da un venticello fresco e mai fastidioso.
Arriviamo che gli Extrema, band milanese, stanno già suonando. Sarà proprio dall'ultimo lavoro che la band attingerà la maggior parte delle canzoni, senza però tralasciare i cavalli di battaglia: "Money Talks" su tutti. Il "Gods" è anche il momento per la band di presentare il nuovo entrato in famiglia, il batterista (non ricordo come si chiama), che sostituirà definitivamente Cris Dalla Pellegrina, passato ai Negrita, per soldi e per amore (?) di sonorità più soft. Lo show dei nostrani Extrema scorre veloce, tra applausi e incitazioni di pochi ma buoni fan. Unico neo, i suoni un po' troppo impastati, da non permettere di capire se il pezzo nuovo presentato nella mattinata ha le carte in regola e potrà rilanciarli nel panorama metal odierno. Peccato.
Dagli Extrema si passa, dopo uno spiacevole inconveniente del sottoscritto (la perdita dei miei fantastici occhiali da sole... senza nemmeno pogare!!!), agli Hammerfall. La bellezza dell'Arena Parco Nord sta nel fatto che questa è circondata da una fantastica collinnetta adatta ad un buon pic-nic metallico. Quindi con il panino da una parte, l'asciugamano stile spiaggia sotto il culo, un cannocchiale per sbirciare ancor meglio e da più vicino la band, mi godo lo spettacolo degli Hammerfall. Per il sottoscritto la band è la vera delusione della giornata; sembra triste e scazzata, sarà l'orario (poco più tardi di mezzogiorno) o ancora una volta i suoni non eccezionali, ma lo show, seppur supportato con ardore da molti fan, non riesce a farmi muovere per avvicinarmi al palco. Le canzoni sono il solito minestrone di riff orecchiabili con tanto di cori a squarciagola. Se sugli album la band mi piace, dal vivo non riesco ad apprezzarli più del dovuto. De gustibus non disputandum est!
Terminata l'esibizione degli svedesi è arrivato il momento che aspettavo da quando ho comprato il biglietto: i Black Label Society di Zakk Wylde. Il palco, da scarno e nudo, muta; vengono portati almeno 15 Marshall, finti, per creare il muro di amplificatori tanto di moda tra le band americane. La batteria è posta su di un piedistallo, e le chitarre multiformi e dai colori sgargianti di Zakk si intravvedono lateralmente. Le urla: "Zakk-Zakk" del pubblico iniziano subito dopo la fine dell'esibizione degli Hammerfall, e questa la dice lunga sull'indice di gradimento del barbuto chitarrista di Ozzy. Puntuali come un orologio ad un quarto alle due, l'intro (fatto dal tema musicale del Padrino, ricordo che il nuovo album si chiama "Mafia"!!) riecheggia nell'aria bolognese. Zakk ci appare in tutta la sua grandezza fisica, e in breve si lancia in un assolo, grugnisce, sputa birra e fa tutto quello che gli riesce meglio, con la chitarra e con la sua voce sempre più Ozzy-Style. Lo show potrebbe essere più lungo, oppure la scaletta dovrebbe essere riveduta, visto che l'esibizione è solo di 45 minuti. Tre pezzi strumentali (ma erano jam?), un paio di assoli del biondo chitarrista in fade in e out, molto lunghi, e sette canzoni (mi sembra di aver contato bene!) non sono il massimo della vita, soprattutto se i bassi, troppo cupi, di chitarre e basso stesso, tendono a farci esplodere la cassa toracica e rovinare il sound della band. Comunque l'esibizione mi è piaciuta e il collo me lo sono fatto ondeggiare più di una volta, anche se però resto convinto che la band si trova molto più a suo agio in locali con capienza minore, sembravano un po' tutti intimoriti!
Dopo il buon Zakk è il turno dello "Svedesone Classicheggiante". Come chi? Yngwie Malmsteen! Devo essere onesto, il chitarrista funambolico non è mai stato il mio punto di riferimento, e sentiti i commenti di molti ragazzi attorno a me e non solo, credo di non pensarla così solo io. Malmsteen è un grande della chitarra e purtroppo i suoi assoli sono lunghi, pesanti e inutili. I suoni sono buoni e le canzoni si susseguono senza troppe pause (a parte i soli!), senza farmi mai gridare al miracolo. L'attenzione si fa maggiore quando il "nostro" coverizza con la band "Burn" dei Deep Purple, per il resto niente da segnalare, a parte la spettacolare rottura della chitarra con tanto di lancio sulla folla. Che ci sarà di bello nel rompere una Fender Stratocaster... mah!
Gli Accept riuniti per l'occasione sono la mia grande incognita, visto che a parte un paio di album non ho nulla del gruppo. Mi avvicino a loro timidamente dalla mia posizione sulla collina con tanto di binocolo per osservali da vicino. Loro sono veramente vecchi, grigi e appesantiti, ma sempre con il sorriso sulle labbra e la voglia di fare, e pure bene. Sono rimasto affascinato piacevolmente da come Udo ha condotto lo show: un vero mattatore. Abbigliato con un rigoroso cappotto borchiato e occhiali da sole ha dato il meglio di sé assieme alla band. Grandiose "Balls To The Wall", "Restless And Wild" e "Metal Heart", che suonate dal vivo, ora nel 2005, hanno acquisito una grinta da spazzare via gli Hammerfall con un solo accordo, grandiosi!
Da dopo gli Accept, la giornata ha preso la strade della nostagia dei tempi che furono, prima loro, poi gli Anthrax (altra grande curiosità del sottoscritto della giornata). La band di Scott Ian e soci, riunita nella formazione di "Among The Living", mi ha veramente entusiasmato, anche per la scaletta perfetta che credo abbia messo d'accordo tutti. Gli Anthrax sul palco si sono veramente dannati tra salti, headbanging furioso, pose più o meno idiote e tanto altro. Tra "Indians", "Caught In A Mosh", "Keep It In The Family", "MadHouse", "I Am The Law", il pubblico ha sudato, cantato e saltato a ritmo indiavolato di un metal thrash groove, che ha sempre caratterizzato il sound degli Anthrax. I suoni erano perfetti, calibrati bene: cassa e basso lavoravano assieme alla grande, cosi come le due chitarre supportavano la voce di un Belladonna ritrovato, speriamo non definitivamente, poiché io preferisco sempre lo stile di Bush. Ma in fondoteniamoceli così, perché di band così vere e spontanee nè ho viste molto poche ultimamente.
Per i Megadeth, i co-headliner della giornata, c'è da fare un discorso a parte. Forse già chiamarli Megadeth diventa impegnativo, infatti è troppo strano vedere Mustaine con tre perfetti sconosciuti suonare le canzoni di una delle mie band thrash preferite degli anni novanta. Lo spettacolo è senza sbavature e le canzoni hanno un tiro più che buono. I vecchi cavalli di battaglia si alternano alle ultime composizioni, così tra una "She-Wolf" ed una "In My Darkest Hour", si insinua "Die Dead Enough" e così via. La massa sembra preferire di gran lunga le vecchie composizioni (come biasimarli), e per questo i boati con "Hangar 18", suonata alla velocità della luce, o la conclusiva "Holy Wars", sono più che meritati. Il buon Mustaine è stato più che chiaro all'inizio dello show: "parlerò poco perché voglio suonarvi molti pezzi dei Megadeth". Così è stato e il vecchio Dave è stato fottutamente di parola, regalandoci pure la stupenda "Symphony Of Destruction". Peccato che l'egocentria sia una brutta bestia, che molte volte ci lascia soli: i Megadeth (o MegaDave) ne sono l'esempio più lampante!
Ormai è quasi buio, e francamente se qualcuno l'anno scorso mi avesse detto "tu vedrai i Mötley Crüe" gli avrei riso in faccia! Dopo tutti i litigi, gli scazzi, i progetti paralleli, chi l'avrebbe mai detto che la band più oltraggiosa della storia si riunisse e venisse addirittura in Italia? Mai dire mai, la storia musicale ce lo insegna. Il palco oramai è solo loro, e viene addobbato a circo, poiché lo show vuole essere una carnevalata, fatto di luci, clown, ballerine e chi più ne ha più ne metta. Un buffo nano-clown fa il suo ingresso, introducendoci nel mondo dei Crüe. Da lì a poco i quattro ritrovati irrompono sulla scena, la folla è gasata, pronta e ricettiva verso di loro, le ragazze, come tradizione insegna, scoprono le tette al richiamo di Tommy Lee armato di telecamera a metà show, per far tirare il fiato al miracolato Mars, chitarrista storico, con tanti e troppi acciacchi fisici, causati forse da una natura beffarda con lui. I classici si susseguono; da "Live Wire" si passa a "Primal Scream", passando per le varie e ritrovate "Red Hot" e "Shout At The Devil". Lo stesso Vince Neil resterà di stucco su "Home Sweet Home" intonata per tutta la prima strofa dal pubblico. "All In The Name Of" è la consacrazione che il party funziona più che bene: è tempo di ballare (o sballare!), lo so bene, poiché io ero tra le prime file che saltavo e cantavo. La folla è stesa definitivamente con "Same Ol' Situation" accoppiata a "Dr. Feelgood", che continuano a far saltare e rimbalzare corpi su corpi. I Crüe suonano per quasi due ore con un unico bis, purtroppo, "Anarchy", ma in fondo va bene così, ora è tempo di ringraziamenti e inchini da parte della band e di applausi da parte nostra.
E' quasi mezzanotte e tutto finisce, i cancelli si aprono e la gente scorre velocemente fuori dall'arena, l'indomani si lavora, e non sarà facile il risveglio, viste le quattordici ore in piedi a cantare, pogare e saltare... sempre come ai vecchi tempi, insomma...
(Hellcat)