ZON
Astral Projector

Etichetta: Epic (vinile)/Escape Music(ristampa in CD)
Anno: 1978(vinile)/2003(CD)
Durata: 40 min
Genere: prog/pomprock


Recensendo l'album dei canadesi Lightspeed "Waves", ho espresso il desiderio di parlarvi un giorno dei loro maggiori ispiratori, i connazionali Zon. Bene, il momento è venuto e l'occasione mi permette anche di mettere una pezza ad una mia grossolana svista. Infatti, notando l'incredibile somiglianza della voce del cantante dei Lightspeed con quella del singer degli Zon, avevo confrontato le due line-up e mi ero accorto che, nonostante le similitudini, in realtà i due vocalist erano diversi. Ma non mi ero accorto invece che in comune le due formazioni hanno Roddi Chappell, bassista con gli Zon degli esordi e con i Lightspeed, principale compositore delle canzoni di questi ultimi...la continuità tra i due progetti è perciò facilmente spiegabile. Ora, recitato il mea culpa, parliamo un po' di storia. Gli Zon nascono a metà degli anni '70 (forse nel 1977) a Toronto dopo il fallimento degli Act Three, precedente progetto messo in piedi dal cantante Denton Young, a causa dall'abbandono del chitarrista, un certo Rik Emmett, che di lì a poco si sarebbe unito ai Triumph. Il nome è una idea di Young, che è convinto del fatto che una parola corta come nome sia importante anche per la promozione della band, senza sapere che Zon è la traduzione di Sole in olandese. In futuro, scherzando, avrà modo di dire che la cosa permise alla band di avere molti fans in Olanda. La formazione definitiva vede insieme a Young, Brian Miller alla chitarra, Howard Helm alle tastiere e voce, Kim Hunt alla batteria e Jim Samson al basso. La band diventa in poco tempo popolare nel circuito dei bar e dei piccoli teatri studenteschi. Grazie all'interessamento della CBS arriva nel 1978 il primo album, "Astral Projector", che esce per la Epic. La casa discografica studia in modo particolare l'art work del 33 giri, realizzandolo in vinile blu con un occhio nel centro dove la pupilla coincide con il foro centrale. Anche la copertina è apribile (gatefold) e riproduce una maschera molto simile a quella utilizzata dal vivo sia da Young che da Helm, che nei concerti indossano dei veri e propri costumi di scena, a sottolineare l'aspetto teatrale della musica degli Zon. Ed è proprio il lavoro delle tastiere di Helm che dona l'impronta progressiva alle composizioni e la predisposizione ad essere interpretata nei concerti con accorgimenti e scenografie vicine alla rappresentazione teatrale. In contrapposizione, il lavoro chitarristico di Miller è molto hard rock e rock blues, più vicino al Brian May di quel periodo o a James Young degli Styx, che a quello dei tanti chitarristi legati al prog degli anni '70.
Ma veniamo al contenuto dell'album: è compito di "Put on the Show" aprire "Astral Projector", e la scelta non può essere migliore, a cominciare dal titolo della canzone, utilizzata anche come primo pezzo nelle esibizioni live. Le dita di Helm corrono sulla tastiera del synth come le zampe di un ragno impazzito, ad introdurre la chitarra che ricama uno dei riff più riusciti del panorama pomprock di sempre. Inevitabile è il parallelo con la miglior produzione degli Styx di "Equinox", "Crystal Ball" e "The Grand Illusion". La voce di Young incanta per la sua freschezza e per l'interpretazione personalissima delle melodie. L'energia sprigionata e la varietà delle soluzioni proposte all'interno della stessa canzone stupisce ancora oggi, a distanza di quasi 30 anni. Stessa cosa vale per la produzione, certamente migliorata nella ristampa curata dall'Escape Music, ma già originalmente molto curata nei suoni e nell'inserimento di particolari effetti sonori. E l'incanto continua con la seguente "Time for Your Love", uno shuffle veloce dal tiro incontenibile, dove largo spazio viene lasciato alla chitarra di Miller. Le sorprese non sono certo finite; gli otto minuti di "Point of View Where to Spend my Dollar?" rappresentano il perfetto equilibrio tra pomp e prog rock. E' certamente il pianoforte a costruire l'atmosfera portante della canzone, e la parte centrale, dove le tastiere rimangono l'unico strumento, è una vera opera d'arte. L'evolversi della composizione, in particolare nelle parti vocali e nella ricerca dei tanti suoni del synth, è da manuale. Sulla stessa linea si sviluppa "Man in the Mirror", più veloce della precedente, ma sempre con Helm che ha il ruolo principale, condiviso nella parte centrale della canzone, dalla chitarra di Miller, dove i due si alternano negli assoli. Decisamente più hard rock "Talkin About", molto ricercata nei cori e dal mid tempo incalzante. Qui le parti della chitarra devono qualcosa anche a band americane come Alman Brother Band, in particolare nelle parti soliste. "Melody" è certamente il pezzo più easy listening dell'album, dal ritornello facilmente memorizzabile e altamente radiofonico. Si torna all'hard con la seguente "On the Road", un mid tempo reso molto aggressivo dalla chitarra ritmica in primo piano: anche in questo caso è sorprendente la metamorfosi che la canzone subisce nel ritornello, molto orecchiabile e piacevole. Arriviamo alla title track, veloce e immediata, che ricorda qualcosa anche dei Trillion di Frederiksen. Molto stavagante la seconda parte della composizione, che sembra costruita appositamente per essere interpretata in modo teatrale dal vivo. Siamo quasi giunti al capolinea ma resta l'ultima gemma da scoprire; la conclusiva "Hollywood" supera tutte le aspettative. L'inizio è molto prog, sempre con il piano come protagonista, tanto da ricordare in alcuni passaggi i King Krimson dell'esordio. Young canta in maniera ispirata e struggente, interpretando le linee vocali non solo da cantante, ma anche da grande attore. L'intervento repentino della batteria, che ricorda di nuovo alcuni fill dei Trillion, stravolge in seguito l'atmosfera e crea lo spazio perfetto per gli assoli che ci accompagnano fino alla conclusione della canzone e dell'album.
Questo esordio strepitoso porta gli Zon lo stesso anno ad evere la nomination per miglior nuova band allo Juno, il Music Award canadese. In seguito vengono ingaggiati per aprire gli shows dei The Tubes al Toronto's Maple Leaf Gardens, degli Styx al CNE Stadium durante il "The Grand Illusion Tour" e di altre grandi bands del periodo. Purtroppo la fortuna non sarà dalla parte della band, come avremo modo di scoprire parlando della seguente loro produzione, "Back Down to Earth". Sfighe varie a parte, "Astral Projector" resta un disco da avere assolutamente per ogni amante del pomprock degli anni '70, ma anche per chi predilige le atmosfere prog può essere una piacevole sorpresa.
(J.L. Seagull - Settembre 2007)

Voto: 9