ZERO HOUR
Dark Deceiver
Etichetta: Sensory Records / Intromental Promotion
Anno: 2008
Durata: 44 min
Genere: prog metal
Puntuali come un orologio svizzero, tornano a farsi sentire gli Zero
Hour dei fratelli Tipton, una band che i più assidui frequentatori del
prog metal più estremo e cervellotico conoscono bene. Personalmente
seguo con interesse la carriera di questa band che mi lascia sempre
diviso tra l'ammirazione e l'indifferenza, a seconda della prospettiva
con cui mi accosto alle loro opere; di conseguenza ero proprio curioso
di sentire se, questa volta, questo folle quartetto statunitense
sarebbe riuscito a sciogliere i dubbi che mi sono sempre rimasti
dall'ascolto dei loro album. Da una parte, infatti, ammetto di subire
il fascino esercitato da questi eccezionali musicisti, che hanno
l'indubbia capacità di creare trame astruse e passaggi da mani nei
capelli; dall'altra, però, ho sempre avuto difficoltà nell''accostarmi
con vera passione a questi lavori così volutamente freddi, cerebrali e
meccanici. O meglio, ci riesco quando il songwriting è di livello così
eccezionale da suscitarmi delle vere emozioni, ma devo ammettere che,
nel caso degli Zero Hour, questo non succede poi così spesso e, di
conseguenza, il mio interesse si affievolisce dopo pochi ascolti.
Iniziamo magari a fare il punto della situazione, dicendo che la
formazione è la stessa del precedente album e al microfono troviamo
ancora l'ottimo Chris Salinas, ovvero l'elemento che aveva dato una
marcia in più all'ultimo lavoro. Stilisticamente questo "Dark Deceiver"
può collocarsi a metà strada tra "Specs Of Pictures Burnt Beyond" e il
precedente "A Fragile Mind". Se andaste a rileggere la mia recensione
del primo, infatti, notavo come gli Zero Hour avessero intrapreso un
percorso che li aveva portati a rendere un po' più melodica e canonica
la loro proposta, con il pregio di far diventare più accessibile la
musica a discapito del loro marchio di fabbrica. Bene, in "Dark
Deceiver" la musica della band ritorna con prepotenza sui binari
passati e, sebbene l'impronta di "Specs Of Pictures Burnt Beyond" sia
ancora ben presente (soprattutto grazie a Salinas), non si può fare a
meno di notare un tuffo nel passato con un estremismo sonoro non da
poco. Anzi, a volerla dire tutta, con questo nuovo album gli Zero Hour
rinunciano quasi totalmente alla melodia, e danno vita al loro album
più cupo, oscuro e teso.
Già la copertina fa da biglietto da visita alla musica, con due
uomini vestiti di nero al capezzale di una donna con la gola tagliata,
ma vi assicuro che una volta inserito il CD nel lettore capirete che la
musica non è da meno. Per quarantaquattro minuti verrete bombardati da
riff ossessivi, violenti e nervosi, tempi irregolari, linee vocali
sempre tese e strutture ipnotiche che si ripetono senza sosta in un
caos perfettamente organizzato.
Ecco, questa è la sostanza dell'album, ma adesso sta a voi dare la
vostra chiave di lettura ad una scelta artistica di questo genere.
Personalmente mi rendo conto che la band, in questo modo, ha recuperato
la propria individualità con forza notevole, ma dopo aver ascoltato con
attenzione questo CD sono arrivato alla consapevolezza che, a mio
parere, si tratta di un leggero passo indietro rispetto al passato.
Mi spiego meglio: questa decisione cosciente e oculata degli Zero
Hour ci sta tutta, va benissimo questo bombardamento sonoro, accetto
volentieri di perdermi in vortici di note, ma in cambio vorrei non
avere la sensazione che tutto ciò sia fine a sè stesso. Invece con
"Dark Deceiver" mi succede esattamente questo: in una buona fetta dei
brani presenti mi pare davvero che la band abbia come unico obiettivo
quello di far sfoggio delle proprie, innegabili, qualità esecutive,
curando non tanto il pezzo nel suo insieme, quanto i singoli passaggi.
A prova di questo ascoltatevi "Tendonitis", un minuto e venti di
assolo di basso da parte di Troy Tipton: per carità, fa spavento, ma
diciamoci la verità: se componi un assolo, lo chiami 'tendinite' e lo
metti in un disco così, senza un motivo apparente, a cosa serve se non
a mettersi un po' in mostra?
L'album, così, acquista una doppia anima: da una parte questi
episodi un po' buttati lì, giusto per stupire con effetti speciali
(come "Resurrection", "Severed Angels", "Lies" o "The Passion Of
Words", che non mi dicono molto); dall'altra, invece, la band si
ricorda cosa è davvero importante, ovvero la composizione nella sua
interezza, e allora vengono fuori i pezzi più articolati e
interessanti. "Power To Believe" (un omaggio ai King Crimson) è una
vera mazzata, oscura, potente e perfettamente costruita; la title-track
è uno schiacciasassi che farà un bel po' di vittime; "Inner Spirit" con
i suoi dodici minuti di durata bilancia molto bene i passaggi più
violenti con una sezione centrale elegante e misurata da applausi; per
non parlare della seconda metà di "The Temple Within", in cui davvero
ci si ritrova ammirati di fronte agli incastri perfetti creati da
questi musicisti.
Tutto questo è sufficiente per creare un capolavoro? Secondo me
no, perchè continuo a sentire troppa maniera, troppa artificiosità in
un songwriting che ancora ha pochi veri picchi. Ciononostante gli
amanti del metal più tecnico e cerebrale non potranno che esultare di
fronte ad una uscita di questo tipo. Io, invece, pur riconoscendo una
maggiore personalità in questo nuovo capitolo, continuo ad ascoltare
più volentieri "Specs Of Pictures Burnt Beyond".
(Danny Boodman - Luglio 2008)
Voto: 7.5
Contatti:
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Sito Zero Hour: http://www.zerohourweb.com/
Sito Sensory Records: http://www.lasersedgegroup.com/
Sito Intromental Management: http://www.intromental.com/