ZERO HOUR
A Fragile Mind
Etichetta: Sensory Records
Anno: 2005
Durata: 44 min
Genere: prog metal con influenze thrash
Gli Zero Hour, ormai, possono considerarsi una band culto nel panorama
prog metal mondiale. Per quanto non ancora universalmente conosciuti,
sono riusciti a crearsi un seguito solido, grazie al loro progressive
metal altamente tecnico ed intricato, caratterizzato da riff potenti,
quasi vicini all'universo del techno-thrash.
Attivi fin dal 1993, gli Zero Hour, guidati dai due gemelli Janus
e Troy Tipton (rispettivamente chitarra e basso), riescono ad arrivare
al debut-album solo nel 1998, anno in un cui si autofinanziano per la
realizzazione di un CD che porta il loro nome. Il successo, però, non
sembra lontano, dato che due anni dopo il gruppo firma un contratto con
la Sensory Records, una divisione della Laser's Edge, per la quale
pubblica il suo lavoro migliore: "The Towers Of Avarice". L'album
riesce a far breccia negli amanti del progressive metal più
cervellotico, grazie alla sua miscela che unisce il progressive di band
come i Fates Warning alle folli trame di Meshuggah e, soprattutto,
Spiral Architect. Nel 2003, infine, gli Zero Hour pubblicano
"Metamorphosis", ovvero la riedizione rimasterizzata del loro primo
album, ormai irreperibile, con l'aggiunta di un paio di bonus-track ed
uno splendido artwork ad opera del sempre ottimo Travis Smith.
Arriviamo dunque ad oggi, con l'uscita del nuovissimo "A Fragile
Mind", lavoro che non si sposta di molto dalle coordinate stilistiche
di "The Towers Of Avarice", se non per un suono sempre più compatto e
potente.
Il CD si apre con una brevissima intro, pochi secondi di tastiere
ed effetti il cui significato verrà svelato solo alla fine dell'album,
che introducono il primo vero brano del lavoro, "There For Me", un bel
macigno di potenza, in pieno stile Nevermore, che schiaccia i timpani
come si deve. Sarebbe interessante vedere se questa somiglianza davvero
palese con la band di Seattle sia solo una coincidenza o se,
effettivamente, la band abbia subìto il fascino di una "The Seven
Tongues Of God", dato che nel resto dell'album i punti di riferimento
tornano ad essere altri.
Molto buona anche la successiva "Destiny Is Sorrow", in cui gli Zero
Hour iniziano ad esplorare i territori del progressive più cerebrale,
con riff massicci e incrociati di elevata qualità tecnica, che sfociano
in un buon intermezzo arpeggiato che accompagna la voce del nuovo
cantante Fred Marshall. Devo dire che la prova dell'ultimo acquisto non
riesce ad essere sempre all'altezza: certo, le doti canore sono
innegabili e il suo timbro ben si adatta allo stile della band, d'altra
parte la sua performance suona un po' anonima, senza quella carica e
quella personalità che distingue i grandi cantanti. Giusto per restare
in tema, credo che un fuoriclasse alla Warrel Dane avrebbe davvero
fatto la differenza.
Giunti a "Brain Surgery" e "Losing Control", il lavoro subisce un
calo qualitativo non indifferente, con due brani davvero poco incisivi,
in cui gli intrecci strumentali sembrano non andare da nessuna parte:
un peccato, dato che il resto dell'album, invece, si mantiene su
livello molto più alti.
Decisamente migliore, infatti, è la successiva "Twice The Pain", un
mid-tempo inquietante e ipnotico, giocato tutto sugli arpeggi di basso
di Troy Tipton, una vera e propria macchina da guerra che, con il suo
stile, riesce a marchiare ogni composizione: uno strumentista davvero
efficace.
È la volta della strumentale "Somnecrophobia" (ma perché tutti gli
strumentali devono avere questi nomi improponibili?), tre minuti da
capogiro in cui gli Zero Hour, senza lanciarsi in assoli funambolici,
riescono a dimostrare la loro padronanza assoluta degli strumenti, con
partiture a incastro e tempi irregolari, che fungono da preludio al
vero picco dell'album, la title-track, che nei suoi dodici minuti,
dispiega tutte le caratteristiche della musica degli Zero Hour, con i
suoi pregi e suoi difetti.
La chiusura del CD è affidata a "Intrinsic", strumentale per
basso, batteria e tastiere (suonate da Janus Tipton), che sfuma negli
ultimi due minuti fino a riprendere le sonorità dell'intro, dando così
un senso di ciclicità all'intero album: un moto perpetuo per una
macchina complicata e precisa.
Tirando le somme di questa nuova fatica degli Zero Hour, possiamo
dire senza alcun dubbio che si tratta di un lavoro ben riuscito, che
sicuramente farà felici tutti gli amanti degli progressive più tecnico
e cerebrale. L'unica mia perplessità, che si rispecchia nel voto non
eccessivamente alto, sta in una considerazione di fondo che viene
spontanea nell'ascolto di tutto "A Fragile Mind" e, in particolare,
nella title-track. Innanzitutto devo dire di aver apprezzato la scelta
del gruppo di limitare la durata dell'album a tre quarti d'ora: andare
oltre sarebbe stato impossibile, saturando il CD con inutili riempitivi
che avrebbero appesantito il tutto oltre ogni limite. Ciononostante
devo ammettere che non tutto funziona come dovrebbe. Prendiamo proprio
la suite che dà il nome all'album: gli Zero Hour, qui, danno davvero il
meglio delle loro capacità e, veramente, ci sono passaggi che lasciano
davvero a bocca aperta. Si sentono le note ed i riff che, in maniera
apparentemente irregolare, si incastrano alla perfezione, come gli
ingranaggi di un orologio complicatissimo, in cui basterebbe un
nonnulla per far bloccare tutto. Eppure, più di una volta il mio flusso
dei pensieri è stato il seguente:
"Mmm... Bravi questi Zero Hour... Senti qua...".
"...".
"Forse è finito il latte... Mi conviene andare a prenderlo prima
che chiudono i neg... Ehi, non ti distrarre, dai che devi fare la
recensione".
"...".
"Caspita, senti sto passaggio... Stasera quasi quasi mi noleggio un
film... Ma sì, potrei guardare 'L'Allenatore Nel Pallone'... Grande
Oronzo Canà!!"
Ecco, non so se ho reso l'idea: la mente vaga. Troppo, per i miei
gusti. Non si resta catturati dalle trame della musica come può
succedere con un "Discipline" dei King Crimson, giusto per citare un
altro album in cui la perfezione formale raggiunge vette incredibili ma
che, al contrario, incolla l'ascoltatore davanti allo stereo.
Di chi è la colpa? Mia che non riesco ad apprezzare al meglio tutte le
sfumature della proposta degli Zero Hour? O sono loro che, talvolta, si
perdono per strada?
Non è facile rispondere a queste domande, dato che in questi casi si
esce dal campo della descrizione oggettiva e si finisce sul gusto
personale. Sta a voi decidere, dunque, seguendo i vostri interessi e il
vostro approccio alla musica.
(Danny Boodman - Dicembre 2005)
Voto: 7
Contatti:
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Sito Zero Hour: http://www.zerohourweb.com/
Sito Sensory Records: http://www.lasercd.com/Merchant/lasercd/sensory.asp