WITCHFYNDE
Give'em Hell
Etichetta: Rondelet
Anno: 1980
Durata: 35 min
Genere: NWOBHM
Una delle band tipicamente piu' menzionate quando si parla del
fenomeno NWOBHM, i Witchfynde a mio giudizio furono una band
un po' sopravvalutata rispetto ai loro effettivi meriti e forse
gran parte della loro fama fu dovuta piu' all'immagine satanica del
gruppo, tipica del periodo, che non alle loro capacita' creative.
Eravamo nel pieno del periodo metal in cui era piu' o meno
obbligatorio rifarsi a demoni, diavoli, streghe ed entita' similari,
e la band di Montalo si uni' alla carovana dei vari eredi dei Black
Sabbath ottenendo un buon successo e uno status di gruppo da culto
che dura a tutt'oggi, anche se devo sinceramente ammettere che la
loro musica secondo me non e' invecchiata senza danni.
A ogni modo questo primo loro lavoro li catapulta subito sul fronte,
con una line-up che comprende i due membri storici di sempre, vale a
dire Montalo alla chitarra e Gra Scoresby alla batteria, qui assieme
al bassista Andro Coulton (che poi sparira' per sempre dalla band) e
al cantante Steve Bridges (che rimarra' anche per il buon secondo lavoro
della band, "Stagefright"). Nessuno di questi signori e' un manico
nel suo settore, pero' messi assieme in questo disco riescono a creare
un suono d'insieme che e' molto cupo, omogeneo ed estremamente adatto
alle sonorita' NWOBHM che andavano per la maggiore in quel periodo.
Quindi in questo album non troviamo nessun virtuosismo nelle canzoni,
pero' c'e' un gioco di squadra che funziona bene e fa dimenticare
all'ascoltatore i limiti dei musicisti. Quindi ci si puo' concentrare
per bene sulle canzoni per quello che sono, e sulle sonorita' essenziali
per il successo di questo tipo di lavori. Il pezzo di punta dell'album
e' sicuramente la title-track, "Give'em Hell", un bel pezzo metal incisivo
basato sui riff di chitarra (come e' giusto che sia nel metal), ma a
cercare bene non e' che ci siano altri pezzi da sbarco qua oltre a questo.
La band s'impegna e crea atmosfere sicuramente valide, come nella lunga
"Unto The Ages Of The Ages" o in "Leaving Nadir" (che pero' s'ispira un po'
troppo a "Give'em Hell"), ma il piu' dei pezzi risultano imbarazzantemente
deboli e da sola l'atmosfera non basta a fare di quest'album un classico.
La opener "Ready To Roll" e' piu' che discreta, come la conclusiva "Pay Now,
Love Later"; ma ci pensano "The Divine Victim" e "Gettin' Heavy" ad abbassare
di molto la media dell'album.
Questo vinile e' sempre un pezzo ricercato
alle varie fiere del vinile perche' non ne esiste una edizione in CD, ma
a parte il valore collezionistico e l'indubbio fascino per queste sonorita'
che hanno fatto periodo, non c'e' qualcosa che spinga a cercare o ascoltare
questo disco. Peccato, perche' il talento esecutivo c'e'. E' quello
compositivo che latita: ispirarsi ai Black Sabbath non basta evidentemente,
ci vuole un pizzico di genio creativo per sopravvivere alla prova del tempo
senza puzzare di vecchio.
(Mork - Settembre 2002)
Voto: 6.5