WARLORD
Rising Out Of The Ashes

Etichetta: Athreia Records
Anno: 2002
Durata: ?? min
Genere: epic


La nostrana Athreia Records (di Milano) restituisce ai metallari i Warlord, dopo quasi 20 anni di assenza. Saliti alla ribalta nel lontano 1984 con un EP e con il leggendario "And the Cannons of Destruction Have Begun", e da allora rimpianti da legioni di fan del vero epic, ora i Warlord sono tornati in un modo che gia' da molti mesi fa discutere gli appassionati.
Si', perche' i leggendari William J Tsamis (chitarra e autore principe) e Mark Zonder (gia' batterista dei Fates Warning) questa volta alla voce si sono associati all'infausto Joacim Cans di Hammerfalliana memoria, per proseguire una ingloriosa tradizione che vuole i cantanti Diamond King uno piu' mediocre del precedente. Uno scempio, si puo' proprio dire And the Cans of Destruction Have Begun... perche' pur calandosi perfettamente nelle sonorita' sia dei precedenti Diamond King sia di Vidonne Sayre Remenschneider (moglie di Tsamis e voce dei suoi due lavori solisti, il progetto Lordian Guard), il fatto che Cans non sia un grande cantante emerge macroscopico canzone dopo canzone. A suo credito va detto che comunque, limiti a parte, si e' evidentemente immerso anima e corde vocali nelle atmosfere epiche di Tsamis, forse anche per la grande passione che Cans ha avuto per i Warlord, autentica band ispiratrice per lui. Quindi perdoniamolo e andiamo avanti.
E' difficile commentare obiettivamente questo disco perche' mi viene in mente continuamente la vecchia produzione che in questi decenni e' salita allo status di cult per tutti gli amanti dell'epic, e un nuovo lavoro che riapre la leggenda e la riporta con i piedi per terra e' sinceramente difficile da considerare per i suoi propri meriti.
In se' l'album mi piace, e non poco. Certo non e' un capolavoro, pero' e' sufficientemente diverso dalle vagonate di liquame epic-power che le case discografiche teutoniche ci propinano a getto continuo, e ha il merito di riportare al metal la magica chitarra di Tsamis, dopo quasi vent'anni di auto-esilio. Si' perche' pur non sfiorando neppure i vecchi lavori dal punto di vista compositivo, Tsamis si dimostra comunque un chitarrista d'altri tempi, non veloce ma evocativo, preciso, poetico, ogni nota al posto giusto come solo pochissimi della sua statura sono mai stati in grado di fare (Blackmore e Schenker su tutti), e i suoi ricami letteralmente trasformano delle buone canzoni in pezzi che invitano al riascolto continuo (io praticamente e' tutto pomeriggio che vado di auto-repeat con questo disco!). Una fortuna riaverlo finalmente indietro nel mondo del metal... un dio simile non puo' stare via cosi' tanto tempo, non e' giusto! Con la mediocrita' musicale che impera oggi, con i vecchi idoli che pian piano lasciano il palco (Blackmore e' diventato un menestrello, Schenker ha perso la musa ispiratrice, Gary Moore ha cambiato genere, e gli altri vecchi dove sono finiti?), un ritorno come questo non puo' che fare del bene al decaduto genere epico e ai chitarristi lobotomizzati dai vari Timo Tolkki e Y.J. Malmsteen. Speriamo bene!
Alla batteria una leggenda vivente: Mark Zonder, ipertecnico batterista dei Fates Warning, che nelle esperienze Warlord si trasforma e suona piu' con l'istinto che con la tecnica, spazzando via in soli 50' anni e anni di massacri triggerati a opera dei macellai del power e delle loro dannate drum machine. Mettetevi tutti la cuffia sulle orecchie e capite cosa e' la vera batteria epic. Ascoltate questo disco, riascoltate quello vecchio e poi andate a sentire cosa facevano i Randy Thrasher Foxe (Manilla Road) e i Robert Garven (Cirith Ungol), come i loro colpi di bacchetta e di cassa suonavano come fossero chitarre, e poi piangete e buttate nel tritarifiuti tutti i vostri dischi in cui compare una doppia cassa triggerata o una dannata drum machine. Capito signor De Feis, amato ex re dell'epic?
I pezzi migliori di quest'album sono a mio giudizio l'opener "Battle of the Living Dead", la lunga "War in Heaven", la biblica "My Name Is Man". Il punto debole del disco e' purtroppo un inutile remake di "Lucifer's Hammer", la trascinante canzone che apriva Cannons e che qui non rende neppure la meta' della versione originale. Il resto delle song pero' oscilla tra il buono e il molto buono.
I testi sono biblici, apocalittici, e comunque nella solita tradizione dark epic che Tsamis (ossessionato da Dio e dagli angeli vendicatori) ha in passato portato avanti con i Warlord e i Lordian Guard.
Un disco che dara' adito a discussioni pro e contro, sicuramente. Al primo ascolto mi ha lasciato l'amaro in bocca perche' io sono un adoratore del disco uscito nell'84 e faccio fatica a evitare il confronto. Pero' con i successivi ascolti, prendendolo per quello che e' e basta, posso dire che mi piace sempre piu'. Un disco epic, con venature power, non ottimo ma sicuramente molto buono. Ho visto ritorni sulle scene da far piangere, e invece questa volta posso essere parzialmente soddisfatto.
E' tornato il Dio del metal, Halford.
Sono tornati i Re del metal, Manowar.
Ora posso urlare: bentornato Signore della Guerra, William I!!
(Mork - Giugno 2002)

Voto: 8