WARGASM
Why Play Around?

Etichetta: Profile Records
Anno: 1988
Durata: 43 min
Genere: speed/power americano


Il nome di questo gruppo potrebbe a molti di voi non dire assolutamente niente, se non far sghignazzare qualcuno per il terribile gioco di parole. Invece dietro questo "simpatico" nomignolo si nasconde un gruppo che purtroppo è stato inghiottito dall'oblio, e i suoi magici dischi sono finiti nel dimenticatoio, prima di passare nel banco delle offerte a cinquemilaenovecento lire. Tralascio il perché del mio viscerale attaccamento al combo statunitense (provengono dalla periferia di Boston) e mi tuffo nei vari dettagli di questo loro brillante esordio.
Correva il 1988 e credo che questa scheggia di cemento negli occhi in musica ai tempi abbia fatto buona figura. Per chiarire un pochetto le idee al lettore spiazzato, specifico che il gruppo fu fondato dai fratelli Barry (batteria) e Rich (chitarra) Spillberg assieme all'amico d'infanzia Bob Mayo (basso e voce) nel 1983 e, dopo la consueta super-gavetta e diversi cambi di denominazione (per un periodo addiritura si chiamavano "Overkill"...) se ne uscirono con questo pugno nello stomaco come debutto, che penso abbia fatto headbangare molte chiome nell'anno di Chernobyl.
Stilisticamente molto vicino a certo power/speed che all'epoca era l'ordine del giorno, io però butto lì la mia disperata opinione che li vuole come caso a parte, visto che sì ricordano molte cosucce tipo Anvil e fratelli vari, ma il riffing è veramente molto serrato, così serrato che con un occhio si potrebbe veramente guardare a Hanneman e compari (anche per la voce) tenendo presente una compattezza di chitarre che farebbe veramente molto comodo al biondo citato sopra ed a una solista veramente incisiva, varia, con un occhio alla melodia ma anche ai "numeri" di tecnica tutt'altro da sottovalutare (uno per tutti l'assolo di "Revenge" che mi fa svenire ad ogni ascolto). La sezione ritmica è scolpita nel basalto, basso e batteria sono aderenti tra di loro come se satana avesse forgiato un nuovo tipo di attak infernale e ci avesse cosparso Bob Mayo e Rich Spillberg: irruenti come una valanga sulla schiena di un ignaro escursore, in molti casi però vige una perizia da cardiochirurgo per entrambi. C'è da dire che la batteria, pur essendo mixata a mio avviso in maniera un tantinello debole (soprattutto la cassa), in certi casi la fa proprio da padrona, con alcuni arrangiamenti da pelle d'oca.
Prodotto da loro stessi, registrato da Tom Soares e mixato da lo stesso assieme a Chis Williamson ed il gruppo ai Normandy Studios di Warren, Rhode Island, "Why Play Around?" ti esplode dentro ad ogni ascolto. L'opener "Wasteland" ti trascina via come un camion senza l'autista a cui è rimasto l'acceleratore bloccato, un bel mid-tempo aggraziato come un lottatore di sumo nervoso che poi muta plurime volte in maniera repentina e a sorpresa, colpendoti ripetutamente come un cornicione che improvvisamente viene giù. Le vocals sono aspre e, come già accennato, ricordano alla lontana zio Tom Araya, anche se sono in un contesto particolarmente diverso. Bob ci narra di come sia scomodo vivere in un mondo dopo la guerra-atomica... Potrà far sorridere chi si fa i viaggioni coi massacri descritti da i vari gruppi estremi, o con le preghiere al caprone nero, ma comunque le immagini al suo interno sono particolarmente potenti e ti restano (anche perché all'epoca la paura del nucleare era bella forte - nd teonzo). Il chitarrista fa subito capire che certe volte le sue dita girano come le lame di un minipimer.
Si prosegue con "Revenge", canzone dalla durata importante (sette minuti e passa) con interessanti sviluppi nella tessitura dei riff e con varie "chicche" ritmiche che faranno impazzire i cultori di un certo tipo di drumming. Ho già menzionato il formidabile solo di chitarra, segno che oltre a conoscere tutte le scale dell'universo Rich Spillberg ha anche ottimo gusto nella melodia. Le liriche di ricerca della vendetta personale che si risolve con tanto di duello a mani nude (!) sono la ciliegina di ghisa su questa torta di carta vetrata.
"Bullets And Blades" scivola via come le limature di ferro incandescente mentre lavori col flessibile, con tanto di riff che alla lontana sembra "No Remorse" suonata in anfetamina dura. Ottimo il solo, le liriche sono sta volta un po' pacchiane-anni-80 (solito killer a sangue freddo, solita storia di delitti passionali, solito finale con corpo trovato da una parte e gambe dall'altra...).
"Undead" chissà mai di cosa parlerà? L'intro ti fa subito pensare a un film di Raimi con tanto di vento e tintinnio di-chissà-checcazzo, l'improvvisa irruzione della musica ti prende al cervelletto e ti sbatte contro le pareti come solo un purulento non-morto potrebbe essere capace, giusto prima di succhiarti la materia grigia dalle orecchie. E' un tiratissimo pezzo speed che fa impallidire per certe soluzioni veramente avanti per i tempi. Anche qui si fanno notare la sezione ritmica che taglia le gambe a tutti e le chitarre che ti feriscono senza alcuna remora.
Il lato A veniva chiuso da un enigmatico siparietto orrorifico di pianoforte spettrale (suonato dal batterista), rumori stile-Raimi e voci inquietanti... mah, certe cose che escono dalla testa delle persone sono veramente curiose.
"Sudden Death" vara il lato B e il suo incedere è un up-tempo moderato con terzine seminate a piene mani. Il riff del cantato a me personalmente fa immaginare uno che si rade con una motofalciatrice... Il batterista è ancora una volta bersaglio di invidie da parte di tutti coloro si siedano sul seggiolino dietro i tamburi (è un superuomo...) e ancora una volta si parla di cose improbabili che assomigliano ad un incrocio tra un libro di Philip Dick ed un film di science fiction di serie W. Dite cosa volete, sarà il fascino del trash, ma io apprezzo tantissimo queste elucubrazioni (stavolta ad un ignaro personaggio vivente in una realtà futuristica viene deciso il termine immediato e definitivo della propria vita da un essere non ben specificato...).
Introdotta da un allegro valzerino, "Wargasm" è un altro mattone che ti si fracassa sulla schiena. Procede quasi marziale all'inizio, con i riff spigolosi e terzinati, si evolve in un tempo stra-mosh e ti mozza il fiato con un'ulteriore velocizzazione ed il solo, per poi tornare a grattugiarti la faccia con un up-tempo realmente da paura e concludere con un mid-tempo stile pala-meccanica. Il protagonista, neanche a farlo apposta, è un oscuro personaggio che custodisce un arsenale nucleare in una foresta che viene disturbato da un suo vecchio compagno d'armi e... Non vi rubo i "colpi di scena".
La vera magia, lasciando perdere il disco stesso che di per sé è magico, è lo strumentale "Le Cou-Cou" di un compositore francese che risponde al nome di Claude-Louise Dauquin. I nostri eroi interpretano questo motivo in maniera appassionata ma rilassata ed espressiva allo stesso tempo, da lacrime quasi (qui Bob Mayo si fa veramente valere come bassista). Per me è incredibile come dopo trentacinque minuti di tritatutto il gruppo si quieti e sforni questa gemma ispirata dal sapore classico e semiacustico.
Si termina con "Humanoid", altro testo ispirato ai W-movies per un brano che sfreccia a seicento all'ora con intuizioni geniali nel ritornello e stop'n'go da capogiro. Ottimo il break centrale rallentato e assolo killer. Il finale quasi tronco gli dà quel fascino in più.
Concludo trattando l'argomento veste grafica: la copertina secondo me è un po' tra l'infantile, l'incomprensibile e il terribile (nella fattispecie: la foto di un clown legato, imbavagliato e menato di santa ragione con il titolo del disco scritto a spray sul muro). Ma qualche difetto dovrà pur averlo sto benedetto discone, no? Il lay-out è scarno, i testi sono scritti con caratteri fotti-diottrie e ci sono due foto in bianco e nero che fanno immaginare la brutalità degli individui in esame. Come esordio è un pugno diretto allo sterno.
(Piotre - Novembre 2004)

Voto: 8