WARGASM
Ugly

Etichetta: Massacre Records
Anno: 1993
Durata: 56 min
Genere: power/speed degenerato


Passarono cinque anni dal loro esordio, e il violento ed agguerrito trio del Massachussets se ne uscì fuori con questo dischetto che a mio avviso decreta la maturità del complesso. "Chi non muore si rivede!" avrebbe potuto affermare un acquirente dei tempi. Già, cinque anni sono tantini per un secondo disco... Ma il contenuto di questo lavoro ripaga il lungo silenzio che i nostri eroi si lasciarono alle spalle dopo il magico debut "Why Play Around?". Silenzio provocato dallo scaricamento da parte della loro precedente etichetta, la Profile, e dalla necessità di rivedere la direzione stilistica da percorrere (silenzio che è stato rotto da alcuni promo autoprodotti che purtroppo non detengo... chi mi paga un viaggetto a Boston?)... SANTO SILENZIO!!!
Secondo me questo non è un disco ma una granata che ti esplode in mano mentre stai cercando di lanciarla. Un fermo passo avanti che traccia una direzione personale e variegata, distaccandosi dallo sferragliante e rovente speed dell'esordio, salvo che per qualche allegra "rimpatriata" qui e là. Tutti i membri (che erano, sono e saranno sempre quelli fino allo scioglimento) sono progrediti in maniera mostruosa sia tecnicamente che in feeling e composizione. La sezione ritmica è instancabile quanto il macigno rotolante di Indiana Jones e precisa come non mai, i riff presenti sono tutti di altissima qualità e - cosa che fa guadagnare cento punti al magico complessino dei dintorni di Boston - per la prima volta è presente e concreta una ricerca verso ritmiche e tempi fuori dal comune, magari meno veloci della luce (cosa molto frequente in "Why Play Around?") ma a mio avviso più fresche, fantasiose e allo stesso tempo apri-cranio e strappa-orecchie. Ascoltare per credere.
Questo lavoro è stato partorito a Stoughton (Massachussets) negli Outpost Studios per mano di James Siegel, coadiuvato dai nostri eroi in fase di produzione in marzo e aprile del 1993, e io vorrei quasi andarci in pellegrinaggio ogni anno come i bigotti di solito vanno a Fatima o Medjugorje. Scherzi a parte, si sente una progressione anche in fase di studio, visto che i suoni finiti sono netti, limpidi, le chitarre ti fanno accartocciare come una macchina travolta da uno sgombraneve che trampa a duecento all'ora, il basso è amalgamato alla perfezione e non si nasconde dietro gli altri strumenti, finalmente la batteria si percepisce in tutte le sue mille diramazioni (senza le ovattature del disco precedente e quel rullante... trooooppo '80!). Si nota una progressione anche nella composizione delle liriche, stavolta la dimensione è meno sci-fi e più terra-terra, più concentrata sull'orribile del quotidiano (non fraintendetemi, non trattano temi sociali) che su zombi pelosi di Romero o alieni che si riproducono attraverso il tuo corpo. C'è qualche episodio imbarazzante, ma è circoscritto e digeribile. La veste grafica stavolta è trattata in maniera esauriente, tante belle foto, testi scritti in modo da non minare la vista a nessuno, copertina un po' anonima forse (foto di gruppo in posa che guarda da una finestra rotta di un casamento), ma non terribile.
Tutto comincia con dei rumori non ben identificabili per qualche frazione di secondo e poi LA MORTE! Forse uno dei più belli e complicati intro di batteria mai pensati da alcun essere pensante (che mi ha fatto eleggere Barry Spillberg uno dei miei batteristi preferiti). "The Rudest Awakening" ti porta via come un tram impazzito, riff a centodieci all'ora trascinanti come un orso incazzato senza - attenzione - il bisogno di metterci un assolo. Il cantato è ispiratissimo e pregno di violenza, sembra che stia veramente sentendo di prima persona ciò che dice. La tematica scende sul personale, immagini veramente forti e quasi incomprensibili permeano questa trascinante opener, il più brusco dei risvegli... in tutti i sensi.
Iniziano le vere novità con "Enemy Mine", tempo cadenzato, atmosfere che potrebbero far ricordare qualche eco Prong-iano (senza le contaminazioni industriali però) e corettoni dal sapore moderno (per l'epoca). C'è lo spazio per un intermezzo a base di riff appuntiti, accordi sospesi, doppia cassa a mille e basso tentacolare che fa sognare. Anche l'assolo è abbastanza distante dai pur sì variegati canoni adoperati da Rich Spillberg (chitarrista addolutamente non prevedibile). Le liriche cercano il rapporto tra il nostro io ed l'ideale del nemico, che certe volte possono anche coincidere.
Segue "Chameleon", forse l'unico anello debole del disco. Andamento medio-veloce con ritornello rallentato in cui il basso la fa da padrone. La melodia vocale è un po' debole nel verso, ma tutto quanto muta dopo il secondo refrain, in cui si introducono variazioni che ti fanno raddrizzare i peli della schiena. Liricamente c'è un piccolo ritorno alla science-fiction, il protagonista è un vero camaleonte che diventa proprio te, Si sprecano parallelismi con la realtà attuale.
"I Breahe Fire" è un sasso dal cavalcavia! Up tempo nervoso e spigoloso che si snoda tra tortuosi controtempi ritmici in cui di nuovo è il drummer a far giostrare tutti attorno al suo perno, oliato alla perfezione dal fratellone chitarrista che sciorina soli e ultra-riff come se fosse stato messo al mondo apposta per quello. Voce ancora una volta all'altezza della situazione, con un sacco di estro interpretativo. Si parla stavolta di religione e del classico capo-chiesa americano, ovviamente in chiave stra-critica e metaforicissima. Spicca l'assolo veramente mozzafiato.
Il riff di "Ugly Is To The Bone" e convulso e stramaledettamente accattivante. Si tratta di una canzone costruita attorno ad un simpatico riff dispari che ti falcia come il machete di un indio dipendente da rum. Tutte le progressioni all'interno di questo pezzo, che reputo uno degli episodi meglio riusciti del disco, sono da capogiro. La violenza è inaudita ed è pari solo alla freddezza con cui tutta la struttura rotea. Il tema è il mostro stavolta, ma non quello dei film bensì quello reale, lo "scherzo" della natura, il freak che veniva esposto nei circhi ambulanti in giro per gli USA fino a non troppi anni fa per far divertire la gente. Il pezzo è visto dall'occhio del mostro, che si pone domande come "se mi presentassi stasera alla porta di casa tua, mi faresti entrare?" e che sentenzia "ce ne vorebbe uno come me in più in ogni vostro albero genealogico". Merda lanciata contro il sorridente estabilishment a stelle e strisce che si divertiva (e si diverte?) alle spalle dei reietti, e che poi gli sputava in faccia e li considerava inferiori.
E' ottima anche la strumentale "Slow Burn", strutturata attorno ad una meravigliosa trovata di basso. Prima acustica, poi bollente e in toni sempre crescenti fino a portarci dentro "Blood Flood". Inizio con esplosione, stop improvvisi e riff cartavetrata che più cartavetrata non si può. Anche qui le invenzioni ritmiche sono l'ordine del giorno, e tutto questo incrociarsi di soluzioni ritmico-melodiche estreme porta al cardiopalma. Le liriche sono oscure e splatter, il significato delle parole è ermeticamente incomprensibe, l'unica cosa certa è che l'inondazione di sangue è dentro e fuori al protagonista. Dopodiché ci troviamo davanti ad un simpatico duetto dedicato alle simpatie e alle bellezze della guerra. Quella reale, non quella postatomica stile Mad Max che ci aveva avituati il precedente disco. Reduci. Reduci che sognano esposioni e morte, Reduci che sono ancora imprigionati da qualche parte e che non sanno dove sono. Reduci che urlano la loro angoscia attraverso la musica di questi tre assurdi maghi del turbinio sonoro.
"One Man Army" possiede un andazzo quasi altalenante con ritmo alternato di cassa che ti fora l'intestino e muri su muri di chitarre che franano e ti seppelliscono mentre scuoti la tua disordinata capigliatura. Ancora una volta un plauso alla scelta di riff veramente fantasiosi e strappaorecchi. Il basso è saturo e fa da collante con l'apocalisse. Le esplosioni che sogna il protagonista si materializzano nel susseguirsi di mazzate sonore di prima qualità.
"Spirit In Decay" invece lascia proprio a bocca aperta per il suo essere strutturata ma allo stesso tempo micidiale. La parte introduttiva è un furioso girotondo sbilenco a velocità vorticose che porta ad un'apertura lenta e granitica che muta in lamento dal sapore velatamente melancolico, poi si intetrisce e si rivelocizza per strofa e assolo tritatutto. Le vocals sono una volta per tutte azzeccatissime. Qualcuno (io compreso) potrebbe dubitare del gusto delle liriche, stucchevoli da un certo punto di vista. Potrebbe essere la solita retorica coccodrillosa a stelle e strisce sui reduci, ma la sincerità con cui viene esternata gli dona veramente qualcosa di unico.
"Dead Man's Smile" appena parte è un trauma cranico garantito. Si ritorna a velocità vertiginose, a chitarre-taglierino e a vocals beffarde che ricordano nuovamente zio Tom Araya. I giocolierismi ritmici fanno scendere la mascella al pavimento e il divertente intermezzo dal sentore scherzoso fa quasi sorridere. Il pezzo scorre che è un piacere, l'assassino per l'ennesima volta a piede libero sghignazza attraverso Bob Mayo e ci porta alla fine del disco con l'indiscusso capolavoro: "Dreadnaught Day". L'inizio è arpeggiato e ombrosamente malinconico, seguito poi da suggestive arrampicature chitarristiche fino a liriche veramente spleen. Non a caso il pezzo fu scelto per essere pubblicato come singolo (in versione modificata). Lo sbalordimento è totale, in quanto io ho sentito veramente pochissime cose che hanno un intensità come questo immenso brano. L'assolo lede la corteccia cranica e le velocità raggiunte dalla doppia cassa sono inusitate.
Non so veramente cosa aggiungere. Per essere obiettivo non assegnerò il massimo dei voti perché la perfezione non è stata raggiunta, ma il voto se lo merita tutto. Ci sono affezionato come ci si affeziona ad un vecchio amico, e spero che qualcuno là fuori ne tragga ispirazione.
(Piotre - Novembre 2004)

Voto: 9