VIRGIN STEELE
Life Among The Ruins

Etichetta: T & T
Anno: 1993
Durata: 54 min
Genere: heavy metal


Tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, periodo di cui ricordo con allucinante chiarezza i dodici mesi di naja trascorsi e sopportati anche grazie alla musica hard e heavy, il mio pensiero andava spesso a uno dei miei gruppi favoriti degli eighties... i Virgin Steele che erano scomparsi nel nulla come gli equipaggi delle navi nel Triangolo delle Bermude. Dopo "Age Of Consent" piu' nulla, un silenzio di morte in cui io ogni tanto cercavo qualche barlume di speranza scartabellando tra i vinili di Mariposa Dischi ("Virgin Steele? No, non ne teniamo piu', quella e' roba ormai sparita, la band si e' sciolta da anni!").
Gli anni passarono e i vinili cedettero il passo al boom dei CD, e un giorno come un altro entro da Mariposa e mi cade la mascella: tra i CD in novita', "Life Among The Ruins" dei Virgin Steele!?! Ma che disco e'? Una raccolta o cosa? Lo prendo su e guardo i titoli... in effetti uno ce l'avevo gia', la bellissima "Cry Forever", ma le altre track mi risultano sconosciute. Lo compro... Cazzo, i Virgin Steele sono tornati!! Non ci potevo credere....
Dopo dieci anni, ora sto riascoltando quel disco con l'immutato piacere di quei giorni. Come album nel suo insieme scricchiola si', in quanto non mi suona omogeneo adesso come non mi pareva allora. In effetti e' piu' un assemblato di canzoni scritte ciascuna per conto proprio e periodi separati, piu' che un progetto unitario. Negli anni della separazione, dopo i casini discografici del primo periodo, De Feis si era rimesso a studiare musica, e nel frattempo ogni tanto buttava giu' qualche pezzo. Ecco perche' come album e' frammentato, ma come detto le canzoni sono comunque belle prese ciascuna per conto proprio. Sono pezzi heavy metal con qualche venatura hard rock, e si ascoltano via lisce una dietro l'altra, dalla opener "Sex Religion Machine", alla struggente "Love Is Pain", al remake della gia' citata "Cry Forever", passando per le belle strumentali "Invitation" e "Cage Of Angels", e per le piacevolissime "I Dress In Black", "Never Believed In Goodbye", "Wild Fire Woman", "Last Rose Of Summer" (da brivido qui la voce di David). La formazione comprende anche gli storici Ed Pursino alle chitarre e Joey Ayvazian alla batteria, oltre ovviamente a Re David. Al basso c'e' l'italoamericano Rob de Martino, che qui non si nota molto ma dal vivo e' uno che spacca di brutto.
Questi sono i Virgin Steele come li amo maggiormente, una band in jeans e pelle nera che suona e canta e incarna l'anima vera dell'heavy metal, fotografata prima che De Feis cominciasse a mettersi sotto di brutto con gli album a tema basati sulle tragedie greche (con risultati altalenanti tra l'epicismo piu' spettacolare dell'ultimo decennio, le contraddizioni schiacciasassi di "Invictus", e le saghe ipertrofiche, sopravvalutate e ultratriggerate dei due Atreus).
(Mork - Marzo 2003)

Voto: 8