VENI DOMINE
Tongues

Etichetta: MCM Music
Anno: 2007
Durata: 67 min
Genere: progressive doom


Un paio d'anni fa avevo avuto il piacere di recensire "The Album Of Labour", il quarto album degli svedesi Veni Domine. In quella occasione la band era reduce da un periodo estremamente difficile, che aveva ritardato enormemente l'uscita dell'album: il disco precedente, infatti, risaliva ancora al 1998 e solo dopo sette anni di attesa era stato possibile dare un seguito a "Spiritual Wasteland". Fortunatamente, a partire dal 2005, non si sono più presentati inconvenienti dello stesso genere e i Veni Domine hanno potuto beneficiare di un periodo particolarmente prolifico. Nel 2006, infatti, il gruppo dà alle stampe un nuovo lavoro, intitolato "23:59", seguito quest'anno da un nuovo album, "Tongues".
Purtroppo non ho ascoltato il precedente CD, quindi non posso esprimermi sulle eventuali differenze che si potrebbero sentire nella nuova opera dei fratelli Weinesjö, tuttavia l'ascolto di "Tongues" fa pensare che la band abbia semplicemente continuato a portare avanti la propria proposta, così come l'avevo lasciata ai tempi di "The Album Of Labour". Esiste infatti una netta continuità tra i due lavori, dimostrando così come ormai i Veni Domine abbiano formato un loro stile specifico, in cui ogni evoluzione viene giocata più sulle sfumature che sulle differenze sostanziali. Questo è sicuramente un segnale positivo anche se devo dire che ha un rovescio della medaglia: se da una parte, infatti, il nuovo CD conferma in pieno tutte le aspettative del caso, è anche vero che, per quanto mi riguarda, ho trovato praticamente invariati i difetti (non molti, precisiamo) che mi avevano impedito di godere appieno della proposta degli svedesi.
Lo stile del gruppo è rimasto per la maggior parte invariato: il sound dei Veni Domine affonda le sue radici nel doom metal più classico, dai Candlemass ai Solitude Aeternus, ma con in più una componente progressive che rende più particolare il tutto. Tra le note di "Tongues" si sente chiaramente l'influenza dei Queensr˙che, soprattutto per quanto riguarda il cantato di Fredrik Ohlson, molto simile a quello di Geoff Tate. La musica dei Veni Domine è solenne, potente, talvolta cervellotica e non sempre facile da digerire: il doom, che già non è tra i generi più immediati, si mischia all'approccio intellettuale del prog metal, cancellando completamente ogni tentativo di melodie accattivanti e semplici.
Anche in questo caso le scelte artistiche della band presentano due facce opposte: indubbiamente una impronta artistica così forte dà una connotazione ben specifica alla musica e chi ama le proposte più profonde troverà il tutto intrigante; eppure non sempre viene raggiunto l'obbiettivo. Esattamente come nel caso di "The Album Of Labour", anche in "Tongues" capita di ritrovarsi esasperati di fronte a momenti davvero troppo prolissi, non tanto nella durata, quanto piuttosto nelle scelte melodiche, che talvolta risultano poco incisive. Attenzione, però: non pensiate che la causa di questo siano i tempi funerei e trascinati del doom più cupo; al contrario, in "Tongues" sono molto più presenti i momenti veloci rispetto al passato. Semplicemente mi sembra che il gruppo non sia ancora arrivato a quel controllo assoluto dei propri mezzi che permette il giusto equilibrio tra forza comunicativa e soluzioni melodiche esasperate.
Nonostante questo, comunque, ci troviamo di fronte ad un buon lavoro, che può vantare diversi punti di forza, soprattutto per quanto riguarda l'uso delle chitarre: Torbjörn Weinesjö si cimenta in una prova decisamente positiva, sia in fase ritmica che solista, che risulta superiore a quella di molti colleghi. Allo stesso modo non mancano i brani di livello elevato: i momenti più dinamici del disco, come "The Rider On The White Horse" (un passaggio tratto dall'Apocalisse di San Giovanni che rimarca ancora una volta le tematiche cristiane care al gruppo) o "Two Times", mostrano un gruppo perfettamente in grado di creare canzoni di qualità, dotate del giusto equilibrio.
Un discorso a parte, invece, va fatto per la title-track, posta a conclusione del CD: nei suoi 17 minuti di durata porta all'eccesso tutta la lentezza funerea del doom, concentrando al suo interno la pesante, plumbea atmosfera figlia dei Black Sabbath. La seconda metà del brano, in particolare, è qualcosa di quasi inascoltabile, di asfissiante (e non lo sto dicendo come se fosse un difetto: è esattamente questo l'intento del gruppo): si sente un unico riff, un accordo prolungato, poi cinque secondi di silenzio totale; una voce inizia a parlare, poi altri secondi di silenzio e a seguire un altro singolo, pesante riff. Il tutto si ripete, cambiando ogni volta la lingua con cui vengono declamate le frasi, per qualcosa come sette minuti. Giuro, mi ha messo addosso un malessere non da poco.
Infine due parole sulla produzione che, purtroppo, non è tra le cose migliori dell'album: gli strumenti risultano troppo secchi e i suoni sembrano privi di quella profondità che avrebbe aumentato l'atmosfera del disco.
Per concludere, quindi, posso dire che il nuovo lavoro si assesta sugli stessi livelli di "The Album Of Labour": buoni momenti, qualche picco di qualità indubbia, ma anche qualche caduta di tono che rischia di annoiare l'ascoltatore. Una conferma per chi già amava i Veni Domine, un buon album per una band di seconda linea. Dategli una chance.
(Danny Boodman - Ottobre 2007)

Voto: 7.5


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