VENI DOMINE
The Album Of Labour

Etichetta: Rivel Records
Anno: 2004
Durata: 57 min
Genere: progressive doom


Tornano sulle scene gli svedesi Veni Domine, dopo ben sei anni di silenzio, con il loro quarto lavoro, prodotto dalla piccola ma ottima Rivel Records, fondata del cantante dei Narnia. La band si formò nel 1987, per opera di Tobjörn e Thomas Weinesjö (rispettivamente chitarra e batteria), che arruolarono poi il virtuoso cantante Fredrik Ohlsson, formando così i Glorify. L'anno seguente il gruppo cambiò il proprio nome in Seventh Seal e iniziò a comporre i primi demo, fino al 1991, anno in cui la band, per motivi legali, fu costretta a cambiare nuovamente monicker, ribattezzandosi Veni Domine. Nel 1992 venne pubblicato il loro primo album, "Fall Babylon Fall", che contiene una lunghissima suite di oltre venti minuti, seguito due anni dopo da "Material Sanctuary" e , nel 1998, da "Spiritual Wasteland".
Sarebbe stato desiderio del gruppo pubblicare al più presto il quarto lavoro ma, chissà, forse il Maligno si considera l'unico vero depositario del verbo metallico, tanto che decise di accanirsi contro questa band animata da una forte fede cristiana. Non si spiega, altrimenti, la serie di sfortunate disavventure che colpirono i Veni Domine: Fredrik Ohlsson venne affetto da una rara e inspiegabile infezione alle corde vocali che bloccò la band per più di un anno; lo studio in cui avrebbero dovuto registrare il disco fu inondato e completamente distrutto; infine, la loro vecchia casa discografica decise di piantarli in asso, costringendoli a una tediosa battaglia legale.
Eppure i Veni Domine non hanno mollato e, con caparbietà e fiducia, hanno continuato a lavorare su questo progetto che vede finalmente la luce con un titolo quanto mai azzeccato, visto che 'labour' ha proprio il significato di 'travaglio'.
Passiamo, quindi, ad analizzare la proposta musicale di questa band. I Veni Domine suonano un particolare doom metal, dai toni epici e drammatici di scuola Candlemass, mischiato con strutture progressive, che ricordano in particolare i Queensrÿche di "Promised Land", tanto più che il timbro e lo stile di Ohlsson sono vicinissimi a quello di Geoff Tate.
Il lavoro è piuttosto omogeneo, con composizioni che alternano arpeggi semiacustici a riff rocciosi di matrice doom. La velocità, ovviamente, non è mai particolarmente sostenuta, con un drumming volto soprattutto a scandire tempi magniloquenti, accompagnato dal buon lavoro di basso di Gabriel Ingemarson. Il risultato finale è sicuramente buono: la band suona con perizia, riesce a creare le giuste atmosfere e Ohlsson, con la sua performance teatrale e dinamica, attraversa con naturalezza tutto lo spettro vocale.
Certo, è necessario anche sottolineare come quella dei Veni Domine non sia una proposta di facile assimilazione. È innegabile che il doom metal non punti principalmente all'immediatezza o alla melodia accattivante ed anche le atmosfere alla "Promised Land" non aiutano a rendere più snello il songwriting. Sicuramente queste caratteristiche sono volute dalla band per dare profondità alle loro composizioni, tuttavia queste soluzioni possono rivelarsi un'arma a doppio taglio: nonostante i numerosi ascolti, infatti, continuo a percepire una certa prolissità di fondo che, in alcuni brani, fortunatamente pochi, si trasforma in noia.
Così, di fianco a brani di buona fattura come l'iniziale "Waiting For The Blood Red Sky", "Inner Circle" e "The Healing, The Mystery", che mostrano come sia possibile creare brani dall'incedere lento e solenne, pur mantenendo alta l'attenzione dell'ascoltatore; troviamo brani un po' insipidi come "Eli Lema Sabbachtani", che non riesce davvero a dare giustizia al grido di morte del Cristo sulla croce, "Doom Of Man" e "Voice Of Creation".
Una menzione d'onore, infine, va fatta per due brani splendidi che fanno dimenticare gli episodi meno riusciti: "Deep Down Under" e "River Of Life (Part IIII)". La prima è una composizione oscura e lenta, cantata egregiamente da Ohlsson, in cui la band si lancia in una lunga divagazione strumentale dal sapore settantiano (con tanto di hammond di sottofondo), che mostra l'ottimo gusto solista di Tobjörn Weinesjö. La seconda, invece, inizia come un brano completamente acustico, per chitarra e voce, per poi trasformarsi in un crescendo elettrico. Il bellissimo finale è affidato a una voce femminile che legge brani in latino, mentre ancora una volta Tobjörn intesse melodie di grande efficacia.
Per concludere, credo che questo album sia un buon lavoro, sicuramente degno di essere ascoltato da ogni amante del metal più lento e solenne. Forse a causa della lunga gestazione, non tutto il CD è su livelli eccelsi, ma la volontà e la tenacia di questi ragazzi è davvero encomiabile e il risultato finale merita il giusto supporto.
(Danny Boodman - Aprile 2005)

Voto: 7.5


Contatti:
Mail Veni Domine: venidomine@gmail.com
Sito Veni Domine: http://www.venidomine.com/

Sito Rivel Records: http://www.rivelrecords.com/