VAGH
Into The Future Zone

Etichetta: Slick City Slackers Productions / MKM Promotion
Anno: 2004
Durata: 52 min
Genere: AOR (con forti contaminazioni hard'n'heavy anni '80)


I Vagh nascono dalla mente di Robin Vagh, un musicista ultra navigato (formò il suo primo gruppo nel 1979!) ed innamorato di quello che fu l'hard rock di gruppi del calibro di Deep Purple, Black Sabbath, Led Zeppelin. Dopo molti anni di gavetta, di prove e di dedizione alla musica nel 2000 decide, assoldando grandi musicisti (è lui a dirlo, non io) e formando quindi il gruppo di cui sto recensendo il lavoro, di far riscoprire alla Svezia quei generi che, secondo il parere dell'artista, aveva fin troppo trascurato: l'AOR e l'hard rock. I Vagh, al completo solo dal 2001, vedono Jonas Blum alla voce, Anders Rosell alla batteria e alle tastiere, Jan-Åke Jönsson al basso e Robin Vagh alle chitarre e alle tastiere.
Forti dei consensi ricevuti per il loro primo album "Sands Of Time" e della notorietà raggiunta tra gli addetti ai lavori, partono alla "conquista" del resto dell'Europa col loro secondo ed ultimo album "Into The Future Zone"... e sinceramente non credo vi riusciranno. Il lavoro manca infatti sia dello spessore qualitativo che dovrebbe avere per riuscire a rievocare atmosfere che, sebbene ormai "fuori moda", possano suscitare l'interesse o anche solo la curiosità di chi si appresti ad ascoltare questo lavoro, sia di continuità, ci sono troppi alti e bassi che fanno storcere il naso anche all'ascoltatore più paziente. Dalla loro vi è comunque una buona produzione ed un artwork professionale che, da soli, danno un aiuto alla band almeno in termini di credibilità.
"Into The Future Zone" si apre con la non certo azzeccata "To Hell And Back Again": un giro di basso alla Quiet Riot ed una chitarra alla Dio fanno da base alla voce di Blum, che sia nel timbro che nell'uso si dimostra di una sconcertante anti-originalità (per non parlare del testo, contando che è stato scritto da un ultraquarantenne...). Il ritornello molto catchy rimane purtroppo facilmente nelle orecchie. Buona comunque la tecnica di Robin Vagh nell'esecuzione del solo.
"Can't Reach You" non si discosta in quanto a qualità dal pezzo precedente. A parte il solo e la tastiera, il resto della canzone è un connubio tra il "metal" di Bon Jovi e la voce dei Bonfire. Tutto davvero poco originale.
"I Wanna Feel Love" è un pezzo che da un punto di vista estetico non è male: la musica ricorda un po' le colonne sonore dei film d'azione/polizieschi anni '80 quando vi sono le classiche scene in cui il protagonista guarda al proprio passato con malinconia o ritrova la donna con cui aveva interrotto per colpa propria l'amore che tanto cerca adesso e vorrebbe di nuovo; la voce (qui di John Marshall Gibbs) è calda e ben usata. L'atmosfera alterna il noir al pomp/AOR dei White Sister Surgin ed è gradevole.
Dico "gradevole" e subito a farmi rimangiare ciò che ho detto arriva "Love Touch". Sulla falsa riga dei primi due ci viene proposto un surrogato di altrui esperienze musicali ottantiane che non sta in piedi. Prive di qualunque senso le tastiere settantiane che, come si dice dalle mie parti, ci stanno come il cavolo a merenda; nemmeno l'assolo risolleva le sorti di questo pezzo.
"Show Me Heaven Tonight" è molto bon-joviana. La voce (qui di John Marshall Gibbs) e il ritornello, molto orecchiabile e catchy, riescono comunque a rendere questo pezzo un qualcosa di quanto più lontano da una nouvelle cuisine, ma comunque gradevole e in tema con gli intenti dell'ideatore della band.
"Calling On You" è un pezzo lento di chiara ispirazione al pop anni '80, anche se la linea di basso si avvicina molto a quella di un dark melodico di stampo svedese. Immancabile l'assolo "urlato", qui senza infamia e senza lode. La voce su questo pezzo sarebbe dovuta essere a mio avviso più profonda, mentre invece si mantiene sugli standard precedenti, ottenendo un risultato non ottimale.
"Moment Of Touch" è un pezzo che presenta una parte ritmica abbastanza orecchiabile e tirata sulla quale si sviluppa un buon cantato femminile. Infatti in questa canzone la parte vocale è affidata a Noomi Stragefors, che canta con molta grinta e interrompe un po' le trame vocali piatte precedenti. Buono l'assolo che si dimostra qui calzante oltre ad essere ben eseguito. Un buon pezzo di hard rock "made in USA".
"Rebecca" ed "Invincibile" sono un incrocio tra Van Halen, Europe e Little Tony feat. Bobby Solo. Potrebbero essere la colonna sonora di un'esperienza revival on the road di uno di quegli ultracinquantenni che col loro giubbotto di pelle e i loro tre capelli rigorosamente lunghi vanno a fare i becconi in moto sulle strade affollate.
"Don't Turn Away" è la canzone meno retrò del disco. Pur ricordando a tratti gli Aviator, questo pezzo potrebbe tranquillamente essere nella tracklist di una Simpson o dell'ultima Lavigne.
"This Feeling Inside" è una traccia di riempimento. Manca di tutto, gusto e bellezza in primis. Non so nemmeno a chi accostarla sinceramente.
"Future Zone" è l'unica canzone che si può avvicinare decisamente ad un heavy classico (alla Iron Maiden per intendersi). Belle le chitarre, buona la voce che non cerca di strafare, buona la parte ritmica di basso e batteria, le atmosfere sono interessanti. Nonostante pure qui non ci sia nulla che possa rimandare ad una fresca creatività, la composizione è articolata e l'arrangiamento è davvero molto credibile. Nel complesso forse il meglio pezzo dell'album.
Posso personalmente dire che da Vagh e company, data l'esperienza ormai decennale e il suo autoproclamarsi portavoce svedese dell'AOR/heavy/hard (in poche parole è questo che si evince dalla bio da lui scritta sul proprio sito), è nostro dovere aspettarci qualcosa, anzi, molto di più.
(Mr. X - Novembre 2004)

Voto: 5


Contatti:
Sito Vagh: http://www.vagh.net/
Sito MKM Promotion: http://www.mkmpromotion.tk/