TRIUMPH
Just A Game
Etichetta: RCA/Attic Records
Anno: 1979
Durata: 36 min
Genere: hard rock
Anche se raccontata oggi la cosa potrebbe stupire, alla fine degli anni
settanta, per essere informati sulle novità discografiche del nostro
genere preferito, ci si affidava soprattutto alla radio. Mezzo che ai
nostri giorni è ben lontano dal fornire cultura musicale in senso
generale. Le edicole non erano certo piene di mensili musicali che
parlavano di hard rock: fatta eccezione per l'importantissimo, per
quanto limitato, "Ciao 2001", che non perdeva occasione per criticare
il genere, per il patinato "Rockstar" e per "Rockerilla", che però
iniziò a parlare in maniera estesa di hard e heavy solo negli anni '80
grazie al grande Beppe Riva, non esisteva altro. Esistevano invece
"radio libere" nella mia zona che proponevano dell'ottima musica:
"Punto Radio" a Zocca (MO), dove i conduttori erano Vasco Rossi,
Massimo Riva, Maurizio Solieri e Co., "Radio Queen" nel mio paese dove,
a livelli molto più amatoriali ma con grande impegno, trasmettevano un
gruppo competente di appassionati di buona musica. Più tardi anche "BBC
Bologna", dove migrarono, quando chiuse, molti DJ di "Punto Radio" e
dove trasmetteva anche Red Ronnie con il suo "Red Ronnie's Bazar".
Molte sono le band che iniziai ad ascoltare grazie a quelle radio:
Styx, AC/DC, Boston, Meat Loaf, Ted Nugent, etc. Tra queste anche i
Triumph e in particolare proprio l'album "Just a Game" del 1979.
Il trio di Toronto nasce nel 1975, fondato da Gil Moore (batteria e
voce), Mike Levine (basso e tastiere) e Rik Emmett (chitarra e voce);
la formazione rimarrà invariata fino al 1988, anno dell'uscita di Rik
dalla band. A differenza di tanti altri gruppi, nel caso dei Triumph la
line-up viene costruita "a tavolino" in un ufficio manageriale e con
già un contratto discografico firmato per la Attic Records canadese.
Mai scelta fu più felice, perché in breve tempo la formazione raggiunge
un affiatamento straordinario, anche grazie alle indiscutibili qualità
compositive e musicali dei tre. L'album d'esordio, "Triumph",
ristampato anche con il titolo "In The Beginning", non riceve molta
attenzione in Canada. Il giornalista David Farrell però, ne spedisce
una copia al deejay Joe Anthony a San Antonio, che impressionato dalla
band, aiuta i Triumph a organizzare un mini tour di tre date in Texas:
San Antonio, Corpus Christi e Austin. Il successo che i concerti
ottengono, porta la RCA ad interessarsi al trio canadese e ad offrirgli
un contratto per gli Stati Uniti e in seguito per il resto del mondo,
escluso il Canada. Ha inizio un'operazione commerciale che in seguito
si ripeterà ogni volta che la band cambierà casa discografica. Ad ogni
nuovo contratto, con RCA, MCA, Virgin Records, TRC Records, etc., i
Triumph si ritroveranno con l'intero catalogo dei loro album
ristampato. Quindi è facile trovare lo stesso disco prodotto da
etichette diverse con, a volte, anche copertine e titoli diversi. Il
secondo long play, "Rock And Roll Machine", esce nel 1977 in Canada e
nel 1978 negli U.S.A., dove risulta il loro primo album. Da questo
viene tratto il loro primo singolo, la cover di "Rocky Mountain Way" di
Joe Walsh, oltre a contenere due delle canzoni che per anni hanno fatto
parte della scaletta dei loro concerti: "Rock And Roll Machine" e
"Blinding Light Show". Con questi precedenti alle spalle e dopo una
serie di concerti che ne consolidano la fama, il trio arriva al terzo
album "Just a Game". La formula è la stessa dei loro precedenti long
play, cioè hard rock melodico e di classe, caratterizzato sia dalle
indiscutibili capacità tecniche dei tre che dalle loro voci, che
intrecciano cori raffinati e di grande effetto. Quello che fà la
differenza è la maggiore varietà e la capacità di coinvolgimento e
l'immediatezza delle composizioni, non completamente raggiunta nelle
prove precedenti, che dimostrano la raggiunta maturità dei Triumph.
A sottolineare la loro predisposizione per le esibizioni live, l'album
inizia con una platea che applaude la band, e comincia "Movin' On". Il
riff di chitarra è di quelli che restano subito stampati nella memoria
mentre batteria e basso marcano i quarti all'unisono per rendere più
potente l'incedere della canzone. A cantarla è Gil Moore, il
batterista, che per tutto l'album si alterna a Rik Emmett alla voce
solista. Un batterista cantante non è certo una novità assoluta,
neanche nel 1979, ma non è da tutti cantare a questi livelli mentre si
eseguono fill da paura e tempi tutt'altro che scontati. La prima cosa
evidente è la perfetta coesione dei tre musicisti, assolutamente
complementari tra di loro. Ognuno occupa uno spazio ben preciso
nell'economia della canzone, senza però mai intaccare l'affiatamento e
la forza del gruppo. La prima canzone è certamente piacevole, ma la
composizione che permette a "Just A Game" di essere ricordato è la
seguente "Lay It On The Line", di cui la band girò anche una sorta di
video clip "live" (potete vederlo su YouTube all'indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=oJi0liWsst4&feature=related).
Questa composizione è uno degli esempi meglio riusciti di quelle hard
rock semi-ballad che hanno reso famosi i lenti degli Scorpions. Lo
svolgimento è da manuale: intro arpeggiata sorretta da un basso
perfetto sulla quale si sovrappone l'assolo pulito di chitarra. In
seguito entra la voce, questa volta quella di Rik Emmett, più acuta di
quella calda e piena di Moore. Nel ritornello la canzone si trasforma,
diventando granitica e potente: la band sfodera gli artigli e in
perfetta sincronia perquote gli strumenti rendendo l'atmosfera
incandescente. Anche l'assolo, melodico e immediato, è semplicemente
perfetto e dimostra il gusto del funambolico Emmett, inserendolo di
diritto tra quella generazione di chitarristi per cui le note vengono
dal cuore, più che dagli esercizi di tecnica eseguiti in sequenza a
velocità della luce... indimenticabile.
Se non amate il blues e pensate che sia tutto uguale e noioso, vi
invito a ricredervi ascoltando "Young Enough To Cry". La struttura
appartiene certamente a questo genere, ma il modo in cui si sviluppa
non è assolutamente scontata. Il sentimento con cui il trio esegue la
canzone è impressionante, coinvolgente e quando rimangono solo basso e
batteria ad accompagnare il cantato, da pelle d'oca. Bellissimi i suoni
della batteria, per scelta di produzione, molto "avanti". Questa
caratteristica, non trascurabile, colpisce immediatamente
l'ascoltatore. All'epoca il mio sogno era avere una "Tama", come quella
di Gil Moore, pensando, ingenuamente, di avere di conseguenza gli
stessi suoni. Il momento più hard arriva con "American Girls", un
veloce shuffle dal riff trascinante perfettamente interpretato da Moore
alla voce. E' stata immediatamente la mia canzone preferita dell'album,
perché ascoltata mentre si osservano le foto scattate durante gli show
all'interrno della copertina apribile, rende perfettamente l'idea di
quanto i Triumph possono dare dal vivo.
La title track apre la side B: l'arpeggio che accompagna tutta la
canzone rende "Just A Game" un vero e proprio sogno, pieno di magia e
malinconica poesia. A rendere perfetta l'atmosfera contribuisce
certamente anche la bella voce di Emmett; anche in questo caso
fondamentale per l'apporto chitarristico nell'ottimo assolo e nei vari
fraseggi melodici che si incastrano nei passaggi tra i cantati. Il
"Gioco" di cui parlano i Triumph è il mondo dello spettacolo dove, come
riportano le note, non ci sono regole, i giocatori sono tanti e i
vincitori ben pochi. All'interno della copertina c'è una vera e propria
plancia di gioco, tipo quella classica dell'oca. Per giocare basta un
dado, un segna posto a scelta e seguire le istruzioni che sono scritte
nelle caselle che vengono occupate durante il percorso. Lo scopo è
arrivare per primi al successo, raffigurato da una grossa stella... se
volete passare una serata tra amici senza playstation, provate a
cimentarvi in questa scalata allo stardome. Dopo la breve "Fantasy
Serenade", quasi una ballata da menestrello eseguita con la chitarra
classica, arriva "Hold On", introdotta dall'immancabile arpeggio e
cantata ancora da Rik. L'inizio lento è il seguito ideale della title
track e anche quando il ritmo aumenta la continuità tra le canzoni è
comunque molto evidente. A metà canzone il tempo dimezza drasticamente
e possiamo goderci gli stacchi pirotecnici sui tamburi di Gil, in stato
di grazia. Molto ben costruito anche il passaggio che riporta la
canzone in velocità, questa volta arricchito dal gusto notevole di Mike
Levin e dal suo basso. Chiude la seconda facciata "Suitcase Blues", una
canzone tra il jazz e lo swing, che mostra l'attitudine di Emmett per
questi generi, che saranno poi quelli che affronterà durante la sua
carriera solista dal 1989 ad oggi.
"Just A Game" è un album che ho sempre amato molto per la sua
varietà e per le emozioni che riesce a dare ad ogni ascolto, anche a
distanza di ormai trent'anni e che vi invito a riscoprire. Ma è stato
solo l'inizio del mio interesse verso questa grande band canadese, che
con i due album successivi, "Progressions of Power" (1980) e "Allied
Forces" (1981), di cui mi piacerebbe parlarvi in futuro, ha raggiunto
probabilmente la vetta più alta della propria carriera. Per il momento
"Game Over"!!
(J.L. Seagull - Dicembre 2007)
Voto: 8.5
Contatti:
Sito Triumph: http://www.triumphmusic.com/
Credo che una recensione di un disco del passato sia fatta davvero bene quando invoglia chi non conosce il disco a procurarsene una copia e chi invece lo conosce a rimetterlo sul piatto/nel lettore. Da parte mia posso dire che è una settimana che non tolgo "Just a game" dallo stereo! Sono perfettamente d'accordo con la recensione del buon J.L.Seagull. Anch'io ho conosciuto i canadesi con questo disco, anche se lo feci diversi anni dopo la sua uscita ... per ovvie questioni di età (Cesare....piglia ... e porta a casa!). I Triumph sono un grande gruppo, su questo non ci piove. E "Just a game" è un'ottimo disco, apprezzabilissimo ancora oggi grazie all'elevata qualità dei pezzi.
Il ritornello spezzato di "Lay it on the line", l'andatura blueseggiante di "Young enough to cry" - potente e struggente al tempo stesso! - o la scatenata "American girls" sono ottimi pezzi, bellissimi anche a quasi trent'anni dall'uscita.Per non parlare delle meravigliose atmosfere della sognante title-track, costruita du un bellissimo arpeggio aperto, una sorta di "Hotel California dei Triumph"!. Per chi non li conosce l'invito ad ascoltarli è d'obbligo. Un ottimo disco senza tempo. Grazie Cesare per avercelo ricordato.
(Linho - Dicembre 2007)
Voto: 8.5