TIAMAT
Wildhoney

Etichetta: Century Media
Anno: 1994
Durata: 42 min
Genere: gothic metal


Dopo un album di livello elevatissimo come "Clouds", i Tiamat si ritrovano di fronte ad un passo fondamentale della loro carriera, un passo che, alla luce dei risultati, li porterà alla consacrazione definitiva. Innanzitutto bisogna notare un'ulteriore rivoluzione a livello di formazione, che si assesta stabilmente sulla coppia Edlund\Hagel, il primo da sempre cuore e cervello della band e il secondo, entrato in line-up solo a partire da "Clouds", che assurge ad un ruolo dominante all'interno delle composizioni. Ad affiancare i due musicisti troviamo poi due turnisti, Magnus Salhgren alla chitarra solista e Lars Skold alla batteria, senza contare l'apporto importantissimo di Waldemar Sorychta come produttore e tastierista.
Con il precedente lavoro la band svedese aveva raggiunto già l'apice compositivo, almeno per quanto riguarda il loro lato ancora legato al metal estremo, ma già in quell'album iniziavano a comparire i semi di un'ulteriore evoluzione, che certamente non poteva più rimanere confinata negli schemi del death metal ma, al contrario, necessitava di nuovi spazi e nuove dimensioni artistiche, spesso influenzate dalla musica dei Pink Floyd (Johan Edlund è un fan sfegatato della band inglese). Il risultato di questa ricerca è proprio "Wildhoney", un disco che non può non lasciare a bocca aperta per la ricchezza lussureggiante che traspare tra i solchi del disco.
Per iniziare a descrivere questo capolavoro potrebbe essere opportuno partire dalla copertina, realizzata ancora una volta da Christian Whalin: l'immagine riporta una sorta di composizione fatta di piante, fiori, insetti e un sole stilizzato. Il risultato è caldo, selvatico, brulicante di vita senza essere comunque allegro e spensierato. Si tratta di un vero e proprio trionfo della Natura nel suo essere selvaggio e incontrollabile. Tutte caratteristiche che, in un modo o nell'altro, finiranno per rappresentare alla perfezione una parte dell'universo rappresentato dai Tiamat.
Il disco si apre subito con la title-track, che però è soltanto una breve introduzione arpeggiata immersa nel frinire di grilli e nei suoni notturni della vita all'aperto. Dopo questo breve preludio esplode "Whatever That Hurts", primo vero brano dell'opera, che mostra immediatamente il nuovo, incredibile corso intrapreso dai Tiamat. Il brano si destreggia con sensuale leggerezza tra assalti sonori metallici, martellanti percussioni e suadenti arpeggi, immergendo l'ascoltatore in un mondo di immagini tanto vivide quanto difficili da interpretare, immagini che colpiscono direttamente la psiche, come allucinazioni prodotte da sostanze stupefacenti (sostanze che, tra l'altro, hanno contribuito non poco alla creazione del disco, come ha ammesso lo stesso Edlund). Dopo un meraviglioso assolo di chitarra, la voce di Edlund declama ancora una volta il ritornello del brano, lasciando però sfumare la musica, facendo emergere un ipnotico pianoforte che inizia a punteggiare una nuova melodia, introducendo il pezzo successivo.
"The Ar" assalta subito l'ascoltatore con un riff assassino che rispolvera il lato più aggressivo della band. Già solo questo attacco sarebbe sufficiente a sancire la bellezza del pezzo, ma la band non si accontenta e costruisce immediatamente un altro capolavoro. Waldemar Sorychta impreziosisce il tutto con delle tastiere epiche e avvolgenti, mentre la voce di Edlund continua ad esplorare nuovi registri, raggiungendo un'espressività impensabile fino a qualche anno prima.
Dopo un altro breve intermezzo strumentale intitolato "25th Floor" è la volta del terzo brano capolavoro del disco, che raccoglie un po' tutta quella vitalità naturalistica di cui parlavo prima. "Gaia" è una sorta di manifesto della visione 'panteista' di Edlund, in cui la Natura si erge come una sorta di divinità ferita dall'agire insensato degli uomini, che presto o tardi si risveglierà spazzando via l'Uomo in tutta la sua piccolezza. Anche in questo caso un concetto (se vogliamo abusato) viene espresso perfettamente da una serie di immagini così cariche di forza, in cui ancora una volta piante, piccoli animali ed esseri viventi di ogni tipo costruiscono un immaginario selvaggio e incontrollabile. La musica, da parte sua, è quanto di meglio sia stato partorito dai Tiamat. Gli strumenti, guidati dalle tastiere, riempiono lo spazio, sommergendo l'ascoltatore con il loro incedere ascendente, capace davvero di rapire l'attenzione in un crescendo emotivo che raggiunge il suo apice in un altro meraviglioso assolo di Magnus Salhgren.
Dopo un trittico di canzoni così perfette è comprensibile un appena percettibile calo di qualità, rappresentato a mio parere dalla successiva "Visionaire", un brano giocato ancora sull'alternanza tra momenti arpeggiati e riff più pesanti. Il risultato è indubbiamente affascinante, complice anche il solito testo ineccepibile di Edlund, ma forse in questo brano manca quel pizzico di genialità in più che rende invece così irripetibili i tre brani precedenti.
Il livello torna su livelli eccezionali con i due pezzi successivi, "Kaleidoscope" e "Do You Dream Of Me?". Il primo è un elegante arpeggio di chitarra che si insinua tra i rumori di un temporale, mentre il secondo è una delicata ninnananna acustica, un ipnotico e suadente canto in cui Edlund, con la sua voce profonda e sensuale canta una dolce melodia. Assolutamente da applausi poi l'intermezzo strumentale in cui i musicisti si lanciano in un dialogo dalle sonorità calde e passionali, impreziosite da un assolo spettacolare alla chitarra acustica.
Dopo l'ennesimo brano strumentale introduttivo, "Planets", si arriva infine all'ultima canzone dell'opera, che chiude alla grande un disco a dir poco epocale. "A Pocket Sized Sun" è una sorta di visione indotta dalle droghe, un'altra composizione semiacustica che racconta di una ragazza che offre un 'sole in miniatura' al cantante, portandolo a percepire con occhi nuovi una realtà fatta di immagini antiche e sensuali. Musicalmente la canzone è avvolgente e cullante, ancora una volta come una specie di ninnananna, in cui a disegnare la linea principale è proprio il basso di Johnny Hagel.
Dopo questa ennesima perla la musica si spegne lentamente, lasciando che l'ascoltatore riemerga pian piano nella realtà di tutti i giorni, una realtà che, dopo questo viaggio così affascinante e misterioso, risulta quasi pigra e grigia. "Wildhoney" è uno di quei rari lavori che riescono davvero a portare verso un livello diverso di percezioni, uno dei pochi che rapiscono fin dal primo ascolto guidando lo spirito in un vero e proprio viaggio fatto di colori e sensazioni nuove.
Con questo lavoro i Tiamat raggiungono il loro apice assoluto, con un livello di perfezione che, purtroppo, non verrà più raggiunto. Da questo momento in poi la band cambierà nuovamente pelle più di una volta, a volte raggiungendo livelli eccelsi, più di una volta rischiando di perdersi per strada. Resta comunque il fatto innegabile che "Wildhoney" ha lasciato il segno nel passare degli anni, diventando ben presto un punto di riferimento inimitabile all'interno del genere. Da comprare ad occhi chiusi per poi ascoltarlo, ascoltarlo e ascoltarlo all'infinito.
(Danny Boodman - Aprile 2006)

Voto: 10


Contatti:
Sito Tiamat: http://www.churchoftiamat.com/

Sito Century Media: http://www.centurymedia.com/