TIAMAT
Sumerian Cry
Etichetta: CMFT Productions
Anno: 1990
Durata: 44 min
Genere: death metal
Parlando del percorso musicale dei Tiamat, la maggior parte delle
persone sarebbe propensa a far cominciare la loro vera ascesa artistica
a partire dal meraviglioso "Wildhoney", un album che davvero risplende
come un diamante ineguagliato nel panorama metal mondiale. Qualcuno
farebbe un passo indietro, aggiungendo anche "Clouds", che già
conteneva i semi di quello che sarebbe diventato l'album successivo, ma
in generale sono pochi coloro che apprezzano davvero anche gli esordi
della band di Johan Edlund. Io, devo essere sincero, ho conosciuto i
Tiamat proprio da "Wildhoney" e quindi credo di poter entrare nella
categoria preponderante di coloro che hanno apprezzato l'evoluzione
della band svedese, senza contare che i generi estremi non sono
esattamente il mio pane quotidiano anche sulle pagine di Shapeless.
Allo stesso tempo, però, volendo affrontare una retrospettiva su una
band sfaccettata e complessa come i Tiamat, mi sembra giusto partire
dal principio, in modo da dare uno sguardo su quella che è stata
l'evoluzione della band nella sua interezza.
I Tiamat nascono nel 1989 nella città di Täby, in Svezia, per mano
di Johan Edlund, leader indiscusso della band, che guiderà le
metamorfosi del gruppo seguendo la propria personalità e le proprie
inclinazioni. In realtà la band esisteva già da un paio d'anni con un
altro nome, Treblinka, il nome di uno campi di concentramento, e aveva
già pubblicato un paio di demo, "Crawling In Vomits" (1988) e "The Sign
Of The Pentagram" (1989). All'epoca la band suonava una sorta di
death/black metal ante litteram, stile che si rifletterà in parte nella
prima opera dei Tiamat.
Arriviamo quindi al 1990, anno in cui la band, composta da Johan
Edlund a.k.a. Hellslaughter (voce e chitarra), Juck (basso), Najse
(batteria) ed Emetic (chitarra), si chiudono nei Sunlight Studios per
registrare il loro primo full-length, intitolato "Sumerian Cry".
La prima opera dei Tiamat forse non riesce a lasciare a bocca
aperta come succederà con alcuni lavori successivi, però convince e già
lascia intravedere alcune delle caratteristiche che si affermeranno in
seguito. "Sumerian Cry" è fondamentalmente un album death metal marcio
e sporco, con qualche influenza accostabile al black metal e degli
sporadici rallentamenti che rendono il tutto plumbeo e sinistro. Di per
sé la qualità delle canzoni non è così elevata da potersi paragonare
alle colonne del death metal, che proprio tra il 1990 e il 1991
raggiungeva il suo massimo splendore, ma è innegabile come per tutta la
durata del disco aleggi quell'atmosfera malata e arcana che permette
alle composizioni di raggiungere il loro scopo.
Uno dei pregi, a questo proposito, è senza dubbio la voce di Edlund,
estremamente espressiva e capace di cambiare spesso registro,
mantenendo un alto grado interpretativo, soprattutto nelle parti più
sussurrate e malsane. L'impianto musicale, invece, benché molto
classico nel suo genere, svolge a dovere il suo compito, con le
chitarre a macinare riff ora furiosi ora spettrali e una batteria
ossessiva che picchia in maniera ipnotica per quasi la totalità della
durata. La preparazione tecnica del gruppo è tutt'altro che eccelsa, ma
ancora una volta è la capacità evocativa dei Tiamat a far sì che questo
non sia un problema.
Il disco si apre con un'introduzione atmosferica per tastiere e
chitarre acustiche e subito dopo si lancia in uno dei pezzi migliori
del lotto, "In The Shrines Of The Kingly Dead", che sintetizza alla
perfezione il sound di allora dei Tiamat. Anche dal punto di vista
delle tematiche trattate questo pezzo è particolarmente interessante:
se è vero infatti che in questa fase della carriera di Edlund, i testi
sono ancora legati all'immaginario satanico, è anche vero che inizia a
farsi sentire il fascino provato dal cantante nei confronti delle
civiltà morte. Il testo, infatti, è un viaggio immaginario all'interno
della tomba di un faraone, in cui aleggia ancora lo spirito antico del
morto e la magia di antichi stregoni.
Si continua con la furia anticristiana di "The Malicious Paradise" ('I deny the faith of christ / 'cause I have seen the truth / The truth is evil, dark and black / and the evil is for all of us')
e le tematiche orrrorifiche di "Necrophagious Shadows", che portano
avanti lo stile marcio e senza compromessi della band. Il disco
continua a scorrere in maniera abbastanza omogenea, raggiungendo
comunque picchi notevoli con "Apothesis Of Morbidity", che raccoglie
nei suoi sei minuti tutte le attuali potenzialità del gruppo, e "Where
The Serpents Ever Dwell", lenta e ossessiva con il suo stile vicino al
doom death funereo.
Infine vale la pena di citare altri due brani, "The Sign Of The
Pentagram", pezzo diretto e malvagio come pochi all'interno del disco,
guidato dalla voce urlata di Edlund, e "Evilized", una composizione
quanto mai curiosa, dato che, dopo un inizio piuttosto consueto, il
brano raggiunge il suo climax in uno stacco con un riff blues (!) su
cui si poggia un inaspettato assolo che ricorda pericolosamente il
suono dello xilofono (!!). Il risultato è francamente imbarazzante, ma
mostra chiaramente il desiderio della band di fare qualcosa di nuovo,
di staccarsi dalle convenzioni, fregandosene del concetto di 'purezza'
del metal estremo.
Insomma, "Sumerian Cry" è senza dubbio un album acerbo, con i suoi
pregi e i suoi difetti, ma fotografa alla perfezione il primo passo di
una band che ha appena iniziato a cercare la sua strada, una strada che
la porterà nell'olimpo di coloro che non si limiteranno a percorrere le
strade conosciute, ma che ne creeranno sempre di nuove ed inesplorate.
(Danny Boodman - Marzo 2007)
Voto: 7.5
Contatti:
Sito Tiamat: http://www.churchoftiamat.com/