THE VISION BLEAK
The Wolves Go Hunt Their Prey
Etichetta: Prophecy Productions
Anno: 2007
Durata: 43 min
Genere: gothic/dark metal orrorifico e teatrale
Dopo il grande successo di "Carpathia", tornano Ulf Theodor Schwadorf e
Allen B. Konstanz con il nuovo, attesissimo lavoro: "The Wolves Go Hunt
Their Prey". In copertina, un'immagine che sembra tratta dalle fiabe
dei fratelli Grimm: una contadina sta attraversando un sentiero e, in
primo piano e dietro una roccia, due lupi la stanno aspettando.
Si potrebbe pensare ad un concept sui lupi, o sui lupi mannari, visti
anche i titoli delle prime canzoni. In realtà, il disco riserva altre
sorprese. Leggete la recensione per saperne di più.
"Amala & Kamala" è un'introduzione fiera, dal ritmo marziale.
La melodia delle chitarre, ben presto sostenuta dalle tastiere, ha un
qualcosa di malinconico, di nostalgico.
Il suo procedere lento e severo è interrotto dal riff di chitarra
nervoso che apre "She-Wolf". Lo stile vocale cupo e lugubre del
cantante non è cambiato rispetto al passato, così come il tipo di
melodia. Nel corso della canzone si nota, comunque, che gli elementi
sinfonici siano stati messi un po' (solo un po') in disparte, a favore
di un suono più metal e rabbioso. Le tastiere si fanno vive, in genere,
nel corso dei ritornelli, o quando ha luogo un apertura melodica
particolarmente importante. Per il resto, i The vision Bleak non
apportano grandissimi cambiamenti al loro stile. Di sicuro, il gruppo
conferma il suo duraturo stato di grazia, visto il songwriting
convincente, il bel passaggio strumentale a metà canzone (molto heavy
metal, arrangiato alla perfezione) ed un groove che non si esaurisce
mai. Ottima canzone
"The Demon Of The Mire" ha un attacco davvero brutale, con la
batteria a mille. Dalle ombre del loro songwriting riemergono elementi
thrash metal: il mid-tempo nel quale interviene la voce è davvero
cocciuto ed accattivante. Le tastiere sono sempre presenti, ma più che
altro per sottolineare qualche passaggio. Per il resto è la classica
triade chitarra-basso-batteria a farla da padrona: a quanto pare, "The
Wolves Go Hunt Their Prey" si rivela essere il lavoro più violento di
questi artisti. La formula vincente della strofa inquietante seguita da
un ritornello molto melodico viene sfruttata a dovere. Il duo è conscio
del suo potenziale, e sono lieto che non si avverta un calo di qualità,
uscita dopo uscita. Evidentemente il loro è un talento inesauribile.
Ah, ci tengo a precisare una cosa: lo stile più violento e grintoso non
va a sminuire il potenziale evocativo del gruppo. Questa musica riesce
sempre a comunicare sensazioni oscure, e questa è una gran cosa.
Lasciamo ora il tema dei lupi, che ha caratterizzato queste prime tre
traccie, e passiamo subito a "The Black Pharaoh Trilogy". Antico Egitto
quindi, nella più classica tradizione da film horror dei tempi passati!
Il primo capitolo della trilogia è un'introduzione, realizzata
abbastanza prevedibilmente utilizzando scale arabe. Sembra di ascoltare
la musica di sottofondo di quei documentari sull'Egitto, avete
presente? Poi intervengono le chitarre, e la tastiera. L'effetto è
molto evocativo, e ci allontana dai freddi boschi nordici infestati dai
lupi. A un certo punto un coro intona un "Hail! Hail!" molto anthemico:
di sicuro, diventerà un classico dal vivo!
"Part I: The Shinning Trapezohedron" (sì, c'è proprio scritto
"Shinning") mantiene nella sua struttura le scale orientali, pur
inserendole in un contesto più occidentale. Le tastiere, con note
lunghe, creano un'ottimo sottofondo, che con la sua austerità sembra
trasportarci in un luogo lontano nel tempo. A vivacizzare il tutto ci
pensano le chitarre e la sezione ritmica, vitali come non mai. La voce
è sempre impeccabile, e sembra più intenta a declamare il testo che a
lanciarsi in melodie vincenti. La composizione scorre via lisca come
l'olio. Si sente che l'ispirazione non manca, e forse anche i richiami
all'amato Lovecraft (vedi il titolo) hanno avuto la loro parte. Le
melodie arabeggianti ritornano di tanto in tanto, anche in maniera
prepotente, così come i cori. In questo caso l'arrangiamento è
magniloquente come in passato, con tanto di campane. Buon lavoro: una
manna per chiunque ami questo genere di sonorità.
"Part II: The Vault Of Nephren Ka" ci riporta alle sonorità più tipiche
degli austriaci, con un ritmo deciso ma mai veloce. Le solite melodie
gotiche (non nel senso di gothic, ovviamente), accompagnate con la
consueta grinta, ed un arrangiamento ineccepibile. Ciò che rende unici
i The Vision Bleak è proprio questa capacità di rendere convincenti, e
mai puerili, i propri arrangiamenti sinfonici. I suoni sono tutti ben
studiati, e resi con una qualità non comune. Non si accontentano di
utilizzare tastierine da due soldi (come è accaduto, ad esempio, nei
primi lavori degli Empyrium), ma cercano il meglio. E poi è la cura nel
particolare che stupisce. Riuscire a coniugare ispirazione, entusiasmo
e cura nei dettagli è sempre difficile, ma la band ci riesce. Tra i
passaggi più emozionanti del brano, si segnala il crescendo sinfonico
che prelude la sezione solista della chitarra.
Con "The Eldrich Beguilement" tornano a farsi vivi i riff
thrasheggianti, presto però assorbiti da un ritmo terzinato carico di
passione. Per il resto, la formula compositiva è sempre la medesima,
anzi, in questo caso alcune scelte compositive si avvicinano
pericolosamente a quelle della canzone "Carpathia": mi riferisco al
mini riff fra le strofe ed alla progressione del ritornello. Comunque,
una canzone nella norma.
"Evil Is Of Old Date" è una traccia molto tirata, dai volumi
altissimi. Energica, riprende gli elementi orientali e azzanna
l'ascoltatore alla gola. Arrembante, mette in mostra tutto il talento
del gruppo, che di album in album acquista sicurezza. Di sicuro, ci
troviamo di fronte ad una realtà interessantissima. Forse un po'
pacchiana per i detrattori della musica teatrale, ma di sicuro
interesse per chiunque sia sensibile a certe sonorità.
Ecco ora l'ultimo brano, "By Our Brotherhood With Seth". Si tratta
di una canzone non velocissima, ma molto intensa. La strofa è nervosa,
il ritornello più aperto (non disteso però). Le chitarre hanno un
volume alto e sguaiato, e gli elementi sinfonici arricchiscono
l'arrangiamento qui e là. Anche questo ritornello è abbastanza facile
da assimilare, ed è probabile che i fan lo intonino durante i concerti.
Belle come al solito le parti strumentali, nelle quali le chitarre
fanno sempre la parte del leone.
Probabilemente, "The Wolves Go Hunt Their Prey" susciterà meno scalpore
di "Carpathia". Questo perchè tra il secondo lavoro della band ed il
primo si era verificato un notevole salto qualitativo. Cosa che invece
non si è ripetuta con questo nuovo disco. In termini di qualità, siamo
sui livelli di "Carpathia", senza però cadute di tono. Inoltre, i
musicisti hanno prestato più attenzione alle chitarre ed all'impatto,
lasciando da parte le melodie di matrice gothic e limitando di molto i
passaggi atmosferici. Al tempo stesso, il lavoro è molto omogeneo e
talvolta si avverte l'utilizzo di qualche clichè.
A conti fatti, comunque, "The Wolves Go Hunt Their Prey" rimane un gran
bell'album. I The Vision Bleak non sembrano risentire di cali di forma,
e l'ispirazione è sempre presente. Ragion per cui, assegno a questo
lavoro il medesimo voto del precedente, perchè sono sì diversi, ma di
qualità complessivamente simile.
(Hellvis - Ottobre 2007)
Voto: 8
Contatti:
Sito The Vision Bleak: http://www.the-vision-bleak.de/
Sito Prophecy Productions: http://www.prophecy.cd/