THEUDHO
Cult Of Wuotan
Etichetta: Det Germanske Folket
Anno: 2008
Durata: 49 min
Genere: blackened pagan metal
Avevamo lasciato i belgi Theudho con il loro primo album "Treachery".
Dopo l'uscita dell'album il session man Bastiaan rimase in pianta
stabile. Durante le sessioni di registrazione del nuovo album, il
manager dell'etichetta fiamminga Nepherex disse che era meglio
aggiungere un bassista e un batterista, così Filip dei Gorath e Joachim
dei Wanhoop rimasero anche loro. Con questa formazione venne pubblicato
nel 2006 "The Völsunga Saga", disco non troppo acclamato a dire il
vero, prodotto sotto la guida di Raf degli Ancient Rites.
Successivamente i Theudho cominciarono ad esibirsi dal vivo: dapprima
in piccoli locali, poi vennero contattati per qualche data in Germania
e in Olanda. Infine si esibirono al leggendario (???) club belga
Biebob. Da che partirono come Band di studio, ne fecero molti di
concerti. Proprio durante queste esibizioni, i Theudho cominciarono a
scrivere del nuovo materiale: il terzo album, questo "Cult Of Wuotan".
La copertina del disco è divisa in due parti: in quella superiore
c'è Wuotan (Wotan, Odino etc.) seduto sull'Hliðskjálf, il suo trono,
brandendo spada e lancia, attorniato da due lupi e dal suo esercito in
una notte di luna piena (sembra luna nuova ma credo sia dovuto alle
nuvole); in quella inferiore c'è invece un soldato che guarda l'alba in
un posto desolato accerchiato dalle foreste. Il nome dell'artista
autore del disegno figura in basso a destra. Anche la serigrafia del CD
è fatta in modo professionale: predomina il marroncino, credo, e
raffigura Wuotan in sella a Sleipnir che guida il suo esercito in
battaglia. Il libretto contiene tutti i testi, o almeno credo perché
nel promo inviatomi non c'è, ma leggendo in giro pare che ci dovrebbero
essere.Resta ora da analizzare le undici tracce di questo album-tributo
alla tradizione di Wuotan, che come si è detto molte volte è la
versione germanica di Odino.
La prima canzone è intitolata "Zeitenwende". Tastiere e pianoforte
introducono un'atmosfera piuttosto rimbombante, così come i corni. Il
tutto dà un forte sapore epico alla canzone, così come il testo,
recitato da una voce pulita, che narra del tempo anteriore alla venuta
di Cristo, in cui gli uomini non vivevano per falsi ideali ma per la
loro natura guerriera. Questa semi-strumentale dura poco ma è l'inizio
giusto per questo album.
Si passa dalla lentezza della prima traccia alla forza dirompente
di "Terror Cimbricus", il cui inizio potente e veloce ha una forte
connotazione heavy, qualche riff è abbastanza ripetitivo, ma alcuni
sono veramente coinvolgenti supportati da una batteria martellante ma
precisa. Le tastiere fanno la loro parte dando il giusto sound di
sottofondo alla chitarra. Testo e musica trasmettono un'atmosfera
guerresca, anche grazie al growl simile a quello di Johan Hegg degli
Amon Amarth. Una traccia suonata in modo convincente e coinvolgente, si
rimane abbastanza catturati da non notare qualche riff ripetuto troppe
volte per quel contesto. In sostanza parla dei Cimbri, una popolazione
del nord che decise di trasferirsi, in una zona che comprende l'odierna
Austria e Slovenia. Dapprima i romani decisero di lasciarli in pace, ma
poi li attaccarono. I cimbri, che credevano in Wuotan, resistettero e
sconfissero i romani.
La terza traccia, "Thumelicus", riprende la potenza della traccia
precedente ma senza la nota guerresca. Infatti qui si parla di
Thumelico, figlio di Arminio, liberatore della Germania, e di
Thusnelda. Questo Thumelico nacque come schiavo perché sua madre fu
catturata. Venne dunque portato a Ravenna dove morì come gladiatore.
L'intro di chitarra dal sapore heavy si mescola bene con i riffs
pagan che si susseguono a grande velocità, fino ad arrivare ad un
intermezzo centrale acustico, per poi riprendere il ritornello iniziale
con tanto di assolo finale, sempre heavy. Il tutto condito da voci,
rumore di spade, i tipici contorni pagan insomma.
La quarta traccia è "Harjaz". La parola harjaz deriva dalla parola
indoeuropea "koryos" che significa guerriero. Gli Ha-rii erano una
popolazione germanica che combatteva di notte, completamente dipinti di
nero per giunta. Un intro acustico apre la canzone, a cui si susseguono
veloci riffs di matrice viking, senza trascurare qualche passaggio
heavy conditi da note più black che pagan. Nella parte centrale queste
tre soluzioni si mescolano per ottenere un risultato gradevole
all'orecchio. Il finale riprende la parte iniziale.
Si passa dunque alla quinta traccia, "Silence Reigned Over The
Bog". Atmosfere tipiche del symphonic black metal aprono la canzone che
passa a momenti più pagan metal. Una voce femminile s'intreccia con una
voce maschile pulita recitando i primi due versi del testo, per dar poi
spazio al growl. Potente e fiera, rallenta con qualche passaggio
acustico lasciando spazio ad un bel assolo , ripartendo daccapo con un
ritmo veloce ben eseguito. Anche in questo caso, la canzone termina
come inizia, riproponendo i versi iniziali ma con i versi al passato,
sempre cantati a due voci. Questa traccia parla delle persone che
venivano condannate e sacrificate a Wuotan (Odino), Donar (Thor) e Frô
durante l'Era del Ferro: criminali, prigionieri di guerra, adultere
etc. I loro corpi venivano gettati nelle paludi, venivano cancellati in
maniera definitiva, non per punirli o per vendicare le vittima, ma per
evitare che la loro influenza portasse sulla cattiva strada gli altri
membri della tribù.
La sesta traccia si intitola "The Fall Of Rome". Lo storico Edward
Gibbon attribuisce la caduta di Roma alla degenerazione dei costumi del
popolo romano, influenzato da religioni e culture diverse, acquisite
tramite l'espansione dell'impero. A scuola si impara anche che
l'esercito romano arruolava anche uomini dai territori conquistati,
cosa che portò allo sfascio l'esercito e quindi anche il controllo
sulle popolazioni straniere. La canzone comincia con i soliti rumori di
battaglia e un rullo di batteria. Prende piede un ritmo abbastanza
cavalcante, in questa traccia chitarra e batteria si legano veramente
bene, accompagnate dal growl da qualche sporadica prestazione pulita.
La batteria è martellante al punto giusto: unica pecca (che riguarda un
po' tutto il disco a dir la verità) è rappresentata dai riff ripetuti.
Alla lunga può scocciare, ma sono suonati così bene che ci si può
passar sopra. Note di tastiera spengono questa traccia per accendere la
successiva "Veleda". Veleda era una veggente che predisse la vittoria
dei germani sui romani. Dopo la profezia, un gruppo di ribelli
teutonici sconfisse quattro legioni romane. Questa traccia vede l
partecipazione più attiva della voce femminile, che si occupa del
ritornello. Inizio lento ma epico, supportato da tastiere che
snocciolano atmosfere guerresche. I riff qui sono abbastanza heavy
all'inizio, ma mano a mano che la traccia scorre diventano sempre più
pagan. La voce femminile, che interpreta Veleda, è abbastanza eterea da
rendere il tuo come sognante, per rendere meglio le visioni del futuro.
Note acustiche di chitarra e un coro aprono "Ahnenkult". Sembra quasi
una canzone maideniana all'inizio, ma potenza aumenta fino ad un
rallentamento dove le tastiere si rendono più evidenti e un assolo di
chitarra apre le porte ad uno di tastiere (bello il primo, non tanto il
secondo). Il ritmo ritorna ad essere veloce per poi calare di botto nel
finale. Si parla della vicenda di un re, Radboud, e di un monaco,
Wulfram. Il missionario giunse un giorno alla corte del re per
insegnargli i precetti cristiani. Nel momento del battesimo, Radboud
domandò a Wulfram dove fossero finiti i suoi antenati ed egli gli
rispose che erano dannati perché non battezzati. Così il re rifiutò il
battesimo, preferendo le fiamme dell'inferno con i suoi antenati
piuttosto che andare in paradiso.
"Wuotanes Her" parte a raffica con pompose tastiere di sottofondo.
Finalmente si intravede qualcosina di black, la voce assomiglia più ad
uno scream che ad un growl, i riff sanno di vero black pagan. Ma la
ciliegina sulla torta è la parte centrale: un pezzo acustico con voce
pulita che dà vita ad un assolo ispirato, per poi ritornare ai lidi
iniziali che concludono la traccia. Si parla qui dell'armata fantasma
che comanda Wuotan attraverso i cieli notturni: sono uomini non-morti
(zombie?) che furono iniziati al culto di Wuotan che vissero e morirono
per la spada. Si fa il confronto con i cristiani, i quali invece fanno
di tutto per vivere più a lungo evitando gesti eroici.
La decima traccia è "Prophecies in Fire". Dal suo trono, Wuotan e
Frîja osservano il re Geirröd Hrauthungson. Lui e suo fratello vennero
cresciuti dalle due divinità ed ora egli vuole riappropriarsi del suo
regno. Frîja dice a Wuotan che Geirröd ha l'abitudine di torturare gli
ospiti indesiderati, così Wuotan andò controllare che ciò fosse vero.
Ma Frîja mandò un messaggero al re avvisandolo che sarebbe arrivato un
mago maligno che avrebbe cercato di entrare a corte. Individuatolo, il
re lo fece torturare perché Wuotan non volle rivelarsi. Solo Agnar,
figlio del re, mostrò un po' di pietà dandogli da bere, così Wuotan gli
predisse che presto il regno sarebbe stato suo perché il padre sarebbe
morto prima che rivelasse la sua identità. Il re, avendo capito lo
sbaglio, cercò di rimediare ma inciampò e rimase impalato da una spada.
Stavolta si torna al growl, accompagnato talvolta dalla voce femminile.
Lenta, riff ripetuto alla black, voce sussurrata danno finalmente un
senso a quel "blackened" vicino a pagan metal del genere. Anche se
nella parte successiva si riprendono quei riff pagan già citati
supportati dall'onnipresente tastiera. Testo e musica abbastanza brevi
ma ben concentrati.
Si arriva così all'ultima traccia, "Ergriffenheit": è una breve
outro composta da leggere note di pianoforte, con tastiera in
sottofondo, molto atmosferica, una voce pulita legge il breve testo che
parla di Wuotan. Lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung scrisse un
saggio intitolato "Wotan". In esso diceva che il culto di Wuotan
scomparve perché non era più il suo tempo, rimanendo nell'anonimato,
fino a quando i tempi non decideranno il ripristino. Jung lo paragona
al letto di un fiume: l'acqua fluisce, ma prima o poi ritorna nel suo
letto.
In conclusione debbo dire che i Theudho si definiscono blackened
black metal, ma io lo definirei più heavy pagan metal, perché sono
veramente molte le influenze heavy in chiave chitarristica. Anche per
l'attitudine, le tematiche, la prevalenza del growl, sembrano strizzare
l'occhio più al viking che al black. In sostanza è un ottimo disco,
anche se ci sono molte cose da correggere, tipo dare più varietà alle
canzoni. La produzione è ottima, tutti i suoni si sentono bene e sono
pulitissimi. L'esecuzione è poi da manuale. Questi sono fattori che
alzano il punteggio. Anche la conoscenza della materia trattata ha il
suo valore. Non vorrei esagerare, ma credo che per i fan di questo
genere sarà un buon disco da ascoltare spesso, e credo che anche gli
altri non gli faranno prendere troppa polvere. Tuttavia, c'è ancora
qualcosa da migliorare e sono sicuro che questi belgi hanno intrapreso
la strada giusta. Attendo con ansia il loro prossimo lavoro, questo mi
ha già soddisfatto, vedremo in futuro la loro evoluzione.
(Kaiser Zar Luka - Luglio 2008)
Voto: 7.5
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