THE SWEET
Sweet Fanny Adams
Etichetta: RCA Records
Anno: 1974
Durata: 39 min
Genere: hard/glam rock
Se c'è una cosa che ho sempre fatto fatica ad accettare è la necessità
di etichettare ogni produzione discografica e costringerla all'interno
di un determinato genere musicale. Capisco anche che si tratta di una
necessità, utile a far capire rapidamente di cosa stiamo parlando,
senza doverci dilungare in articolate spiegazioni. Ma a volte non ci si
capisce comunque, perchè l'attribuzione di un prodotto ad un genere o
ad un altro rimane soggettiva e può nascere qualche malinteso.
Non riesco invece proprio a tollerare, da sempre, la divisione
della musica in "caste". Chiunque ascolti heavy metal può capire di
cosa stò parlando, perchè almeno una volta nella vita gli sarà capitato
di essere stato guardato come una bestia rara da qualche fan di un
genere considerato più "colto" o "intelettuale". Questo "complesso di
superiorità" colpiva in modo particolare chi seguiva la cosiddetta new
wave agli inizi degli anni '80 (non si contano le discussioni che ho
avuto con questi personaggi!!!), oppure chi ascoltava progressive negli
anni '70; in particolare i casi più gravi si presentavano tra i fan dei
Genesis (quelli in classe con me erano intollerabili!!).
Purtroppo anche all'interno dello stesso hard rock e del metal c'è
questa tendenza a considerare le band più scanzonate e dismnpegnate
come inferiori e quindi a trascurarle; basta pensare agli sproloqui di
Joey De Maio riguardo al "true metal" e puttanate varie. Oppure,
tornando agli anni '70, all'arroganza che in genere mostrano gli
appassionati dei Led Zeppelin o dei Deep Purple nei confronti di altre
band di quel periodo. Un argomento questo che ho già in parte
affrontato in occasione della recensione del grande "Blue For You"
degli Status Quo.
Tutta questa introduzione per arrivare a parlare degli Sweet,
prototipo della band sottovalutata dai signori di cui sopra e presa ad
esempio quando si parla di rock leggero e senza pretese, definendo la
loro musica "bubblegum pop". Questo forse a causa di un inizio di
carriera, a cavallo tra '60 e '70, molto easy e segnato da canzonette
che ascoltate oggi risultano sinceramente ridicole ("Poppa Joe",
"Co-Co", "Chop-Chop", "Wig Wam Bam", "Funny Funny"... solo i titoli
fanno sorridere). Ma quando la band, nel 1974, decide di gestire
direttamente il proprio destino, liberandosi quasi completamente dalle
composizioni da classifica firmate dalla coppia Chinn e Chapman, tra
l'altro esterna al gruppo, diventa una hard rock band di tutto
rispetto, dalla buona preparazione tecnica dimostrata in esibizioni
live travolgenti. Il look rimane molto glamour, stivali argentati con
zeppe, lamè e lustrini, ma negli anni '70 non ricordo personaggi
particolarmente sobri!! Dal punto di vista compositivo questa
"emancipazione" musicale dà vita a "Sweet Fanny Adams", l'album
protagonista di questa rece e primo vinile da me acquistato, dopo anni
di audio-cassette.
Michael Thomas Tucker (batteria), Brian Francis Connoly (voce),
Steve Norman Priest (basso) e Andrew David Scott (chitarra), come vi
dicevo, arrivano a "Sweet Fanny Adams" dopo anni di pop-rock hit, che
avevano dato alla band una notevole popolarità. Uno dei più noti,
"Blockbuster", sale al primo posto nelle classifiche inglesi alla fine
del 1973. Teoricamente non esisteva nessuna ragione per abbandonare
questo stato di cose. Evidentemente però questa collocazione stava
molto stretta agli Sweet, che avevano già dimostrato dal vivo di essere
estremamente duri e portati a dilatare le canzoni con lunghe
improvvisazioni, come tanti loro contemporanei. Storico il concerto al
Rainbow Theater di Londra del 21 Dicembre 1973, uscito originalmente
come secondo vinile del doppio "Strung Up" e ristampato diverse volte
anche su CD, ma uscito in Italia solo nel 1976 come "Live In England".
Sfruttando la fiducia che ormai la RCA ha nei loro confronti, il combo
decide di rendersi quasi completamente indipendente dal punto di vista
compositivo e registra nove nuove canzoni, sei loro, una cover e due
pezzi firmati Chinn/Chapman, ma scelti accuratamente in modo da essere
coerenti con il resto del disco. Ad aprire la side A la veloce "Set Me
Free" composta da Andy Scott: subito salta all'orecchio il biglietto da
visita degli Sweet, i cori a quattro voci. Ancora oggi nel blog di Andy
c'è chi chiede quali trucchi la band usasse in studio per realizzare
questi intrecci vocali al limite dell'umano ed ogni volta le risposta è
la stessa: "nessun trucco, a parte le nostre voci...".
Notevoli dal punto di vista tecnico i passaggi di batteria che legano
tra loro le varie parti del pezzo e l'assolo centrale di chitarra. La
canzone ha un tiro notevole, struttura semplice ed immediata ed è
talmente facile da ricordare che è stata scelta come cover da una
infinità di gruppi. Ricordo come quella meglio riuscita la versione di
Vince Neil nell'album "Exposed". Nel finale c'è spazio per l'ego dei
musicisti, che si esibiscono a turno in brevi assoli, nella miglior
tradizione hard rock. Segue "Heartbreak Today", un composizione dalla
struttura rocciosa, caratterizzata dalla chitarra terzinata e dai
sempre presenti cori. L'assolo di Scott porta in evidenza un'altra
caratteristica della band, cioè il grande gusto del chitarrista nel
costruire parti soliste sempre strettamente legate all'economia della
canzone. Ogni nota viene eseguita esclusivamente per rendere migliore
la composizione e mai per il gusto del virtuosismo inutile. In questo
modo non si ricordano solamente i ritornelli delle canzoni, ma si
memorizzano immediatamente anche tutte le parti soliste. Il finale si
allontana completamente dal resto della canzone; la scelta di dividere
drasticamente gli strumenti, la chitarra a sinistra e il basso a
destra, la batteria dal tempo jazz e la qualità eccelsa dei suoni fà sì
che questa canzone venisse utilizzata per testare gli impianti Hi-Fi!
"No You Don't" è la prima canzone di Chinn e Chapman che incontriamo
nell'ascolto dell'album. La struttura è completamente differente da
quella delle canzoni che la coppia aveva precedentemente scritto per il
gruppo. L'uso particolare della chitarra acustica e i molteplici cambi
di tempo la rendono tutto tranne che commerciale. Altra caratteristica
il fatto che sia cantata da Steve Priest. Particolare anche
l'intermezzo centrale, dove vengono utilizzate le tastiere per
realizzare particolari effetti sonori, accompagnati dal un ritmo
tribale imposto della batteria. La seguente "Rebel Rouser", introdotta
dalla batteria, riprende le caratteristiche delle prime due tracce in
versione più rock 'n' roll: riff di chitarra potente e tempo veloce con
le voci dei quattro che si alternano. Breve ed incisive le parti
soliste della chitarra, sorrette da cori in falsetto perfettamente
eseguiti. Chiude la prima facciata "Peppermint Twist" (1961) di Joey
Dee, a sottolineare il lato più glam della band. Il risultato è
simpatico e scanzonato, anche se non è certo uno dei momenti più
significativi di "Sweet F.A.". Giriamo il vinile ed affrontiamo la
title track. Siamo di fronte ad una delle canzoni più riuscite del
quartetto inglese. La struttura è composta da una serie di sequenze
strumentali che introducono le strofe, con tempi molto diversi tra
loro, dove la batteria non si limita quasi mai a tenere semplicemente
il tempo, ma inventa in ogni singola sezione un accompagnamento
diverso, con hit-hat e cassa, rullante e cassa o con il drum-kit al
completo. E' certamente il pezzo forte di Mike Tucker, il batterista,
dove dimostra la sua grande preparazione e la notevole fantasia. Ad
accompagnare il ritornello, sempre ricco di cori ai confini della
realtà, dove nella maggior parte dei casi la batteria deve limitarsi a
tener il tempo, c'è invece lo slego maggiore e basso e batteria fanno
veramente "il Circo". Durante le due sezioni dedicate all'assolo di
chitarra, una centrale e una al termine, l'improvvisazione si scatena e
sembra di essere davanti ad una jazz-rock band composta da dieci
elementi. Alla conclusione della seconda, per porre fine anche alla
canzone, un'esplosione, quasi a voler dire "questa volta abbiamo
veramente esagerato!!". Cambiamo registro e ci ascoltiamo "Restless",
altra canzone cantata da Steve Priest, il bassista. Si tratta di un
mezzo tempo, sorretto da un bel riff glam-rock, ancheggiante come una
modella ad una sfilata. La voce di Steve, la più alta come intonazione
delle quattro, risponde ai cori del ritornello in modo ammiccante,
quasi soul. Piacevole e frivola al punto giusto. Ma, introdotta di
nuovo dal rullante di Mike, torniamo all'hard rock più sanguigno con
"Into the Night", composta e cantata da Andy Scott. Il suono è
veramente duro e le pennate della chitarra fanno tremare i diffusori.
Le strofe sono cantate su un tempo spezzato, pieno di stacchi, ma sul
ritornello il tempo raddoppia e si parte alla grande. Anche l'assolo,
come sempre armonico e immediato, è costruito sul tempo veloce. Si
torna all'accompagnamento rullante-cassa dell'introduzione nella parte
centrale, dove mentre una campana lontana scandisce la mezzanotte, una
voce d'oltretomba pronuncia chissà quali maledizioni: tanto per
ricordarci che stiamo ascoltando una hard-rock band, mica Raul Casadei.
In calce alla composizione, della serie "l'ho scritta io e ci metto
quello che voglio!!", decine di chitarre che si intrecciano in una
tempesta di note provenienti da tutto il pentagramma.
Signori siamo arrivati alla fine; per concludere un rock 'n' roll che
sembra uscito da "Happy days" scritto dai soliti Chinn/Chapman, quasi a
fare la coppia con "Peppermint Twist", che concludeva la side A. Il
pezzo è carino ed orecchiabile, forse un po' troppo da veglione di
capodanno, ma comunque rapido e indolore... del resto il meglio lo
abbiamo già sentito e difficilmente ce ne dimenticheremo!!
Sia chiaro, io non devo e non voglio convincere nessuno delle mie
idee riguardo questo album, però vi invito a fare una riflessione.
Siamo nel 1974: sia i Deep Purple che i Led Zeppelin hanno già
pubblicato molti ottimi album, così come Black Sabbath, Atomic Rooster
, Black Widow, Uriah Heep, Alice Cooper ecc.. Il '74 è anche l'anno
dell'esordio di band come Rush e Montrose oltre ad essere quello in cui
esce il fondamentale "Phenomenon" del U.F.O.. Ora, dopo aver ascoltato
"Sweet Fanny Adams", ditemi sinceramente quanti degli album che ho
menzionato suonano oggi altrettanto dannatamente "hard" e quanti
possono vantare una produzione così attuale e fresca, che dimostra
10/15 anni in meno. Non sembra un disco di quegli anni! Oltre,
ovviamente, alla qualità elevata delle canzoni, potenzialmente tutte
degli ottimi singoli.
Quindi, nel momento in cui ricordate le grandi hard rock band del
passato, quelle senza le quali non ci sarebbe la musica che oggi
ascoltiamo, ricordatevi anche degli Sweet. Fate come Saxon, Black 'n'
Blue, Vince Neil, Steve Stevens, Girlschool, Raven, etc. che ne hanno
riproposto le canzoni o come tante altre band che ne hanno saccheggiato
i riff e le strutture senza dichiararlo apertamente (Gamma Ray,
Warrior, Easy Action, etc.). Non fermatevi a "Smoke On The Water" e
"Whole Lotta Love", vi perdereste un sacco di buona musica.
P.S.: Per la cronaca, gli Sweet esistono ancora, sono continuamente
in tour e producono nuovi album (l'ultimo, "Sweetlife" è del 2002),
anche se l'unico elemento originale rimasto è Andy Scott.
Steve Priest si è ritirato da anni a vita privata nella sua residenza in California.
Purtroppo, Brian Connoly dal 1997 e Mick Tucker dal 2002, si esibiscono
su un palco per ora a noi tutti negato, insieme a Chuck Schuldiner,
Dimebag Darrell, Jimi Hendrix, Vincent Crane, David Byron, John Panozzo
e tanti altri grandi... ovunque sia questo luogo, non esiste nessun
altro posto dove sia più indicato cantare "...I wanna rock 'n' roll all nite and party every day!!!".
(J.L. Seagull - Novembre 2007)
Voto: 9
Contatti:
Sito internet: http://thesweet.com/