THE PSYKE PROJECT
Daikini
Etichetta: CPH Sound
Anno: 2005
Durata: 72 min
Genere: post-metal / hardcore
I The Psyke Project nascono nel 2001 in Danimarca, spinti dal profondo
amore per i suoni cupi e brutali dell'hardcore e per la sincerità e
l'onestà dimostrata dai molti gruppi della scena. Tra il 2003 ed il
2004 registrano e danno alle stampe il loro debut album "Samara", che
permette loro, grazie a buone recensioni e consensi, di aprire i
concerti di band ben più famose come Raging Speedhorn, The Dillinger
Escape Plan, Zao, Cataract e molti altri ancora. Nel 2005 realizzano,
quindi, per la CPH Sound il loro secondo album, "Daikini", che dà loro
maggior visibilità ed è accolto dalla stampa specializzata e dagli
addetti al settore in maniera entusiasta.
Leggendo la biografia allegata ed i voti molto alti affibbiati a questo
lavoro dalle numerose testate europee del settore ho inserito con
curiosità il CD nel lettore; messe le cuffie e regolato il volume, ho
premuto il tasto play ed un muro di suono mi ha assalito: riff
cadenzati ed ipnotici, dal suono pesante; una batteria essenziale e dal
suono eccessivamente scarno; doppie voci, una in screaming, l'altra
molto più ruvida ed arrabbiata; un assalto costante e duraturo che non
lascia scampo. Questo è "Invitation" il brano d'apertura.
"For Us To See For Us To Help" ha un inizio acustico, costruito
interamente su di una ritmica basso/batteria martellante, fatta di
continui crescendi in modo da instaurare nell'ascoltatore quasi un loop
emozionale. Giunti all'apice ecco che l'estrema violenza riprende il
sopravvento; le chitarre, in questo caso, sono secche e taglienti; il
suono generale risulta molto pieno e saturo, la melodia di fondo invece
è orecchiabile ed incisiva e funge da buon appoggio per le urla inumane
di Martin . Bella la contrapposizione evidente tra le chitarre
distorte, dal suono corrosivo e rozzo ed i riff di acustica in
sottofondo. Bravi.
Anche "In The Mist" non lascia scampo; una generale atmosfera
malsana e violenta, giocata su ritmiche dissonanti, suoni distorti
all'inverosimile, arpeggi lunghi ed incessanti e sfuriate improvvise ai
limiti del grind, un vero schiacciasassi.
Con "Fimbul" si cambia improvvisamente registro; un brano lento, dalle
chitarre lente e pesanti, sludge-core; la ritmica è oppressiva e
pachidermica, un unico semplice riff ripetuto all'infinito, su cui
vengono ad inserirsi brevi divagazioni melodiche, atte a ridare una
certa verve al pezzo. Suoni glaciali e mortali avvolgono il tutto,
riuscendo in più di un'occasione a risultare convincenti e soprattutto
vincenti.
"Chaplin's Dream" non è altro che un caterpillar che travolge ogni
cosa, tanta è la furia e la foga che i cinque danesi ci sbattono in
faccia. Dimentichiamoci la melodia e tutto quel che ne consegue, un
solo ed unico martirio sonoro, un ferale assalto alle nostre membra
indifese. Un brano che riporta in più occasioni alla mente le sonorità
di gruppi ben più blasonati e conosciuti come The Dillinger Escape
Plan, Today Is The Day o Converge. Crudeli.
Una lunga introduzione acustica, dai riff dissonanti e dalle
ritmiche molto saltellanti, caratterizza il sesto pezzo, "Dark Halls
Red Floor"; un lieve giro di chitarra si staglia gelido ed ipnotico sul
fondo, creando quasi una leggera colonna sonora, giusto rilievo per
efferati delitti ed azioni. Onnipresente il basso distorto di Jeppe.
Circa a metà pezzo ha inizio una canzone completamente diversa, le
sonorità si fanno più gravi e pesanti, i riff molto più cadenzati e
lenti, ma sembra mancare quel giusto piglio e la giusta forma per poter
colpire sino in fondo chi ascolta. Le sorti sembrano rialzarsi quando
nuove aperture melodiche prendono posto e lo spirito acustico dei
nostri riprende vita tornando a citare e suonare le atmosfere iniziali.
Il finale è lasciato in mano alle vocals arrabbiate e brutali di
Martin. Un buon lavoro dei due chitarristi, Simon e Mikkel, è al centro
di "45 Tears"; chitarre fluide, veloci, incazzate che giocano molto sui
cambi ritmo e di approccio; più pesante e cadenzata l'una, tagliente,
veloce e decisamente ficcante l'altra. Bel brano.
"Som Soldater" risulta decisamente hardcore oriented, soprattutto
per quel che riguarda i cantati. Tutti i suoni escono più nitidi e
riconoscibili anche quando si riappesantiscono ed aumentano di
intensità.
Crescendo improvvisi e rallentamenti inaspettati costituiscono la base
portante del brano successivo "Desert Flower", dove tornano a
rinnovarsi la violenza, la saturazione e la malsana alchimia dei suoni;
partiture sludge, intermezzi hardcore e ripartenze veloci e sostenute.
Un altro bel pezzo.
"6 Billions Ways To Pay" scorre via velocemente, non mancando di
lacerare e colpire chi ascolta; un muro di suono che sfianca e sfinisce
in modo inesorabile. Lo sviluppo del brano che segue parte molto da
lontano, in maniera lenta, flebile, con accenni di suono e le singole
entrate degli strumenti come in punta di piedi; poi il suono cresce e
prende corpo, aumenta l'intensità e la foga esecutiva, gli strumenti
sembrano impazzire di rabbia e di dolore, dando sfogo ad energie
represse e brutali. Un lungo brano strumentale dove solo sul finale
compaiono urla insensate ed in convulse . "Darling" e " I Lie" non
cambiano di una virgola il trend compositivo dei nostri, fatto di
partiture veloci e pesanti, condite qua e là da stacchi, ora più lenti
e cadenzati, ora più sommessi e melodici, e dalla costante ricerca di
un suono malsano e malato.
Ed eccoci alla fine, "Conclusion", va a chiudere questo onesto secondo lavoro dei The Psyke Poject.
In pochi minuti torna a mostrarsi mirabilmente l'intero mondo
sonoro dei cinque danesi, pianeta che ho avuto modo di visitare più
volte, cercando ogni volta di scoprirne sempre più i segreti, cosa
strana, ma non inaspettata, di segreti da svelare non ve ne sono poi
molti. Una musica ed un genere che puntano principalmente sull'impatto
sonoro, perché no anche fisico, sfruttando all'inverosimile soluzioni
oramai risentite. Lunghe divagazioni acustiche ed atmosferiche cercano
di arricchire i suoni ed i brani, riuscendo in più occasioni a cogliere
nel segno, ma risultando nel contempo troppo prolisse e non ben
delineate. Gli Isis, i Cult of Luna o i seminali Neurosis, sono proprio
tutta un'altra cosa. In definitiva da lodare per la voglia e
l'intensità profuse, ma da dover sicuramente riascoltare dopo un
maggior snellimento dei brani ed una ulteriore ricerca nei suoni.
Settantadue minuti di violenza, rumore e pugni in faccia sono
decisamente troppi. L'ultimo brano è finito, il lettore pian, piano si
ferma ed io mi tolgo le cuffie, cerco di ricordarmi qualche riff che mi
abbia veramente colpito, qualche passaggio interessante, ma tutto quel
che mi torna in mente è il muro di suono prodotto e l'immagine di
copertina dell'album, strana ed inquietante. Peccato.
(Pasa - Novembre 2006)
Voto: 6
Contatti:
Mail The Psyke Project: contact@thepsykeproject.com
Sito The Psyke Project: http://www.thepsykeproject.com/
Sito CPH Sound: http://www.chp-sound.com