THE PROPHECY
Revelations

Etichetta: No Face Records
Anno: 2006
Durata: 67 min
Genere: gothic doom


Gli inglesi The Prophecy arrivano con "Revelations" alla seconda prova in studio, momento importantissimo della carriera di ogni band, che serve a dimostrare l'effettivo valore della propria proposta musicale. In particolar modo questi ragazzi hanno un difficile compito da svolgere, dato che con il precedente lavoro, "Ashes", molti sguardi si erano rivolti a questa nuova rivelazione.
Fortunatamente la prova è stata superata alla grande e i The Prophecy danno alle stampe un altro grandissimo lavoro in cui le atmosfere plumbee e decadenti del doom si sposano con la grandeur trascendentale del gothic, senza dimenticare le origini vicine al death metal che contraddistinguono tanti gruppi dello stesso genere. Cercando di sintetizzare il suono della band inglese, quindi, potremmo citare senza dubbio i My Dying Bride, veri padri ispiratori del gruppo, che posseggono gran parte delle caratteristiche presenti in "Revelations": l'alternanza delle voci pulite al growling di stampo death, la costruzione dei brani, l'uso di tempi dilatati, senza dimenticare la presenza del violino che fino a qualche anno fa era il tratto distintivo della Sposa Morente. Un ottimo esempio di questi influssi è proprio il pezzo iniziale "Odyssey", a metà strada tra "The Cry Of Mankind" e le ultime produzioni della band inglese. Il brano mostra un songwriting davvero invidiabile, che dosa con sapienza le alternanze tra attacchi metallici e rallentamenti delicati in cui a farla da padrone sono gli arpeggi e il violino.
Il pezzo seguente, "Rivers", nella parte iniziale devo dire che non riesce a convincere. Il motivo è facilmente individuabile e, a mio avviso, è il difetto principale dei The Prophecy, l'unica cosa che impedisce loro di essere davvero perfetti: mi riferisco alle parti di voce pulita ad opera di Matt Lawson. Se il cantante infatti si trova perfettamente a suo agio nelle parte gutturali, non si può dire lo stesso dei momenti melodici, dato che, pur non avendo una brutta voce, il suo stile manca di quella profondità interpretativa che invece rende unico un Aaron Stainthorpe. Il risultato sono delle linee vocali un po' monotone e lamentose, che non riescono a comunicare quello stato di vera sofferenza che dovrebbe trasparire dai pezzi. Molto meglio invece la seconda parte del brano, in cui la musica si risveglia con demoniaca furia, lasciando via libera alle chitarre, che come un fiume in piena crescono e si gonfiano fino a spazzare via tutto.
Con "Cascades", invece, la band firma una delle sue vette. Il brano non si discosta molto dallo stile descritto, ma rallenta ancora un po' i toni, raggiungendo la giusta intensità, quello stato di disperazione che si trasforma ora in un grido di angoscia e disperazione, ora in un malinconico dolore lontano e sommesso, che culla l'ascoltatore con quel suo triste languore. Con questo brano, che per certi versi integra anche alcuni elementi degli Anathema di "Pentecost III", la band dimostra di sapersi destreggiare alla perfezione anche nei pezzi più lunghi ed articolari (parliamo di composizioni che superano i 10 minuti), portando sempre alla luce nuove sfumature, modificando accenti e variando le trame chitarristiche in modo da coinvolgere senza mai annoiare.
Dopo la breve (si fa per dire...) "Willow's Hope", un pezzo di 'soli' sette minuti leggermente più accessibile in cui compare un buon lavoro di pianoforte da parte di Katie Callorook, e la title track, si passa alla pregevole "Of Darkness" che, come si può capire anche dal titolo, rappresenta un po' l'episodio più estremo del disco. La musica dei The Prophecy si tinge di rosso luciferino e si ammanta di tenebre creando una lunga composizione sinistra e ruvida, in cui si staglia poderoso il growling del cantante.
Se "Of Darkness" è certamente uno degli episodi più riusciti del disco, è anche vero che il brano successivo è anche migliore: "Broken" rimescola nuovamente le carte in tavola, puntando tutto questa volta sulla malinconica sofferenza dei migliori Anathema. Il pezzo, che si snoda su ben 14 minuti di lunghezza, riesce davvero ad ammaliare, trascinando l'ascoltatore in un flusso di sensazioni difficili da condensare in poche parole. Si passa da arpeggi soavi a scariche elettriche con grande maestria, mantenendo sempre ai massimi livelli quell'eleganza e quella grazia che contraddistinguono i grandi artisti. Anche la prova vocale di Lawson sembra rinascere in questo pezzo, aggiungendo qualcosa in più anche al lato interpretativo affidato alla voce pulita.
Per concludere, quindi, non posso che congratularmi con questa pregevole band, che pur non inventando niente di nuovo, rilegge tutta la tradizione del doom/death dalle tinte gotiche con maestria e abilità. Chissà, se col prossimo album la band riuscirà a suonare in maniera più personale e a migliorare alcuni aspetti del proprio sound (la voce su tutti), può darsi che ci ritroveremo a parlare di un nuovo capolavoro del genere.

(Danny Boodman - Gennaio 2006)

Voto: 8


Contatti:
Sito The Prophecy: http://www.the-prophecy.net/

Sito No Face Records: http://www.nofacerecords.co.uk/