SVARROGH
Yer Su

Etichetta: Ahnstern Records / Steinklang Records
Anno: 2008
Durata: 78 min
Genere: folk moderno ed oscuro, dai tratti industrial


"Yer Su" è il nuovo lavoro di Svarrogh. Racchiuso in un bel digipack, sulla cui copertina campeggia il volto di una bambina che ci guarda dal basso in alto, mentre regge un cesto colmo di fiori. Il libretto, di dodici facciate, contiene stralci dei testi, e riporta immagini naturali. Testi e titoli sono tutti in bulgaro, ma per fortuna è riportata accanto una traduzione in inglese.
"Yer Su" è stato registrato presso gli studi Vitosha di Monaco, tra il 2007 ed il 2008.
"It's Getting Murk" è aperto da una mesta melodia intonata da una voce femminile, sostenuta dal campionamento di un suono liquido ed innaturale. Il suono di un organo, e degli strumenti a corda, fa tacere la voce femminile a favore dell'intervento di quella di Dimo, che si produce in un canto distante e appena accennato. In realtà, le sovraincisioni creano l'effetto di un coro: le sensazioni evocate sono di nostalgia palpabile e di tristezza infinita. Le voci sembrano provenire dal passato, creando un effetto sonnolento e straniante nell'ascoltatore, che viene letteralmente rapito dalla monotonia della composizione: non ci sono variazioni, nè cambiamenti improvvisi.
"The Old Mill" è praticamente attaccata alla traccia precedente, ma la sua natura è completamente diversa. Lo stile è decisamente più oscuro, sia per la scelta dei suoni, sia per il tipo di vocalizzi, che non disdegnano qualche distorsione. L'utilizzo degli strumenti tradizionali è stuzzicante, proprio per il loro potenziale evocativo ed il loro "esotismo". Ma la composizione include anche melodie suonate dalla chitarra elettrica, zanzarosa e distorta, che riporta in superficie le radici black metal del progetto. In più, "The Old Mill" vanta un'ottima selezione di melodie, tutte in minore e intonate dalla voce bassa e un po' goffa di Dimo. Le atmosfere di questa composizione sono davvero malate, ma non c'è una sezione che non si dimostri originale. Ogni passaggio è permeato da un alone scuro di grande impatto, che dona al tutto un aspetto quasi occulto o rituale. Da sottolineare la struttura e l'arrangiamento complessi, sintomi del miglioramente tecnico dell'artista, sempre più personale ed unico. Il suono delle sguaiate cornamuse, tipiche di Svarrogh, dà il via ad una nuova sezione più lenta ed intensa.
"Holy Water, Earth" è aperta dai consueti vocalizzi femminili, ad opera della ospite lituana Gyte Tamosiunaite, sostenuta questa volta da campanacci. Alla partenza delle chitarre e della cornamusa, ecco un testo declamato in italiano dall'altra ospite Valentina, dei Feuerkreiner. Presto si unisce la voce di Dimo, ed è quindi un tripudio di suoni slavi fino al midollo, mentre il ritmo accelera. Si sente uno strumento ad arco, impazzito. Il mescolarsi delle due voci, distanti e riverberate, è straniante e davvero suggestivo. L'impatto sonoro è potente, e terribilmene oscuro. Soprattutto la seconda parte, con un pianoforte sfacciato e cattivo. Segue una ripresa del ritmo veloce, e la conclusione è davvero da incubo, soprattutto mentre si confonde con "Stone". Tra l'altro, sono molto belli e stuzzicanti questi passaggi dark/ambient/folk che uniscono le varie traccie. Gli arpeggi di chitarra, comunque, che aprono "Stone" sono impreziositi da lunghe note di tastiera in sottofondo. L'arrangiamento è comunque infettato dal solito virus industriale che mina tutto, anche i passaggi più insignificanti. Dimo si esibisce, come spesso accade, in una declamazione del testo piuttosto che in un canto vero e proprio. In sottofondo si distingue il clarinetto dell'ospite Kostas Tzekos, dei Defile Des Ames. La canzone è giocata su un ritmo lento, e una struttura piuttosto semplice. Le finalità atmosferiche di "Stone" sono più che dichiarate, analizzandone lo sviluppo. E quando pare che tutto stia per concludersi, ecco che l'arrangiamento esplode in potenza con l'arrivo della chitarra elettrica, ma è solo un momento di questo viaggio psichedelico ed interiore.
"Wine Of The Late Winter" parte in maniera notturna e negativa, con un piglio decisamente industrial e meccanico. Solo la lunga insistenza su un'unica nota di fonda pare piombarci in una scura notte balcanica. La tensione è palpabile, il crescendo è costante.
"A Guilt Of Black Earth" mette da parte l'ossessione industriale, e ritorna il folk oscuro classico del nuovo Svarrogh. L'arrangiamento ricco ed espressivo, che ad ogni ascolto rivela nuovi particolari, non può che prendere subito l'ascolatore. Ed è una cosa meravigliosa. Dimo Dimov ha acquisito una padronanza dei vari strumenti stupefacente, ed anche il suo lavoro come arrangiatore è di tutto rispetto. Le sue creazioni sono sempre eccessive, ma ben equilibrate. La ritmica è sostenuta sì da percussioni, ma anche da un basso pulsante ed in costante movimento. Le varie sonorità sono poi ricreate dai tantissimi strumenti utilizzati dall'artista, quali tamboura (uno strumento a corda), chitarra, pianoforte, sintetizzatore, gaval (un flauto), gaida (una specie di cornamusa), gadulka (strumento ad arco), mandolino, ukulele, campane, ocarine, accordeon e tanpur.
Il monotono ritorno della voce lituana ci annuncia la partenza di una nuova canzone: "The Last Pine Trees". La melodia è calma, ma l'arrangiamento in sottofondo pare piuttosto nervoso. In realtà, la partenza degli arpeggi di chitarra rendono il tutto più rilassato, mentre l'ospite Marcel P. degli Allerseelen narra il testo in inglese. L'utilizzo di più linguaggi dà un tono internazionale al lavoro di Svarrogh, che pur mantenendo intatta la sua natura slava, bulgara e balcanica, non rinuncia a dar vita ad una creazione paneuropea. Anche qui intervengono a un certo punto elementi molto moderni, in particolare chitarre distorte, ma la traccia non è che cambi la propria natura più di tanto.
"Samodiva" è un brano introspettivo e dalle tinte cupe. Il potenziale evocativo è assicurato, e l'originalità non abbandona Dimo nemmeno in questo frangente. La canzone si altalena tra tentazioni industrial e scelte compositive tipicamente folk. Un folk moderno, distante il giusto dalla tradizione per adeguarsi alla società attuale.
"I Call You From The Mountain" è un altro brano malinconico, ma comunque deciso. Lo spirito slavo trasuda nota dopo nota, in particolare grazie al lavoro di tamboura e altri strumenti che creano melodie orientaleggianti, sostenute da un ritmo costante ed adatto ad una danza popolare.
Il canto lituano ritorna nuovamente, implacabile, e sembra il lamento di uno spirito funebre. Ma l'inizio solare di "Water Sounds, Evercomes" sembra apportare qualche cambiamento al tutto, ma è solo un'illusione. Si ritorna all'utilizzo del minore, ed al consueto stile narrato di Dimo. Ma la canzone riporta in auge il talento di arrangiatore dell'artista, e la sua capacità di mescolare nuovo con moderno: ecco quindi che agli strumenti antichi si unisce un organetto che fa molto anni '70, dando un aspetto psichedelico al tutto; l'utilizzo nervoso del clarinetto poi sembra inserire spunti klezmer nel già vasto patrimonio musicale di Svarrogh. La ricchezza timbrica è, lo ripeto, stupefacente: ascolto dopo ascolto, non si può non rimanere affascinato da tanti suoni, e non si può resistere alla voglia di scoprirli, comprenderli, gustarli fino in fondo!
"Eternal Flame" è in parte un brano gemello al precedente, in quanto ad attitudine: è comunque più violento, e flirta col pagan in parecchi passaggi, sebbene l'elemento folk sia sempre preponderante, così come quello sperimentale. Il lavoro strumentale è di ottimo livello, e vengono creati più scenari di ottima qualità, che tradiscono anche qualche vaga mira progressive, non so se voluta o meno. L'impressione è quella, comunque. Il lavoro strumentale è vigoroso e creativo come non mai.
Chiude "A Beech In August", una chiusura riflessiva che ritorna sui temi nostalgici e distanti, sebbene senza la monotonia della traccia di apertura. Chissà come mai, ma alla fine di ogni album di Svarrogh, si prova un senso di grande struggimento. E'sempre doloroso abbandonare un luogo che si ama, o che affascina per la sua bellezza.
Non c'è dubbio. "Yer Su" è un nuovo capolavoro targato Svarrogh. E' la corretta evoluzione dopo due lavori lontani dal metal, quali "Balkan Renaissance" e "Temple Of The Sun". Ed è la conferma del talento di Dimo Dimov, il cui stile è unico, originale, affascinante. Certo, qualcuno potrebbe trovare delle similitudini tra l'ultimo Svarrogh e gruppi quali Allerseelen, Sangre Cavallum o Stumprecht. Ciò che rende grandioso l'affersco musicale tracciato da Dimo è l'unione coraggiosa tra moderno ed antico, e la sua proposta di un folk moderno, personale, legato solo in minima parte alla tradizione del suo paese. E infatti, a poco a poco, pur mantendendo una base decisamente slava, Svarrogh si apre alle tradizioni europee, siano essere latine, slave, germaniche o altro. L'utilizzo di ospiti internazionali, che arricchiscono il potenziale evocativo della musica utilizzando i propri linguaggi, era già stato sperimentato con successo in "Temple Of The Sun". Ma in "Yer Su" tutto questo raggiunge nuovi vertici espressivi, dando vita al nuovo capolavoro dell'artista bulgaro.
"Yer Su" è da avere, anche se non è un disco metal. E' una musica in grado di parlare alle anime. Bellissimo.
(Hellvis - Luglio 2008)

Voto: 8.5


Contatti:
Mail Svarrogh: welkesblat@gmx.de
Sito Svarrogh: http://www.myspace.com/svarrogh

Sito Ahnstern Records: http://www.steiknklang-records.de/