SVARROGH
Kukeri

Etichetta: Heavy Horses Records
Anno: 2006
Durata: 69 min
Genere: black metal folk e pagano


Dopo l'ottimo exploit di "Lady Vitosha", del 2004, ecco ritornare Dimo Dimov con un nuovo capitolo discografico del suo progetto Svarrogh. "Kukeri", titolo del nuovo lavoro e nome dei tradizionali danzatori mascherati bulgari, è nato con l'intento di evolvere lo stile dell'artista, alla ricerca di nuove formule espressive che però non tradiscano il suono personale, trovato dopo anni di gavetta.
La copertina del promo in mio possesso è tutta nera, con al centro l'immagine di un uomo mascherato. La maschera è mostruosa, con due grandi corna. Dalla cintura pendono tanti campanacci.
Come al solito Dimo Dimov, in arte Svarrogh, si occupa delle vocals e di tutti gli strumenti. Il lettore è rimandato alle recensioni dei suoi lavori precedenti per saperne di più. Va comunque segnalato l'utilizzo consistente di strumenti tradizionali bulgari.
Riporto i titoli delle canzoni in inglese, ma i testi sono tutti in bulgaro.
L'album è aperto da "The Pashovi Cliffs", una traccia introduttiva che lascia piuttosto interdetti. Musicalmente è infatti abbastanza distante da quanto Svarrogh ha proposto in passato. Non tanto da un punto di vista melodico (consueto utilizzo di scale orientaleggianti, strumenti a corda folk), quanto piuttosto come arrangiamento. Il ritmo è infatti insistente, costante, costituito da un loop elettronico che non ha precedenti nella discografia dell'artista bulgaro. La voce, un classico digrigno black, è effettata e distante. La struttura della traccia è semplice ed essenziale. Insomma, "The Pashovi Cliffs" è stranamente "moderna", e non può che prendere alla sprovvista i fan della prima ora di Svarrogh. Il testo, secondo le note presenti nel sito, fa riferimento ai colli Pashovi, dai quali si sono gettate molte donne per sfuggire alla schiavitù degli invasori.
Svarrogh ritorna ad uno stile più tradizionale con "Mourning Mill", che riprende le tematiche leggendarie tanto care all'artista, ispirate da un vecchio mulino nei pressi di Kovachevica. In una vecchia intervista, Dimo aveva affermato che il suo nuovo album sarebbe stato più brutale dei precedenti, e "Mourning Mill" pare confermare questa sua affermazione. In realtà, le battute di apertura sono abbastanza oscure, e la voce espressiva dell'artista è ben mescolata a strumenti tradizionali, e da un arrangiamento molto atmosferico. Presto però la ritmica accelera in blastbeat, e la composizione acquisisce una potenza d'impatto non indifferente. La melodia è distesa, ma sia il ritmo sia la voce del cantante (che alterna urla, growling e voce pulita con naturalezza) trasmettono energia come mai in passato. Ottimo il dosaggio di impatto e melodia, ed il songwriting presenta una naturalezza invidiabile. Merito di Dimo e della sua competenza strumentale, che gli permette una vasta scelta espressiva. L'esperienza si fa sentire anche dal punto di vista dell'arrangiamento, stratificato e complesso, e nella programmazione della drum-machine. La struttura di "Mourning Mill" è piuttosto difficile, e si avverte un utilizzo più consistente di passaggi di derivazione death metal. Nel suo complesso, questa traccia di sette minuti è una carrellata di emozioni che sembrano provenire da un passato distante. Merito di tutto questo è il solito carnevale di melodie malinconiche ed epiche, che impreziosiscono una traccia pressochè perfetta. L'ottima qualità di registrazione rende il suono più potente e fresco che mai.
Molto violenta è anche "Wind Hunter", anche se tale violenza è smussata da una melodia molto triste. La canzone si sviluppa poi su binari piuttosto liberi, che la lasciano spaziare da passaggi death metal con tanto di growling abissale, fino ad assestarsi su cavalcate black arricchite da effetti sonori elettronici. A conti fatti, la musica di Svarrogh non ha tradito il passato, anche se non si è negato l'utilizzo di nuove formule espressive. "Wind Hunter" è comunque una traccia ben fatta, ricca di emozioni e di sorprese.
Semplice e diretta, sulla falsariga di "The Pashovi Cliffs" ma meno moderna, "Kukeri Towards The Sea" ha tutto l'aspetto di un breve intermezzo. Voce digrignata che recita il testo, su un ritmo in loop.
"My Dinasty" ripropone la classica melodia distesa su ritmo rabbioso. Molto buono l'utilizzo della voce pulita, così come delle scale orientali. Il brano pare incattivirsi ma è solo una finta. Presto si apre in una sezione ipnotica, quasi rituale, dove il ritmo è tenuto da percussioni, e la melodia è accompagnata dall'utilizzo di un'unica nota. Svarrogh ha utilizzato spesso soluzioni simili in passato, e questo potrebbe ricordare in parte anche i Negura Bunget. In realtà, quando la musica si rifà potente, lo stile ritorna ad essere propotentemente il solito. E' però un continuo ricadere in queste sezioni evocative, tribali, sulle quali la voce sussurra con effetti quasi spettrali. Molto bello: lo spirito balcanico, bulgaro in particolare, è evocato con particolare efficacia. Dopo cinque minuti, "My Dinasty" esplode in una cavalcata molto violenta, che non lascia superstiti. L'utilizzo frequente di scale arabe, retaggio di secoli di dominazione turca, rende il tutto più originale. "My Dinasty" è un grande affresco di tradizione bulgara espressa attraverso la sensibilità artistica di Dimo Dimov. Un quadro davvero convincente. Il finale della traccia è epico e coinvolgente.
"The Solitude Of Stara Planina" è un tour de force di dieci minuti e passa. Le battute di inizio sono misteriose, sospese grazie alle chitarre soltanto sfiorate ed una voce lontanissima. Presto la voce di Dimo si arrabbia, e la melodia si fa più definita, comunicando malinconia. Il testo dovrebbe parlarci della solitudine di una vecchia montagna, e del suo silenzio. Nulla tiene il ritmo. La traccia si rende più impalpabile, con voci in sottofondo, un tamburo colpito sporadicamente, ed i suoni convulsi di zampogne e cornamuse bulgare. Siamo ai livelli di un ambient etnico ed inquietante. L'effetto è straniante, soprattutto quando si uniscono i ruggiti del cantante o qualche oscuro effetto sonoro. Si tratta di uno degli episodi più introspettivi e personali dell'intero "Kukeri". Nella desolazione totale, presto torna a farsi sentire una chitarra molto riverberata. Solo chitarra e voce sussurrata, nonchè un bastoncino come percussione. Sembra di trovarsi di fronte ad uno dei passaggi più sperimentali del gruppo romeno citato in precedenza, se non fosse che in "The Solitude Of Stara Planina" non si tratta soltanto di un episodio, ma dell'intero brano. Sparita la voce, ed il riverbero, ecco il flauto. E' il preludio al ritorno di sonorità più corpose, sebbene si sia distanti dall'impatto metal delle tracce precedenti. Qui è l'aspetto più folk ed ambient ad avere la meglio. Credo che in questa traccia Svarrogh tocchi uno degli apici della sua potenzialità espressiva. Queste melodie così strane, antiche, cariche di eco, comunicano con grande efficacia il senso di desolazione tipico di un monte abbandonato, sotto un cielo plumbeo. Io non sono bulgaro, e nemmeno sono stato sui balcani, ma Svarrogh è riuscito nuovamente nell'intento di farmi provare nostalgia per un posto che non ho mai visto, comunicandomi lo spirito del suo paese con grande efficacia.
Di tutt'altro aspetto è "Rhodopean Winter", aperta da un potentissimo blastbeat sul quale dominano le note delle cornamuse e delle zampogne. La tensione è allo spasimo. Questa canzone è veramente cattiva, anche quando il ritmo rallenta. E' una questione di atteggiamento. Le linee vocali sono aggressive, i riff sono rabbiosi, la ritmica è decisa nonostanti i molti cambi. L'arrangiamento tradisce tutto il background musicale dell'artista, privo di steccati, che prende spunti un po' ovunque. I momenti più esaltanti, comunque, si hanno quando la melodia prende il sopravvento su tutta la furia esecutiva. Non una melodia normale, ma la melodia alla Svarrogh, così arcana, personale, bella! A metà la cavalcata si impantana in un rallentamento misterioso, una sorta di breve sospensione che rende ancora più aggressiva la successiva ripartenza. Sebbene Svarrogh giochi sempre con gli stessi elementi utilizzati nei vecchi album, ogni volta l'effetto risulta sorprendente. Questa è una qualità tipica dei grandi artisti!
"Kukeri In The Snow" è un altro intermezzo, simile ai precedenti.
"Somewhere In The Woods" è introdotto da una sezione delicata, dai toni nostalgici, quasi gotici. La voce è solo un sussurro. La melodia è molto ben sottolineata da un accompagnamento regolare. L'arrangiamento è arricchito da sovraincisioni vocali e dalle note immancabili della tamboura (uno strumento a corda). Un senso di tragicità e di dolore permea ogni singola nota. La violenza è presente solo a tratti: Svarrogh sembra preferire un approccio più mesto, questa volta. Improvvisamente, ecco partire una sezione popolare molto vivace. Questa intrusione spezza il senso di depressione evocato dalle note precedenti. Un'intuizione davvero notevole! Questa musica è comunque destinata a tramutarsi presto nel consueto black/pagan carico di malinconia.
"Memories In The Dark Of The Ages" ricorda con una lacrimuccia i tempi in cui i conterranei dell'artista erano un popolo libero. E' una canzone cattiva, carica di rabbia mescolata ad astio ed a nostalgia appunto. Come le composizioni che l'hanno preceduta, anch'essa è contraddistinta da un'ampia mutevolezza strutturale e di espressione. Si fa comunque apprezzare per la cattiveria d'esecuzione, per l'alternanza di passaggi nervosi e distruttivi con altri più lenti e carichi di suspence. Si risentono cornamuse e flauti. Da ottimo mestierante, Dimo riprende gli stessi elementi e li mescola creando nuovi cocktail sonori. Da notare, dopo la sfuriata, una quiete misteriosa... una lunga nota di sottofondo, una pausa carica di oscurità.
"Sun, I Pray To Thee" vede una voce femminile recitare il testo, accompagnata da uno strumento a corda. Presto interviene la voce pulita del cantante, che intona l'ennesima melodia triste. L'effetto è molto bello, particolare e convincente come al solito. Chitarre, tamboura ed altri strumenti a corda mettono in mostra tutto il potenziale folk del progetto Svarrogh. La musica viene presto inghiottita dal consueto momento ambient, creato da flauto e percussioni, che trasporta l'ascoltatore in paesaggi remoti e sconosciuti. C'è poi una sezione di ambient spettrale: suoni strani, scampanellii, sensazioni sinistre... Molto bella, per chi ama questo genere di atmosfere! Il finale, nuovamente melodico, rilassa l'animo fiaccato dopo il lungo percorso di questo "Kukeri".
In chiusura, un'outro sempre particolare e simile all'introduzione ed ai vari intermezzi: "Kukeri Of The Sun".
"Kukeri" è, a parer mio, un album di transizione. Questo non significa che sia brutto o interlocutorio, infatti gli assegno il medesimo voto che ho dato a "Lady Vitosha". Però si "sente" che lo stile di Svarrogh è in fase d'evoluzione, e che i nuovi elementi utilizzati (maggiore elettronica, una più vasta gamma espressiva) non siano ancora stati utilizzati al meglio. Credo che in futuro ne vedremo delle belle! "Kukeri" è comunque un album valido, ricco di sorprese e coerente con sè stesso. I passaggi evocativi sono tanti, così come i momenti di puro impatto. E' ormai chiaro che Dimo Dimov sia un tipo che non ami poltrire sugli allori, riproponendo sempre la stessa minestra. Dimo ama mettersi in gioco, e la capacità di rischiare è un'altra caratteristica tipica dei grandi.
Sostenete Svarrogh acquistando questo "Kukeri".
(Hellvis - Luglio 2006)

Voto: 8.5


Contatti:
Dimo Dimov
Millauerstr. 32
83024 Rosenheim
GERMANY
Mail Svarrogh: WelkesBlatt@gmx.de
Sito Svarrogh: http://www.svarrogh.de.vu/

Sito Heavy Horses Records: http://www.heavyhorsesrecords.de/