STARGAZER
The Scream That Tore The Sky

Etichetta: Agonia Records
Anno: 2005
Durata: 42 min
Genere: death/black tecnico


L'underground riserva sempre qualche sorpresa. Gli StarGazer sono tra quei gruppi sconosciuti ai più (almeno qui da noi) ma assolutamente affascinanti e singolari. Sono un duo australiano formato da The Serpent Inquisitor (chitarra, batteria e voce) e The Great Righteous Destroyer (basso fretless e fretted, chitarra e voce) e attivo da oltre dieci anni. La loro discografia comprende il demotape "Gloat" (1995/96), i 7" "Borne" (1997) e "Magikkian" (2002), il MCD "Harbringer" (2000) e ora anche questo "The Scream That Tore The Sky", disco di debutto uscito nel 2005 per la polacca Agonia Records e stampato sia in CD che in vinile (LP e picture LP).
L'album è incentrato sulla cultura orientale. A tal proposito, val la pena descrivere il particolarissimo artwork: il libretto si apre per formare una specie di poster, decorato da immagini fantastiche e simboliche, che fungono da cornice ai testi, disposti centralmente a raggiera, su sfondo nero.
Il CD comprende undici canzoni, delle quali quattro sono strumentali, tutte composte in un lasso di tempo molto ampio, che va dal 1995 al 2000. Anche il genere suonato è ricercato e personale; si tratta di un death/black metal tecnico e abbastanza originale, che mescola melodia e aggressività. Importanti sono i tantissimi assoli di chitarra e basso, che guidano instancabilmente le canzoni nei momenti più importanti. Si sente che le canzoni di "The Scream That Tore The Sky" sono datate, ma di certo non appaiono sorpassate.
Si inizia con la strumentale "...Of The Sun", che sintetizza quanto appena detto in modo superbo. La canzone è basata su un death metal melodico, sul quale si intrecciano continuamente assoli.
Ma è subito la volta della title track, che non tarda a farsi pesante e monolitica. Il riffing diventa ora selvaggio, un po' alla Enslaved di "Eld", ora granitico e possente. La band ha sempre saldamente in controllo la situazione e riesce a infarcire il brano con notevoli parti soliste, controtempi e squisiti arrangiamenti, senza appesantirlo e senza perdere di vista la melodia. Per certi versi potrebbero essere accostati al death svedese dei primi Dark Tranquillity o dei Miscreant, ma interpretato in maniera più furiosa, grazie anche alle inflessioni black.
Il cantato alterna un growl profondo ad uno screaming abrasivo. La sezione ritmica è dirompente, veloce, precisa e fantasiosa. La produzione secca e tagliente la rende assolutamente incisiva.
Su "One Will Always Feast" appare qualche accenno al thrash più estremo, che verrà ribadito anche nella seguente "Insomniate Vortex", forse il brano più diretto e schizzato. Compaiono alcune urla acute, quasi isteriche (avete presente le canzoni degli Aura Noir cantate da Fenriz?), che ben si accostano ai fraseggi chitarristici. Il riffing è sempre dinamicissimo, spiazzante e imprevedibile. Forte di una preparazione tecnica e di un estro invidiabile, il gruppo riesce con disinvoltura a proporre idee sempre nuove senza sacrificare l'impatto e la violenza delle canzoni. I cambi di tempo vertiginosi, i dialoghi tra chitarre e basso e le strutture intricatissime e libere dagli schemi sono dunque le caratteristiche peculiari delle prime quattro canzoni.
Il delicato fascino esotico della strumentale "Harbringer", la quale vede la presenza del basso fretless e della batteria registrata al contrario, introduce il primo vero e proprio momento riflessivo del disco, che continua su queste note con la seguente "The Olde Magick". Si tratta di una canzone piuttosto lunga, che poggia sulle note del basso e sulle melodie delle chitarre. La voce si sbilancia occasionalmente verso un growl profondo, ma tutti questi tentativi di rendere il brano aggressivo vengono prontamente arginati con la ripresa della strofa. Nel finale il gruppo rallenta ulteriormente, sconfinando nel doom.
"Pale Brethren" è una canzone decisamente più vivace e dinamica, nonostante la sua architettura comprenda alcuni rallentamenti inconsueti che rendono l'incedere sofferto.
Spazio ora ad un'altra strumentale, ovvero la splendida Tongues", suonata interamente in pulito. E' il brano più recente (datato 2000), una prova davvero affascinante, che verrebbe voglia di ascoltare per ore initerrottamente. Ma è subito il momento di "Scribe To The Forsaken Mother", il cui testo risale addirittura al 1994. Qui le influenze black si fanno nuovamente accese (tra tutti citerei i Fleurety di "Min Tid Skal Komme"), ma gli StarGazer non rinunciano a tutti quegli elementi che contraddistinguono la loro produzione. Il livello tecnico è sempre elevato. Le ritmiche lente sono in maggioranza, nonostante la canzone riservi qualche accelerazione.
Più esasperata risulta "Viral Spears And Shards Of Moonsrin", che riprende i toni aggressivi delle tracce poste in apertura. Ancora una volta si può ammirare un grande lavoro del basso, che inanella assoli a non finire.
Il finale è ad opera dell'ennesima strumentale, la pacata "All That Is...", che suggella degnamente un disco di indubbio valore.
Ci sono più idee su "The Scream That Tore The Sky" che su buona parte delle produzioni metal odierne. E' un album sofisticato, curato nei minimi dettagli. Non si tratta certamente di un ascolto facile: per quanto il gruppo suoni in maniera aggressiva e diretta, il tessuto musicale è sempre elaborato e stratificato. E' difficile scovare tutti i particolari di queste unici canzoni, occorre molto tempo e attenzione. Ovviamente non è un album per tutti. Se vi piacciono i gruppi tecnici, qui andate sul sicuro. Non è un capolavoro, ma comunque siamo ben sopra la media. Peccato per qualche passaggio un po' freddo.
Una nota prima di concludere: il libretto della copia in mio possesso è leggermente troppo grande per entrare in un jewel-case: spero non sia così per tutti.
(BRN - Marzo 2006)

Voto: 8.5


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Sito Agonia Records: http://www.agoniarecords.com/