STALWART
Dive To Nowhere
Etichetta: Metal Agen / Soyuz
Anno: 2003
Durata: 56 min
Genere: thrash/death sinfonico e melodico con svariate influenze
La storia degli Stalwart è piuttosto semplice. Formatisi nel 1999, nel 2001 hanno debuttato con l'album "Jerk". Alla sua uscita sono seguiti tantissimi concerti in territorio russo, in compagnia di ottime band quali Children Of Bodom, Finntroll, Impaled Nazarene, Nightwish, ecc.
Nel 2002 gli Stalwart sono entrati nello studio Astia (Finlandia) per registrare il secondo full-length: "Dive To Nowhere". Quest'album ha mietuto pareri più che entusiasti da parte di pubblico e critica. Nel 2003 "Dive To Nowhere" è stato votato dalla stampa come miglior album russo dell'anno.
La copertina è piuttosto bella anche se è difficile capire cosa rappresenti (una testa a forma di fiore?). Il libretto conta dodici pagine ricche di testi, colori e fotografie.
La formazione vede Jakk alla voce, Leonid alla chitarra e alla tastiera, Kirill all'altra chitarra, Dmitry al basso e Vladimir alla batteria.
Da poco Kirill ha lasciato il gruppo ed al suo posto è arrivato Fedor "Tecwyn", ex membro dei Wolfsangel.
La title-track è un brano lungo e strutturato. Sin dalle prime battute si intuisce quanto gli Stalwart amino giocare con i vari generi metal. La strofa principale è molto melodica nonostante le vocals arrabbiatissime e la ritmica poderosa. La tastiera smussa i suoni aspri delle chitarre che però salgono in cattedra nel ritornello, in un tripudio di violenza. Ad un certo punto tutto si interrompe. Solo la tastiera prosegue imperterrita ad intessere trame sinfoniche. Quando la band riprende al gran completo, "Dive To Nowhere" si è trasformata in una traccia sinfonica dai forti richiami neoclassici. Le vocals si sono fatte pulite ed il suono complessivo è diventato pomposo (ed anche un po' pacchiano, mi sia permesso aggiungere). Appena la tastiera si defila ecco che le chitarre incominciano ad imbastire una serie di riff molto pesanti ed aggressivi, di stampo death/thrash, che mettono in risalto le qualità tecniche dei musicisti. La canzone si fa sempre più cattiva man mano che procede prima di infrangersi sulla delicata barriera delle note di un pianoforte. Piano e batteria spianano la strada all'ennesima evoluzione: un crescendo lento e severo che riporta in primo piano l'aspetto sinfonico della composizione. Se il lettore si è perso nella lunga descrizione di questa canzone, può tirare un sospiro di sollievo! Questa è l'ultima parte di "Dive To Nowhere", che si spegne in una lenta dissolvenza.
"Machine's Deadly Breath" è una canzone sicuramente più diretta rispetto all'opener. Le chitarre si lanciano in riff di buon livello, sanguigni; la sezione ritmica è puntuale e potente. Jakk rasenta il growling profondo nella strofa mentre nel ritornello esibisce la sua ottima voce pulita. Nonostante il suono massiccio e la verve death/thrash delle chitarre, l'anima di questa canzone reca impresso il sigillo dei secondi Faith No More (quelli con Mike Patton, per intenderci)! Le cadenze della voce, la melodia del ritornello, la schiettezza del riffing: tutto questo mi ricorda in maniera impressionante lo storico gruppo americano. Ascoltare per credere!
Atmosfere più oscure in "Envenomed By Reality". Questo brano è meno coerente rispetto a "Machine's Deadly Breath". Tende a perdersi in passaggi sinfonici inquietanti e pomposi che poco o nulla hanno a che fare con la parte death della canzone. Va da sé che la composizione sia poco fluida, a tratti abbastanza forzata. Fossi in loro, la riproporrei in futuro eliminando il consistente inserto sinfonico. Certo, alla fine "Envenomed By Reality" risulterebbe una canzone lineare e priva di colpi di scena. Ma almeno non farebbe la figura di un comodino traballante a causa delle gambe incollate male!
Le malatissime battute iniziali di "Wall Of Solitude" vedono la voce esibirsi in una melodia stentorea, accompagnato dalle note nervose della chitarra e della tastiera. Questa è una delle composizioni più melodiche, e atmosferiche, degli Stalwart e racchiude in sé suggestioni gotiche o indizi di black d'avanguardia. Naturalmente, come condimento, Jakk continua a fare il Patton della situazione! Quando la band suona al gran completo si rifanno strada quelle influenze neoclassiche che si erano perdute dopo "Dive To Nowhere".
"Captive Of Madness" è un assalto thrash/death che non guarda in faccia nessuno! Le tastiere non ci sono più. Le chitarre macinano riff su riff, in una combinazione di potenza e ottima tecnica. La sezione ritmica non sbaglia un colpo. Le vocals sono grintose come non mai! Questa canzone è perfettamente equilibrata nelle sue parti. Una grande prova di cuore, bravissimi!
Con "Betrayed" si ritorna alla musica ibrida e schizzata degli Stalwart. I riff d'autore vengono assorbiti dalle grandiose atmosfere della tastiera, che questa volta insiste su un suono d'organetto. Come descrivere? Combinate una band thrash/death cazzuta con i Dog Fashion Disco o gli Arcturus: il risultato è questa "Betrayed"! Riuscite ad immaginarvela? Eheh! Nonostante i continui cambi di riff, di ritmo e di atmosfera questa traccia è notevole per la coesione fra le sue parti. Non ci sono sbavature o forzature: il songwriting è fluente e l'esecuzione magistrale.
"Beyond The Horizon" è un crossover tra l'aggressività ritmica dei Meshuggah e la melodia degli immancabili Faith No More. Ecco, la musica degli Stalwart potrebbe essere descritta proprio come "crossover" ma ho preferito non utilizzare questa parola perché avrebbe potuto essere interpretata male dei lettori più superficiali.
L'arrangiamento, curato in ogni minimo dettaglio, mette in mostra tutta l'abilità esecutiva del quintetto. Soprattutto nella seconda parte quando le vocals si fanno principalmente pulite. Ogni tanto gli Stalwart si fanno prendere la mano ed eccedono un po' nei virtuosismi compositivi, facendo più del necessario. Questo difetto di piccola entità deve essere migliorato in futuro.
"The Tower Of Babel" è l'ultima canzone originale degli Stalwart prima della bonus-track. L'introduzione è possente, con le chitarre che non fanno rimpiangere l'assenza della tastiera. Quando la canzone entra nel vivo, la musica assume subito un gran tiro pur non esagerando in velocità. Le influenze che vengono alla luce sono tantissime: heavy metal, death (soprattutto la chitarra solista), thrash, ecc. Il tutto all'insegna di un'aggressività ragionata che lascia spazio alla melodia e all'atmosfera. Improvvisamente la traccia perde tutte le sue caratteristiche estreme: questo intervallo sinfonico giunge inatteso. In realtà è destinato ad influire sul proseguimento di "The Tower Of Babel". Infatti, ritornate le chitarre, la tastiera non si schioda dal suo posto preminente. Le vocals pulite di Jakk creano una melodia affascinante, strana. La canzone si sviluppa in un crescendo di aggressività per concludersi ad un volume decisamente alto.
Ecco ora la bonus-track. Si tratta di "Egypt", una cover dei Mercyful Fate. La sua registrazione precede di un anno quelle dell'album: questo è il motivo della differente resa sonora (che in "Dive To Nowhere" è praticamente impeccabile). Bella ed appassionata. Un tributo all'heavy metal e alla bravura del Re Diamante.
Che disco affascinante questo "Dive To Nowhere"! Non perfettissimo ma ugualmente un'uscita degna di nota. La band fa del suo meglio per essere originale. La tecnica c'è, il tiro pure. Devono solo raffinare ulteriormente la loro proposta musicale, evitando gli eccessi. Per il resto non ho null'altro da aggiungere se non che acquistando il CD direttamente dal gruppo lo si può pagare solamente 5 euro, spese di spedizione comprese! Non fatevi sfuggire quest'occasione. Visto il prezzo, è un acquisto obbligatorio!
(Hellvis - Gennaio 2005)
Voto: 8
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Leonid Verman
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