SKYCLAD
Jonah's Ark

Etichetta: Noise
Anno: 1993
Durata: 40 min
Genere: Folk Metal


Dopo l'episodio dell'EP "Tracks From The Wilderness", gli Skyclad di Martin Walkyer tornano con un nuovo disco, il terzo. Si potrebbe dire che "Jonah's Ark" sia meno pazzo e più meditato dei suoi due illustrissimi predecessori, e che in parte manchi della carica thrash che li aveva contraddistinti. In tal senso si può interpretare questo album come una tappa dell'evoluzione dello Skyclad-sound verso territori più folk e meno thrasheggianti.
Il disco si apre proprio con un intro molto folcloristico, quasi fosse una danza paesana, scandita dal mandolino e dall'onnipresente violino di Fritha Jenkins. Le chitarre e tutto il resto vengono introdotte da degli stacchi che lasciano campo libero ad un riff speed; qui la batteria non si lancia all'inseguimento ma, come sempre, preferisce ragionare (il tempo è comunque veloce). Sono da segnalare, dopo il primo ritornello, delle ottime armonizzazioni tra le chitarre e il violino.
Ancora il caratteristico suono di questo strumento spadroneggia all'inizio di "Cry Of The Land", dove le chitarre sembrano aver paura di far rumore e di disturbare la magia creatasi, e rimangono calme sullo sfondo, con il loro accompagnamento appena udibile. Il pezzo evolve poi in un tempo lento, omaggiato da una bella cadenza della batteria del sempre ottimo Keith Baxter.
Il riff di "Schadenfreude" è invece rabbioso, e per contrastarlo la chitarra di Steve Ramsey prova ad avviluppare quella di Dave Pugh in una spirale fatta di cascate di sweep. Il cantato è sorretto dalle tastiere della Jenkins, mentre nel ritornello la linea vocale segue la melodie dettata proprio dalle keyboards.
"A Near Life Experience" parte allegra, la batteria scandisce il tempo sul campanaccio, ma presto si inserisce uno stacco con un seguente rallentamento, terreno fertile per Fritha e il suo melanconico violino.
Bello il riff di "The Wickedest Man In The World", molto evocativo, a cui si agguinge una tastiera molto anni '70, facendo rivivere le arcane atmosfere dei primi dischi dei Jethro Tull. La batteria saltellante di "Earth Mother, The Sun And The Furios Host" rende l'idea nuovamente di una sagra paesana, quasi di una tarantella, con gli abitanti in costume che ballano sotto la luna. Stranissima la linea di Martin, in certe parti a più voci.
Ma l'atmosfera festosa sparisce ben presto con "The Ink Of Human Blindness", una triste nenia scandita da una voce cantilenante (questo brano proprio non mi piace!). La seguente "A Word To The Wise" è introdotta dal basso di Graeme English, che viene presto affiancato dall'immancabile violino. Poi il brano parte abbastanza improvvisamente, e la batteria ancora una volta detta un tempo dispari. Il cantato molto cadenzato viene spezzato dal diversissimo ritornello, dove il pezzo rallenta tantissimo. Attenzione: il refrain di questo brano mostra palesi somiglianze con "Salt On The Earth", del secondo disco "A Burnt Offering For The Bone Idol". Non è che agli Skyclad stanno già venendo meno le idee? Mah!
Ora viene il momento di un pezzo veramente strano e totalmente inaspettato. Sto parlando di "Bewilderbeast", che parte con le chitarre spagnoleggianti (tipo il break di "Innuendo" dei Queen) coadiuvate dal puntuale violino, e che poi si tramuta in un brano squadrato dal tempo vagamente latino-americano. Il disco poi va a concludersi con la tristissima chitarra classica di "It Wasn't Meant To End This Way", con l'altrettanto malinconico cantato sussurrato di Martin.
I testi sono bellissimi, ma ormai questa non è più una novità. Le liriche maggiormente degne di nota sono quelle di "Thinking Allowed", che riflettono il titolo: è permesso pensare? Bello anche il testo di "Cry Of The Land", una dichiarazione d'amore verso la Natura che Martin adora. Altri accenni naturalistici si scovano in "Earth Mother, The Sun And The Furios Host", dove un ragazzo educato rigidamente dall'etica cristiana scopre che "The ones who have the answers are they who pipe the dancers, Earth Mother, the Sun and the Furios Host". Leggete il futuro del nostro pianeta su "The Ink Of Human Blindness".
Infine vorrei citare per intero il testo di "It Wasn't Meant To End This Way", che trovo semplice e comprensibilissimo ma efficace come pochi: "Sometimes I believe that we're already dead, each day on the TV our last rights are read. Some fair weather oil tanker bleeding its' load, powder keg powder plant ripe to explode. Mister Prime Minister hear what I say, please Mister President listen I pray. You have the influence and you have the power to turn back the clocks and mankinds final hour. When death is the helmsman who steers Jonah's Ark, tomorrows an iceberg that lurks in the dark. The band plays our song... it's the Funeral March".
Perciò, riassumendo, "Jonah's Ark" è un album senz'altro buono, ci mancherebbe, ma forse manca un po' dell'immediatezza e della freschezza dei primi due dischi. Alla lunga mi pare un po' troppo ragionato, con pochi momenti davvero esaltanti e poche novità. Se i primi due te li ascoltavi tutti d'un fiato, con questo invece ti viene il fiatone a reggerlo tutto di un colpo. E poi, dal punto di vista musicale, "Jonah's Ark" presenta l'abbandono delle sonorità thrash e la virata verso un metal meno sferzante, e soprattutto con un maggior uso delle tastiere e del violino rispetto agli esordi.
(Randolph Carter - Ottobre 2003)

Voto: 7.5


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Sito internet: http://www.skyclad.co.uk/