SIKH
One More Piece

Etichetta: Drakkar Records
Anno: 2008
Durata: 42 min
Genere: alternative metal con influenze doom/stoner e nu-metal


Ecco, già leggendo quello che ho scritto vicino alla voce "genere", si capisce che i Sikh siano una bella gatta da pelare. "One More Piece" infatti, è un disco trasversale: il forte impatto e le melodie di facile presa possono indurre a considerarlo semplice, quando in realtà ci si trova di fronte ad un casino bello e buono. Le influenze del quartetto di Cannes sono tante, ma così ben legate fra di loro, da spiazzare l'ascoltatore. Nel corso del CD sono talmente tanti gli elementi che saltano all'orecchio, che è davvero impossibile descriverne la musica con poche parole. Ci proverò, comunque.
I Sikh si sono formati nel 2001, e hanno subito pubblicato un demo intitolato "(Road) Trip On The White Line". Nel 2003 i Sikh hanno pubblicato "Reset.Diagnosis", il secondo demo, e qualche mese dopo hanno finalmente stabilizzato la propria formazione. "One More Piece", il loro primo album, è il giusto coronamento dei sette anni di una carriera in crescita, nella quale tanti concerti si sono alternati ad altrettante iniziative. In esso Kallaghan (voce e chitarra), NicO (chitarra), BoZ (basso) e Gaël (batteria) hanno cercato di dar voce a tutto il loro potenziale. E al momento della pubblicazione, un primo capitolo della loro carriera si è chiuso. BoZ ha infatti lasciato la band, ed al suo posto è arrivato Roswell.
Ma non andiamo ora troppo in là. In questa recensione, è proprio "One More Piece" ciò che ci interessa. Il CD è racchiuso in una copertina bizzarra, il cui artwork metafisico è tutto un programma. Il libretto è privo di testi: al suo posto altri disegni nella medesima vena stilistica.
"The Quake" è una traccia che mette tutti gli ingredienti del piatto in bella vista: non nasconde nulla. Il riffone iniziale, l'accelerazione grintosa caratterizzata da una ritmica irresistibile, l'interpretazione vocale arrabbiata e melodica di Kal: tutto converge nella creazione di una musica trascinante e pesante, fortemente influenzata (in questo caso almeno) da forti elementi sludge ed alternativi, mescolati a trovate d'arrangiamento a metà strada tra crossover, doom e nu-metal. "The Quake" è una grande canzone d'apertura, vigorosa e capace di mettere tutti a tacere.
"5 Season" conferma l'ottima capacità dei musicisti di creare riff di facile presa, pesanti come non mai. Il suono dei Sikh è sempre in possesso di un qualcosa di fangoso, sia in fatto di sonorità che in quanto a ritmiche. "5 Season" è un bella canzone oscillante tra tentazioni stoner/alternative ed un'attitudine doom/sludge piuttosto accentuata. La sua struttura è semplice, come già quella di "The Quake", e la melodia prende al primo ascolto. La musica del quartetto ha radici sostanzialmente a stelle e strisce, e mette in mostra ben poco di europeo. Una nota di merito va alla produzione, molto pompata e perfetta sotto ogni punto di vista: merito del lavoro svolto negli studi CosinHell e, soprattutto, della masterizzazione ad opera di Zoltan Varga nei suoi Bakery Studios di Budapest.
La grinta sprigionata nei primi due brani non viena a mancare nemmeno in "Halcyon Days". Come al solito, l'accostamento tra potenza esecutiva e melodie immediate si rivela un successo, dando vita ad una nuova canzone di valore. L'arrangiamento è essenziale ma mai scontato. Si nota, ascoltando le canzoni con la dovuta attenzione, una cura maniacale del particolare, che si manifesta come una pulita essenzialità. Non una virgola è fuori posto, nè una nota è sprecata. Ogni strumento svolge il suo giusto ruolo, senza strafare. Che belle quindi le variazioni centrali di "Halcyon Days", davvero feroci e suonate con tale cattiveria da fare spavento. Questo prima del ritorno al tema principale.
La faccia nu-metal del suono dei Sikh trova la sua espressione più compiuta in "Hollywood", una canzone che risente fortemente dell'influenza dei Korn e dei primi Deftones. Il tutto riletto con un'ottica personale, che arrangia un certo tipo di linguaggio secondo i canoni musicali del gruppo francese. Ad una strofa quasi rappata, fa seguito un ritornello dalla melodia ben evidente. La carica distruttrice della band non viene mai meno, e così una certa libertà di espressione. Comunque, il modello dei Korn è davvero evidente, sia come melodia che come arrangiamento.
"Hammering The Sun" è vivace e piena di grinta, ed è il suo stesso ritmo agile a stamparcelo bene in testa. Piazzata a questo punto del CD, risente a parer mio di una melodia poco originale. Pur essendo solo al quinto brano, la melodia di "Hammering The Sun" sà di già sentito, e questo è un difetto grave. Per il resto, la composizione funziona così come la musica, contraddistinta da una sezione ritmica vivace. Gli elementi che la costituiscono sono i medesimi che abbiamo visto finora.
"Ocean" smussa un po' l'impatto tipico della band, almeno nella strofa. Ma la potenza dei Sikh non può essere costretta più di tanto: ecco quindi che nel ritornello i volumi tornano a farsi distruttivi, con le chitarre attente a dar vita a riff ibridi, che prendono a piene da mani dai generi più svariati. E la sezione ritmica è sempre presente, pronta a far male o ad enfatizzare l'espressività di determinati passaggi. Bellissima la seconda parte, ipnotica e di chiara derivazione postcore.
"Ballad Of The Harmless", aperta da un bel giro di chitarra acustico di stampo americano, dal sapore stoner, sembra volerci portare in luoghi di frontiera. Anche una chitarra leggermente amplificata contribuisce all'arrangiamento, e Kal dà vita ad un'interpretazione molto intensa.
Di tutt'altro aspetto, sfacciata ed incazzata, è "Psychotro", dalle ottime linee vocali ed arricchita da un tastierina. L'aspetto oscuro della strofa, e lo stile folle del cantante, sembra voler mescolare l'esempio dei Faith No More periodo Patton con il nu-metal, il tutto espresso tramite il consueto linguaggio dei Sikh. Ottimo pezzo, dove rifanno capolino i riffoni di stampo doom e nel quale la potenza torna in tutto il suo splendore.
Eccoci arrivati alla title-track. Come nel caso della canzone precedente, troviamo un ottimo accostamento tra melodie coinvolgenti e violenza. Grande lavoro delle chitarre, unito ad un basso folle e ad una batteria irresistibile. Lo stile della band è davvero moderno, nonostante faccia sue moltissime componenti del passato. La presenza di qualche campionamento rende il tutto più gustoso. La canzone resta subito in testa. Finale pesantissimo e doomeggiante, con le chitarre pachidermiche che schiacciano tutto ciò che le sta davanti.
"Box My Balls", aperto da un vocalizzo davvero curioso, unisce le solite tentazioni doom/sludge ad un cantato strascicato, ed a varie bizzarrie d'arrangiamento. Una canzone di valore, come quelle che l'hanno preceduta, registrata benissimo ed interpretata alla perfezione.
Tutto l'amore del gruppo per il doom trova il suo zenith in "Slaves Of The 70s (Wisky)", il cui titolo è tutto un programma. Forse per paura di essere considerati troppo derivativi, o poco attuali. "Slaves Of The 70s" è un brano doom fatto e finito, di doom tradizionale dai riff sabbathiani, unito ad una fangosità tutta sludge. Lo stesso arrangiamento è indicativo, si ascolti quando parte il ritornello: lo sguardo è decisamente rivolto al passato. Canzone bellissima comunque, uno spassionato inno d'amore per un genere musicale bellissimo.
"One More Piece" è un disco di qualità, il parto potente di una band giovane ma dotata di talento. Se il voto che ho assegnato a questo CD non è altissimo, è solo per la derivatività di molti passaggi, frutto di un amore spropositato verso un determinato tipo di sonorità. Per il resto, appena questa piccola carenza di personalità verrà superata, non penso che ci siano limiti all'affermazione definitiva ed internazionale dei Sikh. Sì, questo è un gruppo davvero buono, che sta cercando con tutte le proprie forze di raggiungere uno stile personale. Credo che ce la farà, anzi, ne sono proprio sicuro.
(Hellvis - Dicembre 2008)

Voto: 7.5


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