SEVENTH EVIDENCE
Air Pockets
Etichetta: autoprodotto
Anno: 2005
Durata: 50 min
Genere: dark/gothic metal
Qualche giorno fa, andando a ritirare il materiale arrivato alla
casella postale di Shapeless, mi sono ritrovato tra le mani un
pacchetto piuttosto rustico, di quelli vecchio stile, con cordicella e
carta marrone, proveniente dalla Russia. Inizialmente devo ammettere di
non essere stato particolarmente felice di riceverlo, dato che non
avevo idea del contenuto del CD e, soprattutto, a causa delle tasse
doganali che ho dovuto pagare di tasca mia per ritirarlo. Superata
l'iniziale irritazione e lanciate le dovute maledizioni ai servizi
postali di mezzo mondo, mi sono ritrovato ad aprire il pacchetto con
una certa curiosità. Al suo interno ho trovato questo CD-R, contenuto
in una custodia slim e accompagnato da una copertina stampata e
ritagliata a mano. Non una nota biografica, non una riga di
presentazione. Solo nome, titolo dell'album e nei contatti che trovate
a fine pagina. Sempre più incuriosito, inserisco il CD nel lettore e...
accidenti, questa sì che è musica! I Seventh Evidence suonano una
specie di dark/gothic metal etereo e sognante; una musica strana, che
da una parte ti culla con le sue note fluide e le tastiere liquide,
dall'altra, invece, ti inquieta, come in quei sogni un po' bizzarri, in
cui si percepisce qualcosa di sinistro e di pericoloso, ma senza sapere
che cosa.
Ormai affascinato da questi artisti, mi precipito sul loro sito
internet, sperando di trovare qualche altra informazione: niente da
fare, il sito è quasi interamente in russo. Le uniche informazioni in
inglese si limitano ad annunciare l'uscita di "Air Pockets" e a
sottolineare che (delitto!!) la band è ancora senza contratto. Detto
questo, comunque, vi consiglio lo stesso di visitare il sito, dato che
è possibile scaricare degli estratti dall'album.
Bene, tornando al CD dei Seventh Evidence, avrete capito che non
sono riuscito a trovare molte informazioni, se non che noi di Shapeless
avevamo già avuto il piacere di recensire l'ottimo "Demo 2002",
altrettanto affascinante e privo di qualunque cenno biografico. Quindi
non ci resta che addentrarci nelle composizioni, per cercare di
descrivere il loro complesso universo sonoro. Già dall'iniziale "Feast
While Plague" possiamo iniziare a tracciare il codice genetico della
band: il brano è una composizione molto fluida, giocata tutta sulle
tastiere e sulla voce suadente del cantante, che ricorda molto spesso
il Vincent Cavanagh di "Eternity". Il risultato è una musica che sembra
il punto di incontro tra gli Anathema più pinkfloydiani e i Tiamat di
"A Deeper Kind Of Slumber", soprattutto per l'uso delle chitarre,
trasformate in semplice tappeto sonoro.
Non si può comunque dire che sia facile inquadrare la proposta dei
Seventh Evidence, come dimostrano i due brani successivi, "Hide" e
"& Seek": la prima, infatti, crea una atmosfera aliena che mi ha
ricordato la title-track di "Alternative 4" degli Anathema, spingendo
ancora di più su sonorità oniriche e inquietanti, con una batteria
tribale ad accompagnare dei riff nervosi, mentre in sottofondo una voce
distorta declama frasi senza sosta. La seconda, al contrario, si rivela
essere un pezzo quasi catchy, movimentato e perfino esotico, grazie
alle scale arabe utilizzate.
Si continua così, in un susseguirsi di suoni ed emozioni, in cui ogni
canzone sembra rivelare qualcosa di inaspettato: si passa attraverso
"Long Hair" con i suoi richiami ai Moonspell di "Irreligious" e
"Darkness And Hope"; "Fingers Of Fire", con i suoi arpeggi acustici che
sorreggono un testo recitato; "Honey Flowers", dove si fa sentire
l'influenza dei Tiamat di "Wildhoney"; e la lunga "Wail" che, dopo un
inizio ai limiti del doom metal, si evolve in una atmosfera sacrale che
mi ha fatto tornare alla mente i migliori Elend.
L'unico brano che non mi ha convinto è "No Name But Hope", soprattutto
a causa del suono delle chitarre, che definirei 'starnazzanti'... In
certi passaggi sembrava che, al loro posto, suonassero un kazoo. Molto
meglio invece "Sable Blind" e "Jester In Diamond Dirt", due brani
vicini alle sonorità gotiche più maestose ed epiche. Chiude
egregiamente il lavoro "Ruin Of...", una breve ed oscura outro che
potrebbe competere con molte delle produzioni della Cold Meat Industry,
in cui su un tappeto di tastiere funebri, rintoccano le campane a morto
di una chiesa.
Ancora una volta, dunque, ho avuto una graditissima sorpresa dal fitto
sottobosco dell'underground. Sembra sempre più chiaro, ormai, che le
vere perle vanno cercate proprio lontano dalla massa delle grandi
etichette. Non posso fare a meno di sottolineare che questi ragazzi
meritano tutto il supporto possibile e mi auguro che possano trovare al
più presto qualcuno che possa investire nella loro musica, in modo da
valorizzare con una produzione più professionale il lavoro di questi
artisti. Fino ad allora, fidatevi di noi e non lasciateveli scappare.
(Danny Boodman - Gennaio 2006)
Voto: 8
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