SENGAYA
Metamorphosis
Etichetta: autoprodotto
Anno: 2002
Durata: 33 min
Genere: power/prog melodico
Metamorphosis è il primo full-length dei tedeschi Sengaya (il nome è preso dal film splatter/gore "Braindead" di Peter Jackson). Formatasi nel 1998, la band sforna nel 2000 il primo lavoro: il demo "Sengaya", al quale segue dopo due anni l'album che oggi mi trovo a recensire. La line-up è formata da Andreas Fechter alla chitarra, Roland Zerher al basso, Marcus René Rehm alla batteria e Stefan Pohl alle tastiere e voce.
Ciò che salta subito all'attenzione fin dal primo ascolto di "Metamorphosis" è la notevole tecnica esecutiva dei quattro musicisti e in special modo quella del chitarrista e del tastierista. Intelligentemente però i Sengaya dimostrano di privilegiare la musica, evitando quindi forzature interpretative e stacchi di mero protagonismo che, in una musica come quella proposta, avrebbero sortito un effetto opposto a quello desiderato. Le sei tracce (più una intro) proposte spaziano dalle arie dei più recenti Genesis (ovvero i Genesis del venale Phil Collins) o degli ultimi Dream Theater alle atmosfere gotiche dei Lacuna Coil fino a momenti decisamente molto orecchiabili con ritornelli che richiamano gruppi della risma dei Blink 182 quando si cimentano in pezzi particolarmente trendy-emo o a ciò che Bon Jovi faceva negli anni '90. Al di là delle svariate influenze ci troviamo comunque davanti ad un lavoro manieristico in cui tutto è curato nei minimi dettagli (peccato che la produzione, pur buona, non sia eccellente), ma in cui manca una qualsivoglia forma di innovazione. Le loro influenze sono rilette in chiave abbastanza personale, ma manca l'iniziativa di voler dire qualcosa di nuovo o di particolare. "Metamorphosis" risulta quindi nel complesso uno di quegli album che si ascoltano mentre siamo cimentati nel fare qualcos'altro o quando si viaggia in macchina, non un prodotto da "studiare" o da cui prendere spunto.
E' l'intro "Eos" ad aprire le danze. Il pezzo è interamente realizzato con tastiera e synth, il quale aggiunge la maestosità sinfonica. E' una bella atmosfera quella a cui viene rimandato l'ascoltatore, dagli archi iniziali si passa ad un'aria più rilassata e rarefatta, quasi onirica, per poi tornare sul finale ad un'imperiosità sinfonica.
Ad "Eos" segue "Way Of Ecstasy". Dopo un inizio orecchiabile contraddistinto da un riff catchy di chitarra e da una tastiera leggera e veloce entriamo nella strofa. La chitarra con una distorsione melodica e calda e la parte ritmica sincopata accompagnano la bella voce pulita di Pohl che spazia con disinvoltura tra tonalità alte e tonalità basse. Un intermezzo tipicamente power separa la prima strofa dalla seconda. Quest'ultima presenta un interessante gioco gotico di voce e cori soprani che conferiscono all'atmosfera un tocco di solennità, mentre il ritornello richiama un po' quelle atmosfere di "A Trick Of The Tail" che, a trent'anni dall'uscita, continua a spaccare la critica in due.
"Wake Up", terza traccia di "Metamorphosis", è una canzone molto orecchiabile, inquadrabile in un orizzonte rock-pop piuttosto che in uno strettamente prog. Dopo un attacco che richiama "Cieli Neri" col suo giro di basso cupo e chiuso e quel piano che leggero si muove nell'oscurità, subentra la voce alta, potente e pulita a dar forma ad un sottofondo musicale altrimenti anonimo come quello che si presenta nella strofa. Il ritornello potrebbe essere quello della prossima canzone dei Blink: scarno e orecchiabile all'inverosimile. Sul finale invece c'è la svolta dal gusto un po' Bon Jovi-Guns'n'Roses che culmina in un assolo pulito, caldo e ben studiato.
Segue "Metamorphosis" pezzo strumentale dalle tinte prog moderno rassomigliante fin dal principio ai Dream Theater di "Scenes From A Memory". Il brano è davvero ben articolato e riuscito, dato che riescono a convivere in perfetta simbiosi la complessità strumentale e la ricerca di un'atmosfera introspettiva che qui si divide in tre momenti ben legati tra di loro: il primo che richiama ad una atmosfera di prog classico (alla Caravan per intendersi), il secondo più onirico e cupo contraddistinto da un lungo solo di chitarra ed infine un terzo più veloce, teso e maestoso scandito dalle note del piano.
A questo che definirei il pezzo portante dell'intero album segue "Behind The Myths" un pezzo power talmente anonimo da non avere forma. Personalmente avrei escluso questa traccia dalla scaletta dei pezzi. "Vengeance" sesto pezzo di "Metamorphosis" non riesce in alcun modo a risollevare l'ascoltatore scioccato dall'ascolto del banal-power precedente. Unica cosa degna di nota l'assolo di chitarra sul finire della canzone che mette di nuovo in luce la tecnica e il gusto musicale di Fechter.
"World Of Illusion", l'ultima traccia, è una ballata rock-pop banale, ma piacevole da ascoltare. Ritornello e strofa sono debitori dei gruppi idoli delle case discografiche e del pubblico di teenager quali: The Calling, gli ultimi Incubus, gli Hoobastank e chi più ne ha più ne metta; l'assolo invece richiama ad un James Iha di "Stand Inside Your Love" in un contesto però Sixpence None The Richer.
I Sengaya hanno dichiarato ufficialmente, a proposito dell'uscita imminente del nuovo album, di essere passati da un metal melodico (così loro si autodefinivano al tempo di "Metamorphosis") ad un rock più "commerciale". Ho ascoltato troppo poco di loro per poter dare un giudizio fondato, ma credo che l'abbandonare la strada del prog sia la scelta più giusta, dato che quest'ultimo è un genere molto particolare e sofisticato che richiede a monte una preparazione a livello di cultura musicale fin troppo solida e che risente come nessun altro della mancanza di una fresca creatività.
(Mr. X - Febbraio 2005)
Voto: 6
Contatti:
Mail: sengaya@freenet.de
Sito internet: http://www.sengaya-music.de/