ROBERT DELIRIO
Digital Core

Etichetta: autoprodotto
Anno: 2009
Durata: 37 min
Genere: digi-core


Robert Delirio, già volto noto degli storici Atrox, da tempo di casa in California, ha esordito nel 2008 con il suo progetto solista. Ho già avuto modo di commentare il suo primo lavoro, il MCD "California Republic" (la recensione è presente in archivio). Ad un anno di distanza, Robert è tornato con "Digital-Core", il suo primo full-length, programmatico sin dal titolo. Infatti digital core, o digi-core, è il modo col quale l'artista ha battezzato il suo stile musicale. Una musica profondamente segnata dall'hardcore, ma modernizzata e deviata da un utilizzo massiccio di elementi elettronici e digitali.
Si parte con "G.M.O.", il cui sottotitolo recita in inglese "L'Invasione Degli Organismi Geneticamente Modificati". Questi sottotitoli, che ricorrono per tutta la tracklist, servono a rendere più evidenti le tematiche toccate dai testi. Si tratta di una canzone molto aggressiva, in puro stile hardcore. Arrabbiata e decisa, è caratterizzata da una parte per chitarra semplice e legata alla tradizione del genere. La ritmica è tenuta da una batteria elettronica, in linea con quanto ascoltato nel lavoro precedente dell'artista. La voce del cantante è pulita, e permette una buona comprensione del testo. Spesso, ci sono delle armonizzazioni in occasione dei ritornelli. Una valida traccia d'apertura.
"Hot Heat", dedicata al surriscaldamento globale, non si discosta stilisticamente dalla precedente. Soltanto, l'impatto è maggiore, grazie ad un'attitudine più incazzata. Valide le scelte melodiche, per merito anche dei coretti anthemici di sicuro effetto. Sono presenti dei campionamenti, e l'elemento digitale è più evidente.
"Down To The Ground", canzone che si schiera contro le lobby che influenzano i politici di Washington, è un brano deciso, sostenuto dal solito ritmo elettronico folle ed inarrestabile. Anche qui ci sono stralci di testo declamati da una voce femminile, ed il solito talento di Robert nel creare ottime melodie hardcore. Tutto nella norma, tutto ben fatto.
"Black Lungs" parte con un ritmo più moderato, per farsi quasi rock'n'roll nel bridge e aprirsi nel consueto ritornello hardcore. L'artista ci mette molto del suo mestiere per dar vita ad un qualcosa di originale ed interessante. La strofa, in effetti è spiazzante, con quel suo incedere molto rock, ed anche il bridge è furbo. Nel ritornello, invece, Robert paga tributo alla tradizione. Comunque sia, "Black Lungs" si dimostra una delle canzoni più personali dell'intero CD.
"In The S.U.V." ci riporta sulle coordinate delle prime canzoni, con la consueta qualità, dimostrando i soliti pregi e difetti di questo progetto musicale. Tra i pregi, un songwriting ispirato e decisamente stuzzicante; tra i difetti, la potenza e l'impatto che tendono sempre a latitare. A parer mio, una produzione che mettesse in evidenza il lavoro della chitarra, renderebbe più giustizia alla musica di questo artista.
"Dream Of Happy Holiday", aperto da un bel coretto, è una cavalcata anarchica contro i generi di consumo, in particolare quelli tecnologici. Ed anche contro l'atteggiamento della gente, che spende e spande soldi inutilmente, soprattutto nei periodi di vacanza. Ecco, in questo caso l'artista realizza una canzone molto valida, arricchita da un bell'assolo di chitarra che prosegue fino al finale sfumato.
"Made In China" era già apparso su "California Republic", e già all'epoca l'avevo valutato come uno dei brani migliori dell'artista. Ancora adesso ne ho ricevuto la medesima impressione. Il testo però è in inglese, anzichè in italiano come nel vecchio lavoro. L'ironia dell'artista è sempre pungente e puntuale.
"United Nations Of Standardized Food" è un brano cattivo, realizzato con una buona cura e con un'attenzione particolare sul lavoro della chitarra, e la parte del basso (artificiale?), davvero irrefrenabile. Una traccia di grande presa: mi è piaciuta molto.
"Wonderful Pills", dedicata alle medicine e al loro effetto placebo, colpisce il segno grazie al consueto alternarsi di riff tradizionali, cori catchy ed un arrangiamento perfetto.
"Ten Hundred Years", sembra avere dalla sua una vena maggiormento pop, soprattutto nella strofa. In questo caso, l'utilizzo degli effetti digitali è molto buono, superiore alla media del CD. Il ritornello è invece sfacciato e convulso. Vocalizzi, cori e campionamenti sono davvero buoni e validi, e mettono in mostra un volto differente di Robert Delirio, che non si può negare le aperture punk, ma che dimostra di avere in canna anche delle cartucce insospettabili. Le idee accennate qui sono meritevoli di ulteriori sviluppi.
Una melodia inattesa apre "E Pluribus Unum". Si tratta di un inno nazionale fittizio ed elettronico, che prende in giro gli interessi che uniscono, in nome del profitto estremo, paesi diversi. I riferimenti alla musica classica sono tanti, ma è l'ironia al vetriolo che caratterizza questa canzone, terribilmente vera e caustica, nonostante l'aspetto innocuo.
"Falafel", in versione italiana, ci mostra come israeliani e palestinesi abbiano punti di contatto. Apparentemente si tratta di una soluzione semplicistica, e di una presa in giro. Ma è chiaro che si tratta un'esagerazione. Allo stato attuale, un israeliano ed un palestinese si scannerebbero addirittura sul modo di preparare un falafel... Per chi si odia, non esistono punti di contatto nemmeno se sono evidenti. Comunque sia, una canzone pacifista. Tristemente assurda.
"O.G.M." è invece la versione italiana di "G.M.O.". Non c'è bisogno di aggiungere altro. E' bello che l'artista non dimentichi la sua lingua madre.
"Atrox Remix" è un medley ritoccato dei successi della band precedente dell'artista. Un tuffo nel passato. Solo strumentale.
A chiudere il tutto, ecco il rifacimento del quartetto K421 di Mozart: "Experimental Mozart". Ben realizzato, si fa apprezzare e fa terminare il CD in maniera davvero rilassata ed inattesa.
Dunque, a conti fatti "Digital Core" è un lavoro apprezzabile. Ci sono stati dei passi in avanti, qualitativamente parlando, rispetto a "California Republic". Certo, alcune cose sono ancora da rivedere. Il volume delle chitarre ad esempio. Spesso e volentieri i brani sembrano mosci, perchè le chitarre sono quasi tenute in sordina, e la ritmica elettronica non pompa come dovrebbe. Bisogna dedicare vari ascolti al lavoro dell'artista, per entrare nell'ottica ed intravederne il potenziale di impatto. C'è però ancora una riflessione da fare. Paradossalmente risultano più interessanti i brani che, in qualche modo, si defilano un po' dall'hardcore. Quando Robert Delirio sperimenta, o comunque mescola in maniera massiccia degli elementi esterni alla sua indomabile natura hardcore, ecco che la musica si fa più intrigante e personale. Che Robert Delirio sappia trattare la materia hardcore, lo sappiamo tutti. Più stimolanti sono i suoi viaggi su territori nuovi, e non per nulla ho apprezzato più "Black Lungs" e "Ten Hundred Years" rispetto ad altri episodi.
Nonostante il curriculum e l'esperienza, la musica di Robert Delirio sembra ancora in fase di maturazione, e sia "California Republic" che questo "Digital-Core", seppur con le debite differenze, sembrano ambedue dei "works in progress". Sicuramente l'artista sta raffinando la sua proposta, e non ci resta che attendere gli sviluppi futuri.
"Digital-Core" può essere scaricato alla cifra simbolica di 1,99 euro presso il sito http://www.robertdelirio.com/.
(Hellvis - Luglio 2009)

Voto: 6.5


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Sito internet: http://www.robertdelirio.com/