RIOT
Inishmore

Etichetta: Metal Blade
Anno: 1998
Durata: 51 min
Genere: heavy metal


I Riot sono a mio parere uno dei migliori gruppi di sempre. Non tutti i loro dischi possono essere considerati dei capolavori, questo no. Però è innegabile come in quasi trenta anni di attività la loro proposta musicale, pur assumendo forme e sfumature spesso diverse, sia stata quasi sempre di elevato spessore. E a mio parere è limitativo ricordarli solo per il magaclassico "Fire Down Under", stratosferico esempio di hard rock / heavy metal dinamico e coinvolgente. Ad esempio "Narita" (1978) è un signor disco! E che dire dei due album nei quali i nostri si sono avvicinati a sonorità speed metal, come lo spettacolare "Thundersteel" (1988) o il leggermente inferiore, anche se spesso sottovalutato, "The Privilege Of Power" (1990)?
Dopo quest'ultimo disco e con l'entrata in formazione del cantante Mike Di Meo ("Nightbreaker" - 1994) la proposta musicale dei cinque statunitensi si è orientata verso sonorità heavy metal ma con un orecchio proteso a recuperare un certo feeling tipico degli anni '70; è tangibile l'influenza di grandi gruppi come Deep Purle, Rainbow o Thin Lizzy (penso a certe armonizzazioni di chitarra), pur rimanendo in un contesto heavy metal.
"Inishmore" parla della grande carestia che colpì l'Irlanda tra il 1845 e il 1850. Tantissime persone furono costrette a lasciare l'isola e tra queste c'era colei che faceva battere il cuore a un ragazzo di Inishmore, la maggiore tra le isole di Aran. Quando lui scoprì che lei e la sua famiglia erano partiti per la baia di Galway (nella speranza di trovare un imbarco per l'America) si lanciò alla disperata ricerca, spinto solo dal desiderio e dal timore non poterla mai più rivedere. E pur con un dolore indescrivibile nel cuore non perse la speranza di rivederla e si promise di aspettarla per sempre sulle colline di Galway. Questa più o meno la storie, anche se spogliata della sua "poesia"...
"...Forsaken heart of inishmore/ in the hills of galway, I'll wait forever more"... e dopo l'intro vagamente celtico a nome "Black Water" irrompe "Angel Eyes", metal veloce nel riff e nelle strofe. La linea vocale mantiene una certa corposità hard rock, il timbro di Di Meo, anche se il paragone è azzardato, è sicuramente più vicino a quello di Coverdale che non a quello di Halford. Il pezzo è comunque ottimo e mostra un gruppo carico e in gran forma.
"Liberty" è sulla stessa falsariga; la sezione ritmica (Pete Perez e Bobby Jarzombek) non ha bisogno di presentazioni e guida il pezzo in maniera magistrale. Della coppia Reale-Flyntz che dire? Mostra un affiatamento come poche altre e meriterebbe di essere citata più spesso tra le migliori di questo genere. Il disco scorre in maniera piacevole e a tratti sorprendente. Non che ci siano chissà quali stravolgimenti o trovate geniali, solo (...solo?!!?) che non c'è una caduta di tono! "Kings Are falling" è splendida nel suo incedere a cavalcata, mentre "The Man" è una sorta di speed/hard rock!?! Come definire altrimenti il connubio vincente tra certe melodie e la doppia cassa indiavolata di Jarzombek?
Anche se la velocità media del disco è molto alta non siamo in presenza di chitarre asfittiche o batteria ultra-triggerata. Il suono esce bene, gli strumenti si distiguono in maniera perfetta (anche il basso riesce a farsi sentire in modo egregio!) e il risultato finale ne trae guadagno. Come spesso accade "il meglio viene in fondo", e per l'appunto le conclusive "Gypsy" e "Inishmore (Forsaken Heart)" vanno annoverate senza dubbio alcuno tra quanto di meglio il metal degli anni '90 ha saputo offrirci. L'inizio arrembante della prima fa da preludio a uno stupendo giro di chitarra che introduce la strofa. I successivi bridge e chorus si incastonano perfettamente tra loro e con il giro melodico di chitarra citato all'inizio, che viene ripreso più volte. Veramente una gran bella canzone, corredata anche da stupendi assoli incrociati di chitarra su una base molto veloce. Beh, tanto di cappello... "Inishmore (forsaken heart)" è invece un "riassunto" del contenuto del disco. Il protagonista è sulla scogliera, si sentono i gabbiani... E rimarrà per sempre ad aspettare la sua amata che non c'è più. La melodia dettata da Mark Reale è di quelle che fanno accapponare la pelle e il gruppo lo asseconda alla perfezione. Non ci sono parole per descrivere tanta maestria e tanta bravura. I Riot SONO un grande gruppo anche negli anni '90.
Quest'album uscì nei primissimi giorni del 1998. Per supportarlo il gruppo fece anche un tour europeo in compagnia dei Virgin Steele e degli austriaci Stimata IV che toccò anche l'Italia. Io li vidi a Firenze il 10 maggio. La scaletta era ben assortita e pescava da quasi tutti gli album. Non mancò però lo stupore quando partì il mitico riff di "Thundersteel"... nessuno credeva che Di Meo se la potesse cavare su tonalità più care al precedente cantante Tony Moore. Invece l'esecuzione fu veramente buona, complice anche l'aiuto fornito dalla corista Ligaya (moglie, se non erro, di Pete Perez). Finito il concerto i nostri si comportarono come il più sgangherato gruppo da pub di provincia. Vennero in sala e fecero tardi a parlare con i ragazzi che facevano la fila a complimentarsi. Ricordo che il bassista si mise a parlare con un mio amico, gli presentò Ligaya e - scalzo!! - lo portò dietro al locale per fargli vedere il tour bus (sulle cui poltroncine Di Meo e Reale stavano spaparanzati a riposarsi). Gli spiegò anche che la foto che compare sul retro, che vede i nostri su una scogliera con il mare alla spalle, è in realtà un fotomontaggio... perché andare in Irlanda per una foto era troppo costoso.
I Riot sono un grande gruppo e questo è il loro miglior disco degli ultimi quindici anni, a mio parere. Se non li conoscete potete cominciare pure da qui. Chi ama l'heavy metal non può ignorare una band così vera e capace.
(Linho - Ottobre 2004)

Voto: 9