RENAISSANCE
The Death Of Art
Etichetta: Shiver
Anno: 1994
Durata: 70 min
Genere: metal progressivo (in senso lato)
La morte dell'arte, o forse la ricerca della sua massima espressione. La
musica dei Renaissance rincorre l'insolito, si adagia con maestria in stati
remoti, distanti tra loro, traccia il varco tra gli uni e gli altri, con lo
scopo di riunire, sotto un unico emblema, tessuti così anomali. E' un sound
che finisce inequivocabilmente per definirsi prog, ma non inteso nel suo
significato oramai comune (i lustrati paesaggi alla Dream Theater non ci
riguardano): progredisce nella sua accezione più autentica. Un lavoro
estremo perché singolare, diviso in due parti (due sole sono le canzoni che
coprono i settanta minuti) come lati indipendenti, realizzati da line up
differenti (il cuore del gruppo sta nel duo Ons/Jansenss) e, soprattutto,
con stili differenti. La prima "suite" è il vero perno dell'album,
elegante ed allettante in ogni sua parte, mentre la seconda, più aggressiva e
dinamica, ma anche più piatta ed immatura, rappresenta quella che fu la fase
demo, in un compendio quasi totale di ciò che è stata, e che forse sarà (le
voci riguardanti il loro futuro si contraddicono senza soluzione di
continuità) la creatura Renaissance.
Il primo brano s'insinua aggraziato, tra delicati arpeggi, accelerazioni
elettriche e passaggi di stampo lievemente sinfonico, sostenuti da
campionamenti che ricamano atmosfere da film-music, come aromi che
scivolano lungo le sale di un museo. Le tonalità più astratte foderano
l'intero disco, e se negli Opeth (un qualche riferimento noto va pur preso)
l'alternanza tra pieni e vuoti si muove secondo un certo filo conduttore,
qui è l'imprevedibilità a far scorrere le strutture, a manovrare i fili. Le
stesse trame heavy si distendono scostanti, tra classic, thrash e death, a
loro volta accentuati in passaggi complessi, cambi di tempo, e riff dalla
vita breve, tinteggiati da situazioni ingegnose, pregiati tappeti di
tastiere, archi, violini e quant'altro ancora. E' il lato strumentale ad
attrarre su di sé tutta l'attenzione, con un cantato (rarefatto) pulito e
una produzione che risente del peso degli anni. Ma lo spettro di idee che
solleticano il palato è vastissimo: i cambi di tema, continui, fluiscono in
uno scorrere morbido, ricco di sfumature, per un canovaccio stilistico (in
pratica) assente, e ogni motivo inatteso quanto il successivo.
La seconda parte, purtroppo, smarrisce stravaganza ed interesse. "Archway" è
più tipicamente death (con cantato growl), introdotto sì da climi di nuovo
oscuri, sempre molto articolato, però spoglio della maggior parte delle
pennellate "estranee" precedenti, più ordinario insomma. Quell'affresco
(merita il termine) prima così "ibrido", ora si svaluta in un più canonico
techno-death atmosferico, in cui le tastiere armonizzano ancora qualche
ambientazione attraente, ma il topo-in-gola rimane in ogni senso "sul gozzo",
per un bilancio che slitta in negativo.
Tuttavia il soffio vitale dei Renaissance è ben tratteggiato dalla prima
traccia, esperienza unica tra quel che si può (presente storico) ascoltare
"in giro", e non poteva che essere altrimenti considerando chi, in via
ideale, tributano i membri del gruppo (si va dai Pink Floyd, ai Rush, ai
Black Sabbath, ai Voivod, alla fusion, alla classica), per la più grande
metal band del Belgio (beh, non era difficile). "The Death Of Art" è un
concept sulle sorti dell'arte, sul suo indefinito crepuscolo,
sull'assuefarsi dell'uomo alla sovrabbondanza di scelte/fatti/atti che lo
circondano, e di lì il torpore, la noia, il disinteresse nei confronti del
bello, forse la stessa indifferenza che ha condannato questo lavoro. Per
espiare questa nostra "colpa", auguriamoci di essere un giorno testimoni
della rinascita della loro musica, della loro arte.
(Orion - Ottobre 2002)
Voto: 8
Contatti:
Sito internet: http://renaissance_online.tripod.com/
Un album stranissimo ed unico. Ascoltarlo richiede molto impegno, visti i continui cambi, vista l'enorme quantità di influenze, e vista la durata delle due canzoni! Ma se vi piace la roba strana allora compratevi questo "The Death Of Art", non è un capolavoro, ma resta pur sempre un'opera unica e meritevole di essere conosciuta.
(teonzo - Ottobre 2002)
Voto: 8