PTSD (POST TRAUMATIC STRESS DISORDER)
Burepolom

Etichetta: My Kingdom Music
Anno: 2008
Durata: 48 min
Genere: crossover metal


La band si forma nel 2005, dopo una precedente esperienza come Voltage, già attivi dal 1994 e con un album autoprodotto; è invece della fine del 2008 la registrazione ed il lancio di questo nuovo full-length "Burepolom", uscito per la nostrana My Kingdom Music.
Chitarre massicce e robuste aprono il primo brano in scaletta, "Jerkwater"; pezzo articolato che ben si divide tra brevi e feroci sfuriate e lunghe partiture, dove invece lo spirito melodico e maggiori aperture prendono il sopravvento; netto e repentino lo stacco centrale che ridà nuovo slancio e vigore al tutto, mentre sul finale, grazie anche ad inserti di tastiera in appoggio, aumenta e di parecchio l'intensità emotiva.
"Low Self Esteem" viene introdotto invece da chitarre più lasciate andare e leggermente stoppate, che pian, piano sui bridge ed i ritornelli acquisiscono un ottimo groove. L'andamento non lineare del brano rende il tutto appetibile e di facile ascolto, grazie ai numerosi cambi d'atmosfera e di ritmo. Partiture più intense, infatti, si alternano a passaggi semiacustici e più ovattati, per poi rinvigorirsi di nuovo e ritrovare sfogo e compattezza sui chorus. Ottima prova di Henry Guy alle vocals, convincente, grintoso e nella parte.
Con "Anyone" le sonorità si fanno più cupe e compresse, in netto contrasto con le melodie molto aperte dei cantati; da sottolineare la buona riuscita dei ritornelli, assolutamente di gusto ed orecchiabilità. All'improvviso cambiano radicalmente i connotati del pezzo e sembra di entrare in una nuova canzone, dove le cadenze, le battute e gli accenti vengono stravolti per poi riprendere solo nel finale la via precedentemente intrapresa. Bravi e spiazzanti.
"Neurotted" e si cambia ancora; la velocità di base aumenta notevolmente e con essa il groove e la potenza espressi. Reminescenze alternative e direi quasi nu-metal fuoriescono dai solchi, per un brano che comunque non rinuncia ancora una volta a presentarci il lato più melodico ed introspettivo dei nostri, vedi ritornelli e breve stacco a metà pezzo, dove a fronte di un brusco rallentamento si ha un notevole cambio d'atmosfera e suoni. Mutevoli, sfuggenti ed assolutamente interessanti.
In "Beat Me Down" tutto si fa più pacato e rock oriented; un brano, questo, che pur con nette differenze di suono ed impatto ricalca alla lettera gli stilemi del classico rock, ossia strofa più sentita e lenta e bridge e chorus più potenti, slanciati e lasciati andare; una semi-ballad che coglie sicuramente nel segno, soprattutto per quell'originalità di fondo che sembra essere innata. Buonissimo il solo.
"Raylway to..." non è altro che una lunga introduzione alla title-track, "Burepolom". Nell'occasione le partiture si fanno più tirate e potenti, mentre ritmiche articolate e riff cadenzati appoggiano vocals più ruvide e vigorose sulle strofe, per poi riacquisire velocità e groove sui ritornelli, stavolta veloci e di puro impatto. Assolutamente di spessore le soluzioni di passaggio tra le varie fasi del pezzo, che risulta assolutamente omogeneo. Il finale si fa, poi, di stampo decisamente korniano, con le chitarre scarne e ribassate e la batteria svuotata e secca.
Con "Still Love", ottavo brano in scaletta, l'atmosfera si addolcisce significativamente, per una nuova power ballad dove le doti canore di Henry sono ancora una volta poste in risalto; linee melodiche sicure, impostate, convinte e ricche di pathos.Ottima l'idea delle tastiere in appoggio sia sulle strofe che sui chorus per rendere il tutto più omogeneo ed orecchiabile. Ma poi un nuovo ed improvviso cambio di ritmo ci lascia spiazzati; la velocità aumenta e con essa la potenza e la compressione dei suoni per un breve sprazzo di follia prima del ritornello finale. Gran bel pezzo.
In "The Traveller" le ritmiche si fanno più saltellanti mentre stacchi più lenti e cupi si alternano a partiture più veloci ed intense, per poi liberarsi in ritornelli veloci e pieni di slancio. Stavolta le sonorità risultano decisamente poco catalogabili, riunendo in sè molteplici influenze ed assonanze, che l'avvicinano ora al nu metal, ora alla new wave, quindi al rock di matrice più tradizionale per arrivare, infine, all'alternative più duro e sanguigno. Proprio niente male.
Il finale è lasciato a "Falling From Eternity"; il profilo rimane volutamente basso in apertura, dove si mantiene su toni pacati e malinconici per poi acquistare maggior compattezza ed intensità sui chorus e cambiare radicalmente volto lungo i fraseggi centrali, dove le ritmiche alzano il tiro e si ha maggior vigore emotivo. Falso allarme; tutto ritorna sui binari iniziali; l'atmosfera cala di nuovo e poi via, di nuovo ritornello e cambio di velocità ed emozioni. Altro buon pezzo questo, dalla spiccata personalità, dove si denota da parte dei nostri la netta e marcata volontà a non voler sottostare assolutamente ai vari clichè, ma a cercar di donare al tutto un tocco proprio ed originale.
Come detto sono molte le influenze ed i richiami che lungo questi dieci brani tornano alla mente, passando dai Katatonia, ai Deftones, sino ad arrivare ai Korn od in minor modo ai Cure; il tutto però orchestrato e miscelato con meritevole perizia tecnica, originalità e personalità, tanto da acquisire una propria caratura stilistica, ben riconoscibile ed apprezzabile. Ad averne.
(Pasa - Febbraio 2009)

Voto: 7.5


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