PHAENOMENA
The Praise Of Madness

Etichetta: Extreme Agency
Anno: 2008
Durata: 73 min
Genere: progressive metal


Non è facile dare un giudizio al lavoro di questa band progressive italiana, e non perchè non ci siano cose da dire su di loro, ma perchè all'interno del loro stile e della loro opera prima troviamo spunti davvero diversi che, da una parte, mostrano un talento non da poco, ma dall'altra si arenano in qualche difetto di fondo che tarpa un po' le ali ad un lavoro che avrebbe potuto essere eccellente. Andiamo con ordine, però: i Phaenomena nascono nel 1997, ma la loro vera storia inizia intorno al 2003, quando avvicinano il loro stile al progressive metal e iniziano a lavorare su questo primo album che occuperà ben cinque anni di lavoro. Nel 2008, quindi, vede la luce "The Praise Of Madness", un album ispirato in buona parte dall'opera di Erasmo da Rotterdam "L'elogio della follia": lo stile è un progressive metal molto articolato, che vive un po' troppo sulle spalle dei Dream Theater, ma che possiede anche un'anima ben precisa e diversi punti di forza, che cercherò di sottolineare parlandovi delle varie composizioni. Facendo però una panoramica generale, quello che posso dire è che questo album vive sempre tra un estremo e l'altro: ora mi colpisce con un passaggio particolarmente azzeccato o mi emoziona con un'apertura da applausi, ora invece mi ritrovo a chiedermi perchè diavolo certe canzoni debbano trascinarsi per dieci minuti senza andare da nessuna parte. Insomma, difficile davvero avere un giudizio univoco su questo CD.
L'inizio è assolutamente pregevole grazie a "Pallade's Whim" e "Awakening", due episodi molto brevi che ben introducono l'opera: la prima mostra subito l'importanza delle tastiere, che ricreano quell'atmosfera ora malinconica, ora folle e sinistra, un breve strumentale tra pianoforte e arpeggi di chitarra; la seconda invece è una composizione altrettanto delicata, che presenta il cantato di Stefano Sbrignadello. Ecco, devo dire che se le tastiere di Pasquale Barile sono sicuramente il maggiore punto di forza dell'album, non posso dire di essere rimasto colpito dalla performance non proprio brillante del cantante. Sarà questione di gusti, per carità, ma credo che una voce così canonica non si sposi bene con le atmosfere e la musica dei Phaenomena.
Il vivo dell'opera, però, arriva con "Overture" e anche qui il giudizio non può che essere positivo: lo stile non presenta chissà quali stravolgimenti e le coordinate del genere vengono seguite con regolarità, ma bisogna dire che la capacità di scrittura di questi ragazzi è buona e il brano scorre con fluidità, tra accelerazioni, momenti di groove e svolazzi di tastiere. Quello che non convince, invece, è la registrazione, che purtroppo ammazza le chitarre relegandole ad un ruolo secondario e svuotandole di potenza. Peccato, perchè il lavoro di Fausto De Bellis e Luca Galantino è degno di nota.
A questo punto, però, dopo i primi tredici minuti dell'album passati senza incidenti, inizia a farsi sentire una certa prolissità di fondo, cosa che purtroppo segnerà più di una composizione, finendo per far pesare troppo i 73 minuti di durata (un'infinità!): così "Incipit Delirii" si trascina tra qualche buono spunto e numerosi lungaggini. Molto meglio "Recollection In Tranquillity", un brano che supera i dieci minuti di durata ma pesa molto meno del precedente, grazie ad un bel dinamismo che percorre tutto il brano e mostra come questi ragazzi sappiano gestire molto bene le loro potenzialità quando vogliono. Momenti delicati, accelerazioni, assoli, quell'alone di follia che non può mancare in un'opera che si chiama "The Praise Of Madness" e diversi richiami al progressive degli anni '70, compreso qualcosa della nostra PFM.
Si prosegue con la discreta "Mistress Of Insanity" e il breve intermezzo di "Erasmus's Rest" per arrivare alla suite dell'album, la lunga "The Frenetic Triad": nei suoi quattordici minuti il gruppo cerca di condensare tutta la sua anima progressive, ma anche qui fa il passo più lungo della gamba, a mio avviso, e si perde un po' la bussola, finendo per creare una di quelle composizioni che sono sì dinamiche e variegate, ma anche un po' confuse. Insomma, stavo già per rassegnarmi ad un album che parte bene e finisce maluccio e invece questi ragazzi mi regalano un colpo di coda davvero niente male: gli ultimi due brani, "Instrumad" e "The Praise Of Madness", sono davvero molto belli. Il primo è un ottimo strumentale, teso, ricco di spunti musicali e di atmosfere diverse. Si parte con una certa spigolosità, ma poi la melodia si apre, per poi ricominciare ad intrecciarsi in un continuo dialogo di strumenti che portano dritti alla title-track, un brano magniloquente e drammatico, in cui il lavoro delle tastiere raggiunge il suo apice in un tripudio sinfonico.
Quindi, come potete vedere, considero "The Praise Of Madness" un album fatto di alti e bassi, con diversi momenti di assoluto valore e altrettanti episodi da rivedere, rimaneggiare e forse addirittura tagliare in nome della sacra arte della sintesi. Per essere un lavoro autoprodotto non è davvero niente male: forse con una registrazione più curata e un bravo produttore che sappia dove mettere le mani e magari imporsi su alcune scelte della band, le cose potrebbero andare ancora meglio.



(Danny Boodman - Ottobre 2009)

Voto: 7


Contatti:
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