PESTILENCE
Spheres
Etichetta: RoadRunner
Anno: 1993
Durata: 33 min
Genere: techno-death
"Spheres" è il quarto ed ultimo album degli olandesi Pestilence, e segna un notevole cambiamento nello stile del gruppo rispetto al precedente "Testimony Of The Ancients", se poi lo confrontiamo al loro primo album "Malleus Maleficarum" non sembrano nemmeno lo stesso gruppo. Dopo aver abbandonato la furia cieca degli esordi, e dopo aver fatto un album di death tecnico ed intricato, si sono messi a mescolare il jazz al death metal, ottenendo un album mooolto ostico sia per la struttura delle canzoni, che per il loro stile ed i suoni usati. Tutto in questo album risulta meditato e cervellotico.
Prima di tutto va fatto notare l'ingresso in line-up di un nuovo bassista, alias Jeroen Paul Thesseling, che affianca il trio storico dei Pestilence, composto dai due figli di immigrati sardi Patrick Mameli (chitarra e voce) e Marco Foddis (batteria), e da Patrick Utervijk (chitarra).
In questo album la componente death metal non è mai presente al 100%, nel senso che non c'è un singolo passaggio di pura violenza, ma viene sempre miscelata in maniera unica con le influenze jazz. Paradossalmente la cosa più death dell'album è la voce in growl, ma non è un growl classico, bensì un growl filtrato e l'effetto che ne esce è quasi disumano. Molti riff sono di chiara ispirazione death, ma hanno sempre quel tocco di jazz che li rende ricercati e raffinati. Non a caso nelle interviste dell'epoca Mameli parlava di "the breed beyond" (ossia "la razza oltre"), riferendosi a loro, gli Atheist, i Cynic ed i DEATH, ossia i 4 gruppi che portarono il death metal ad un livello di raffinatezza e complessità superiore. Ma, a differenza degli altri 3 gruppi, con "Spheres" i Pestilence puntarono ad una sperimentazione soprattutto dal punto di vista dei suoni, difatti qui vengono usate in grande abbondanza le synth guitar, e sul libretto affermano orgogliosi di non aver usato tastiere da nessuna parte... proprio questa frase sembra paradossale, perché quello era il proclama che veniva usato tipicamente dai gruppi true metal, ossia gente con un approccio alla musica totalmente opposto da quello di "Spheres".
Le synth guitar vengono usate in maniera eccellente, soprattutto perché Mameli ed Utervijk utilizzano un'ampissima gamma di suoni e di effetti, a voler dare un senso di spazialità alla musica. Proprio la parola "spazialità" credo sia la migliore per definire questo album: spaziale perché i Pestilence hanno voluto demolire tutti i limiti con questo album, andando da un confine all'altro della musica; spaziale perché le tematiche trattate e le canzoni spingono l'ascoltatore a chiudere gli occhi e viaggiare con la mente. La copertina raffigura splendidamente questo concetto: è un disegno con in basso a sinistra la sfera degli antichi (presente sulla copertina dell'album precedente) che viaggia nello spazio e viene risucchiata da un buco nero posto a destra. Tutto questo si rivelerà essere una premonizione, perché con questo album i Pestilence partirono per lidi lontani senza tornare mai più.
Descrivere la musica è piuttosto difficile, perché non ci sono termini di paragone, visto che le canzoni qui presenti, pur mescolando death e jazz, risultano molto diverse da quelle di Atheist e Cynic. Tutta la ricerca è improntata sul feeling delle canzoni, e non ci sono mai delle parti tecnicamente impossibili da suonare. Questo lo si nota sia negli assoli di chitarra (sempre lenti e ragionati), sia nelle parti di batteria, ben lontane dalla complessità di un Reinert o di un Hoglan (forse anche perché Foddis non ne aveva le capacità). Tutto risulta ragionato, tutto risulta studiato a tavolino, ed al primo impatto sembra di trovarsi di fronte ad un album talmente ricercato e perfettino nella forma da risultare vuoto emotivamente. Ma così non è, e il primo indizio lo si ha dai testi, basati sulla ricerca introspettiva e su vari viaggi nella mente umana. Così l'ascoltatore comincia ad entrare nel mondo aperto da "Spheres", e nota che ogni singolo passaggio, prima di essere stato pensato e curato nella forma, era stato creato a livello emotivo. Insomma, all'inizio si sbatte contro la sfera esterna, quella data dalla precisione geometrica delle canzoni. Poi, con costanza ed impegno, si riesce a penetrarla e si entra nella sfera emotiva dell'album.
Come avrete capito non è certo un album da ascoltare mentre si guida o mentre si cazzeggia. Per starci dietro serve una attenzione completa. Io continuo a preferire il precedente "Testimony Of The Ancients", ed ammetto senza problemi che c'ho messo un bel po' di ascolti prima che questo album cominciasse a piacermi. Ma se la musica complessa e cervellotica non vi spaventa allora questo album vale la pena di essere comprato ed assaporato in ogni suo passaggio, a patto però di conoscere almeno l'album precedente, e di masticare un bel po' di death metal, altrimenti ad ascoltarlo si sbatte contro un muro compatto.
Purtroppo dopo questo album i Pestilence si sciolsero, sia perché si presero gli insulti di gran parte dei metallari che non avevano digerito questo cambio stilistico, sia perché ormai non avevano molto più da dire artisticamente: non aveva senso tornare indietro, non aveva senso rifare un album simile, e non era possibile andare avanti perché sarebbero arrivati a suonare del "normale" jazz. Una volta partiti per lo spazio non sono più tornati indietro.
(teonzo - Agosto 2002)
Voto: 9
Headbanging e yoga, una combo allucinante. In questo disco
ormai i Pestilence hanno abbandonato la sfera terrena e
stanno piu' di la' che di qua con la testa e con le emozioni.
Testi e musica portano il loro metal alla ricerca dell'io
nascosto e soffocato dagli schemi della vita quotidiana, e
delle energie dentro di noi che aspettano solo di essere
liberate. Queste ricerche sono descritte a livello sonoro
con l'utilizzo di sintetizzatori vari, e anche i ritmi e la
cattiveria hanno messo una marcia in meno rispetto a Testimony,
immersa com'e' ora la loro musica nelle nebbie dell'introspezione.
Ma ogni tanto tornano le emozioni negative e la rabbia mai
sopita torna a farsi sentire (Soul Search), salvo poi tornare
a sedersi a ginocchia incrociate (Personal Energy) in cerca di
armonia per creare e unificare superando tutte le barriere.
Un album stranissimo che va ascoltato di sera quando il sole
e' gia' sceso e la notte ci porta domande. Il suo difetto e' che
le sonorita' non sono eccessivamente varie, e che la cattiveria
quando c'e' fa comunque fatica a sollevarsi da terra.
(Mork - Agosto 2002)
Voto: 8
Uno dei dischi più ostici di tutta la mia vita. Ogni album ha la sua chiave
di lettura, alcuni ne hanno anche più d'una, ma trovare l'anima di "Spheres" è
stata una vera impresa. E poi un bel giorno, dopo infiniti ascolti, il tutto
ha cominciato ha guadagnare di significato, la forma delle canzoni non
risultava più così straniante, la precisione con cui è confezionato il disco
iniziava a motivarsi. Che fosse un lavoro cervellotico era chiaro fin da
subito, ma è rimasto un solido impenetrabile a lungo, finchè la delicata
armonia che sottende "Spheres" non ha cominciato a "parlare", mostrando in
tutto il suo fascino quell'abbraccio tra raffinatezza, complessità e
audacia, come ordinati in un sistema di massimo equilibrio formale.
Quest'ultimo Pestilence preme nella direzione di una ricerca personale,
insinuandosi delicatamente nella mente, canzone dopo canzone, e il piacere
che regala è un qualcosa che si conquista dopo mille ascolti, come un buon
Barolo magari, che matura col tempo.
(Orion - Settembre 2002)
Voto: 8.5
Che figata! Secondo me lo possono apprezzare lo stesso in molti, jazz
o non jazz, insomma per me non serve mica comprendere chissà quali
tecnicismi compositivi per godersi "Spheres"... tant'è vero che a me,
che non ne capisco una mazza di jazz, piace un casino. L'effetto che
mi fa è di trovarmi nello spazio buio e freddo, dove vedo in
lontananza inspiegabili e potentissime forze cosmiche, che da un lato
affascinano, dall'altro spaventano perché ti possono trascinare via
con loro, e tu non puoi fare niente se non rimanere là a guardare,
senza poter scappare via. Non ho fumato niente, è il disco che mi fa
quest'effetto. Inoltre la carica aggressiva su "Spheres" non è
indifferente, non pensiate che sia roba calma... quest'album è da
sentire se vi interessa la musica, indipendentemente dai vostri gusti.
(bist - Ottobre 2002)
Voto: 9