OBTEST
Gyvybës Medis

Etichetta: Osmose Productions / Ledo Takas Records
Anno: 2008
Durata: 43 min
Genere: pagan metal


Con l'album "Iš Kartos Į Kartą" del 2005, gli Obtest si sono ritagliati uno spazio decisivo nella scena pagan internazionale contemporanea. Il disco, acclamato dalla critica e dai fan, ha fatto da spartiacque nella carriera dei lituani, ora più forti che mai. Gli Obtest sono con tutta probabilità il gruppo più rappresentativo dell'intera scena baltica, ed è quindi con piacere che mi ritrovo a recensire il loro ritorno: "Gyvybës Medis". Tra l'album precedente e questo, gli Obtest hanno pubblicato un EP: "Prieš Audrą" ha visto la luce nel 2006. In esso sono state riprese alcune tracce del demo omonimo del 1995, più due canzoni inedite che, stando a quanto dichiarato dal gruppo in un'intervista a Shapeless, avrebbero dovuto far parte di un 7".
"Gyvybës Medis" vede il passaggio degli Obtest alla storica etichetta francese Osmose Records, molto nota negli anni '90 per il contributo all'allora di successo scena black. La band rimane comunque sotto contratto anche con l'ottima Ledo Takas Records, loro etichetta storica e punto di riferimento inevitabile per il metal baltico.
Messo da parte il senso di mistero derivato dalle origini black metal, gli Obtest ci rivelano ufficialmente la loro formazione: la line-up che ha inciso l'album consiste in Baalberith alla voce, Sadlave ed Enrikas alle chitarre, Demonas al basso e Insmuth alla batteria. Quindi, formazione classicamente metal, senza il facile artificio di tastiere o strumenti tradizionali, come capita sempre più spesso nell'ambiente pagan.
La copertina di "Gyvybës Medis" è molto evocativa, ed è perfettamente coerente con la musica e l'immaginario della band. Realizzata con tratti professionali e convincenti, essa ci mostra un albero solitario e rigoglioso, carico di foglie e stagliato contro un cielo colorato di nuvole bianche. L'albero occupa metà della copertina. L'altra metà ritrae invece le sue radici, altrettanto estese e rigogliose, che penetrano in profondità nel terreno rossastro.
Passo subito quindi alla recensione del CD, evitando di perdere tempo in inutili notizie biografiche: il lettore potrà trovare tutte le informazioni relative alla storia degli Obtest nella recensione di "Iš Kartos Į Kartą", presente negli archivi della nostra zine.
Il disco si apre con "Apeigos", che vuol dire "Riti". Come l'album precedente, anche questa uscita gode di una produzione esplosiva e nitidissima. Pur non essendo velocissima, la canzone ha una ritmica trascinante, grazie all'ottimo lavoro della batteria, che insiste particolarmente con l'uso della grancassa. La melodia, sempre presente, prende forma dal lavoro delle due chitarre, abili ad alternarsi nelle proprie funzioni: una, più virtuosa, colorisce il tutto; l'altra, si limita a tracciare le linee melodiche con puntualità e gusto. Lo stile è inconfondibile, e la qualità dell'arrangiamento è sempre ad alti livelli. La voce del cantante è rozza, assolutamente non estesa, ma è adattissima al sound del gruppo: il pagan dei lituani non è infatti morbido, evocativo, ripetitivo, atmosferico. Gli Obtest sono sempre stati rabbiosi, e le loro canzoni sono costantemtente pregne di un fortissimo senso epico e guerresco.
"Vedlys" è aperta da una serie di riff melodici serrati e da un potente blastbeat ritmico. La chitarra solista arricchisce il tutto col suo facile virtuosismo. Questa volta il cantante è più arrabbiato, e "Vedlys" pare rinverdire i fasti di una canzone quale "Paskutinė Akimirka", vero highlight dell'album precedente. Che tiro! E che sonorità, calde e virili! La grandezza di questo gruppo è evidente da tanti particolari, ma uno è più importante degli altri: il suono è davvero personale! Gli Obtest hanno un suono unico ed inconfondibile: è impossibile confonderli con altri. Non è affatto una cosa da poco! Inoltre, i lituani riescono sempre a stupirci con tanti colpi di genio: si ascolti ad esempio l'assolo di chitarra, spudoratamente heavy metal. Insomma, le influenze del gruppo si ampliano di anno in anno, ed il loro pagan non vuole certo ammorbidirsi, anzi, la componente classicamente metal si fa sempre più accentuata. Bella strofa e ritornello accattivante: grande canzone.
Ehi, che attacco power! "Šviesa" è, per quanto sembri impossibile, ancora più serrata ed aggressiva del brano precedente! Il blastbeat è a livelli inumani, la strofa morde e colpisce duro grazie alle bordate delle chitarre, ficcanti come coltellate. Il ritornello enfatizza invece la melodia, che non lascia scampo. L'elemento power metal è presente esclusivamente a livello ritmico, mentre il resto dell'arrangiamento è... indubbiamente alla Obtest. Credetemi ragazzi: in tutta sincerità pensavo che il gruppo non sarebbe mai riuscito a migliorarsi rispetto al bellissimo "Iš Kartos Į Kartą": e invece, eccomi piacevolmente contraddetto! La chitarra solista ha fatto passi da gigante, e la musica si è fatta ancora più terremotante e trascinante. La tecnica è stupefacente, la professionalità supera di gran lunga quella di gruppi più quotati. E' un delitto che gli Obtest siano ancora un gruppo underground! Davvero un delitto! Ma il pubblico che li apprezza sta aumentando di giorno in giorno e, per citare Fidel Castro, credo proprio che la storia li assolverà, eheh!
Ecco ora la traccia che dà il titolo all'album, la cui traduzione in italiano è "Albero Della Vita". Dopo qualche battuta introduttiva, la canzone entra nel suo vivo mantenendo una ritmica controllata. La strofa è costituita da una melodia semplice, che presto si scontra con un'accelerazione repentina, sulla quale la chitarra solista sembra voler ricreare una melodia popolare. Come al solito però, gli Obtest non tentano di riproporre musiche popolari in chiave metal, ma utilizzano solo piccoli spunti e suggestioni, che vengono inseriti in un contesto decisamente moderno e metal. Inoltre, il gruppo non ricerca troppi artifici: il lavoro delle due chitarre e del basso è più che sufficiente per la creazione di sonorità intense e ricche. I volumi sono missati alla perfezione, e non si notano difetti. Questo perché il gruppo ha le idee molto chiare. E, a quanto pare, il gran numero di concerti, tra cui anche un tour negli Stati Uniti, ha permesso al quintetto di incrementare la propria esperienza.
Tanta melodia anche in "Sakalo Vaikai". Pur ricorrendo a figure tipiche del metal, non c'è passaggio nelle composizioni che sia banale. Passaggio dopo passaggio, gli Obtest lasciano a bocca aperta perché le loro idee si rivelano sempre vincenti. I lituani riescono nel difficile compito di dar vita a melodie di facile presa, senza ricorrere a idee trite e ritrite. Ed anche quando un riff è di stampo classico, c'è sempre quel particolare che lo distingue dal resto. Melodia e potenza vanno a braccetto come già è accaduto in passato. L'ascolto di canzoni come questa è un piacere sia per il cuore, trascinato dalla loro irruenza, sia per il cervello, che si può godere una raffinatezza dietro all'altra.
"Ąžuolas", ovvero "Quercia", alterna una strofa agile e schizzata con un ritornello cadenzato ed incisivo: la lingua lituana è un piccolo ostacolo, che inibisce la nostra reazione istintiva ad intonare il ritornello insieme alla band. Ma il suono di questa bella lingua è inscindibile dalla musica degli Obtest. Il loro fascino sta anche in questo! Anche la melodia di questa canzone è in minore, e pur essendoci delle ovvie somiglianze tra una composizione e l'altra, non ci troviamo di certo di fronte ad un gruppo che sforni canzoni tutte uguali. Anzi, uno dei (tanti, quanti ne ho già elencati, eheh?!) punti di forza del quintetto è proprio la creatività esplosiva, unita ad un'ispirazione che sembra non esaurirsi mai.
Indomabile e testarda, "Geležinis Vilkas" ("Il Lupo D'Acciaio"... bel titolo metal!), mantiene elevato il livello del disco. E mi spinge a sottolineare il lavoro del basso, che spesso tende a passare in sordina. Demonas è davvero un virtuoso, che non si limita mai solo ad accompagnare. La padronanza strumentale è notevole per ogni membro del gruppo. Questa è quindi una cosa che fa la differenza. Non ci si può improvvisare ad essere grandi. Bisogna aver lavorato, sudato ed aver mantenuto la costanza per continuare a farlo. Solo in seguito a tutto questo, si può allora vedere se si ha talento o meno. Gli Obtest hanno fatto tanta gavetta, e l'umiltà non è mai venuta meno. Questa canzone si distingue per alcuni passaggi di chitarra acustica.
"Tai Ne Pabaiga" mi ha fatto sorridere : la strofa è davvero particolare, tanto che si potrebbero quasi avvertire echi di punk/hardcore. Poi la canzone si evolve, e l'elemento metal prende il sopravvento su tutto. Così come le classiche melodie distese, sebbene sostenute da ritmi vigorosi, tipiche dei lituani. Però le canzoni presenti in quest'album non presentano solo miglioramenti, ma un'evoluzione vera e propria: come ho scritto prima, le influenze sono aumentate, e l'elemento heavy metal si è fatto più presente ed evidente. "Questa Non E' La Fine" recita il titolo della canzone, una volta tradotto: c'è da sperare che il gruppo si evolva ancora, e che ci stupisca sempre di più in futuro!
La composizione finale del CD si intitola "Įkaitai", "Ostaggi". Si tratta di uno strumentale caratterizzato da belle melodie, suonate da chitarre indomabili, che ci mostra una band che avanza compatta, senza prime donne. Il suono d'assieme, così ricco ed energico, è un piacere per le orecchie. Com'è possibile resistere?
Ebbene sì, non ci volevo credere ma gli Obtest si sono superati. Ed hanno sfornato un grande album. Sì, grande, rispetto a tutte le uscite trascurabili che hanno inflazionato di brutto il panorama pagan. Quante uscite sono molto simili fra di loro? Quanti gruppi sono ormai privi di personalità? Il pagan metal è diventato un'accozzaglia crudele di cliché, che rende ormai scontati anche i gruppi più talentuosi. C'è chi opta per gli strumenti tradizionali, chi invece lascia il metal per dedicarsi al folk, o all'ambient. E la noia prende il sopravvento, perché le idee sembrano ripetersi all'infinito, stancando anche gli ascoltatori più accaniti. Poi, c'è un gruppo come gli Obtest che suona pagan, e si libera da tutti i vincoli. Suona una musica ben definibile, sì, e legata alla tradizione. Canta inni alla propria terra ed ai tempi pagani. Strizza l'occhio alle usanze della sua terra. Ma lo fa con chitarre elettriche, basso e batteria, come un vero gruppo rock. Lo fa picchiando, e componendo melodie intelligenti. E con un suono unico ed inconfondibile, che non si perde in inutili intellettualismi ma che al tempo stesso non copia e stracopia ciò che hanno fatto gli altri. In quest'ottica dev'essere visto il grande lavoro che gli Obtest stanno facendo da anni. Con gli ultimi due album, i lituani hanno dimostrato che il pagan ha molto da dire, e che si può far rivivere una scena ormai satura... basta pensare con la propria testa!
Davvero, mi sento onorato di aver recensito per la seconda volta gli Obtest. Auguro al gruppo le fortune migliori.
(Hellvis - Gennaio 2009)

Voto: 9


Contatti:
Mail Obtest: booking@obtest.lt
Sito Obtest: http://www.obtest.lt/

Sito Osmose Productions: http://www.osmoseproductions.com/

Sito Ledo Takas Records: http://www.ledotakas.net/