NO MORE FEAR
Ethnoprison
Etichetta: Lost Sound Records / Gatti Promotion
Anno: 2008
Durata: 46 min
Genere: death metal melodico con spunti gothic
Avevo già incontrato i No More Fear in occasione di un loro split con i
Sin Driven Tide. Sono passati ormai un bel po' di anni da quella
recensione (risale al 2003), ed è un piacere ritrovarli, anche perchè
il gruppo mi aveva lasciato un buon ricordo. "Ethnoprison" è il terzo
lavoro della band abruzzese, ed ammetto di essermi chiesto che tipo di
musica avrei ascoltato. In effetti, le registrazioni di questo nuovo
lavoro sono iniziate nel 2006, e con il passare degli anni e
l'esperienza acquisita, era molto probabile che il suono dei No More
Fear fosse maturato, o comunque cambiato. Beh, in effetti la musica del
gruppo è differente da quanto ha fatto in passato, pur senza
stravolgere un suono che fa della ricchezza timbrica e della
raffinatezza i suoi punti di forza.
La copertina del CD è di un rosso cupo, ed anche le otto pagine
del libretto, comprendenti i testi ed una foto del gruppo. La band è
composta da Gianluca Peluso al microfono, Alessandro Montoneri e
Massimo Peluso alle chitarre, Davide Rosati al basso e Gianluca Orsini
alla batteria. In alcune traccie, si segnala la presenza dell'ospite
Daniele Campea (Sin Driven Tide) alle tastiere.
La partenza di "Demiurgic Contested Paternity" lascia senza fiato,
grazie al suo ritmo agile ed al suono potente delle chitarre. Sin dalle
prime battute, è chiaro come la produzione sia potente e pulita: ormai
gli Outer Sound Studios ed il lavoro di Giuseppe Orlando sono diventati
una garanzia. La prova di Gianluca è molto duttile: passa con
tranquillità da un growling profondo e molto aggressivo, ad altri
vocalizzi estremi e più acuti, senza dimenticare i passaggi puliti.
L'esecuzione complessiva è estremamente precisa e pulita;
l'arrangiamento è soddisfacente e privo di fronzoli. La canzone punta
molto sull'impatto, ma non trascura brevi episodi dai toni più
sommessi, utilissimi a preparare il terreno per la successiva
esplosione di potenza. Il suono d'assieme è corposo e ricco di
espressività. Buon brano.
"In The Beginning It Was In The Ocean" ci presenta la consueta
contrapposizione tra i poderosi riff di chitarra ed il growling
bestiale del cantante. Il quintetto fa del suo meglio per donare
espressività al tutto, tramite piccoli accorgimenti che si rivelano
preziosissimi nell'economia complessiva del brano. Ad esempio, i
passaggi più scuri e gotici nei quali il cantante utilizza la voce
pulita, e l'intelligente utilizzo della melodia. Proprio la melodia è
il punto forte del gruppo, e non è mai assente dai loro brani. Ed anche
se ci sono sezioni dai toni più sommessi, i No More Fear tendono sempre
ad essere grintosi, e mai mosci. Questa è una canzone di fattura
discreta, che anche se non fa gridare al miracolo si fa apprezzare per
il suo equilibrio ed il buon arrangiamento.
"White Crash" esordisce con una certa potenza e velocità, prima di
assestarsi su ritmiche più contenute. In questo caso, molti passaggi
stilistici hanno parecchio in comune con il death melodico scandinavo
più tradizionale, mentre le aperture melodiche attingono a piene mani
dalla tradizione gothic. Buono il lavoro delle due chitarre, e molto
belli gli assoli. La canzone è impeccabile dal punto di vista formale;
personalmente, ho trovato più derivative del solito molte scelte
stilistiche, in particolare le armonie di chitarre e, perchè no, anche
la melodia. A parer mio, una delle canzoni meno personali dell'intero
lavoro. Non che sia brutta, ovviamente, però i No More Fear sanno
essere più originali.
Il riff iniziale della chitarra, in "Reading Of Fog", mi ha
ricordato gli Amorphis. Però poi la traccia segue una sua direzione
personale, contraddistinta da un arrangiamento perfetto e da scelte
melodiche bellissime. Invito i lettori ad ascoltare questo CD con
attenzione, perchè ogni canzone nasconde particolari che forse
potrebbero sfuggire ad un primo ascolto. Ed ognuno di questi
particolari mette in mostra il gusto dei musicisti, ed è una piccola
perla che vale sempre la pena di scoprire. La canzone è intrisa di una
forte malinconia, ben comunicata dai ritornelli disperati ed intensi.
Ho ascoltato questo brano molte volte, stupendomi ogni volta della
bellezza dell'arrangiamento stratificato, e dell'equilibrio tra strofa
aggressiva e ritornello intenso. Bellissima prova, corredata da un
assolo di chitarra fantastico.
"Quiet Blowing" è introdotta da una serie di battute dai toni
sommessi e misteriosi, di indubbio fascino. La partenza è quasi
psichedelica, prima di aprirsi su un arpeggio desolato. Quando il
gruppo parte al gran completo, il suono è potentissimo, però la ritmica
è lenta e strascicata. La tradizione gothic/death è il punto fermo
attorno al quale ruota il corpo della canzone. Sebbene il ritmo sia
sempre lento, ci sono passaggi di raccordo nei quali la furia sembra
volersi scatenare, ma viene sempre contenuta e repressa. Le sensazioni
comunicate sono di rabbia e rassegnazione, e "Quiet Blowing" sembra
voler continuare su questi binari, quando la potenza viene dispersa da
una sezione sensuale, sognante e malinconica. La voce sussurrata del
cantante quasi recita il testo, in questo momento dai toni
incredibilmente notturni. In seguito, con naturalezza, ritorna la
violenza esecutiva, nella sua pesantezza carica di sentimenti. La coda
finale riprende le medesime successioni armoniche dell'intermezzo, e
chiude la canzone in maniera perfetta. Una sola parola per descrivere
questo brano: bellissimo!
Con "Forgotten Roots" si ritorna su territori decisamente più
aggressivi. Sempre valido lo stile sintetico e deciso dei riff di
chitarra; impeccabile il lavoro della sezione ritmica. La canzone ha
una buona dinamica di fondo, e risulta decisamente potente. L'impatto
non lascia scampo, e potrebbe proseguire la sua strada con
testardaggine, se i No More Fear non avessero preferito inframezzare la
violenza con una sezione più sommessa. La traccia poi riprende da capo,
e si avvia alla conclusione con coerenza e decisione.
"1,618" assale l'ascoltatore con la sua violenza tipicamente
death. Viene comunicata una grande tensione, e il lavoro dei musicisti
è serrato e rabbioso. Molto buona la prova delle due chitarre, sia in
sede ritmica che come coloriture. Eh sì, i musicisti sono tutti davvero
bravi, e ribadisco come questa produzione metta in luce tutte le
qualità della band. Il gusto e la bravura degli artisti si nota, più
che dalla tecnica, dall'attenzione ai particolari, dalla scelta dei
suoni che, fosse anche solo per due battute, dev'essere ben studiata e
particolare. La struttura del brano non è eccessivamente complessa, ma
nemmeno lineare e prevedibile.
"Wonderful Common Place" è un brano piacevole e di grande
bellezza, che però non mi ha convinto appieno. Sistemato com'è
all'ottavo posto della tracklist, sà di già sentito. Un passaggio
addirittura rimanda a "Quiet Blowing", ma molto probabilmente la cosa è
voluta. Ciò che però voglio dire è che "Wonderful Common Place" nulla
toglie e nulla aggiunge all'intero CD. Sui tempi lenti, i No More Fear
sono in grado di comunicare sensazioni bellissime, ma il gioco si rompe
quando la tendenza a ripetersi diventa eccessiva.
Ecco ora "Ethnodiscipline". Canzone dal buon appeal, non tralascia
di stupire l'ascoltatore con passaggi strumentali decisamente
aggressivi. Nonostante tutto, il gruppo riesce a mantenere dei tratti
di originalità, in un ambito nel quale tante band tendono a
somigliarsi. La melodia gioca un ruolo cruciale anche in
"Ethnodiscipline", e questo la rende così appetibile al primo ascolto.
A chiudere, "Una Lacrima Sulla Tomba Di Mia Madre", a firma di
Amedeo Vella. Il pianoforte è suonato dall'ospite Luca Zavarella:
questa outro chiude il CD in maniera atipica ed introspettiva.
Il nuovo CD dei No More Fear è davvero una gradita sorpresa, e
come qualità spazza via i lavori precedenti del gruppo. Il quintetto ha
acquisito una maturità davvero notevole, e come abilità nel creare
atmosfere e nel proporre arrangiamenti semplici ma perfetti, ha pochi
concorrenti. Forse, a voler essere pignoli, talvolta si accusano dei
piccoli cali di tensione, quando tra tanta personalità fanno capolino
passaggi un po' derivatiti, e quindi scontati. Per il resto,
"Ethnoprison" è un lavoro da ascoltare e da apprezzare, ed il punto di
partenza per una carriera futura di crescita artistica, che sarà
brillante se non tradirà gli spunti notevoli proposti da quest'album.
(Hellvis - Marzo 2008)
Voto: 7.5
Contatti:
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Sito No More Fear: http://www.nomorefearweb.com/
Sito Lost Sound Records: http://www.lost-poison.com/
Sito Gatti Promotion: http://www.gattipromotion.it/