NILE
In Their Darkened Shrines
Etichetta: Relapse
Anno: 2003
Durata: 50 min
Genere: death metal
Terzo capitolo per i Nile, potremo definirlo il lavoro della consacrazione.
Nati nel lontano 1993, incidono due demo, "Nile" e "Ramses Bringer Of
War", prima di pubblicare il primo EP "Festivals Of Atonement" (che
verrà ristampato dalla Relapse , assieme a "Ramses Bringer Of War"
nella compilation "In the Beginning" nel 2000), seguito nel loro primo
full-length "Amongst The Catacombs Of Nephren-Ka", album ancora
canonico ma che mostrava già una particolarità: i continui richiami
alla mitologia dell'antico Egitto, richiami che non si limitavano già
allora a qualche synth orientaleggiante qua e la, ma andava oltre,
infondendo oscure atmosfere medio orientali direttamente nella matrice
di death metal debitore da sempre ai Morbid Angel.
Nel 2000 esce "Black Seeds Of Vengeance", capolavoro che porta
un'ulteriore evoluzione, ma è con questo "In Their Darkened Shrines"
che la creatura prende definitivamente vita.
Già, perché se prima di questo disco i Nile suonavano un death
metal condito da arrangiamenti egizi, in questo album le due cose sono
perfettamente fuse, creando un monolite di 50 minuti in cui la violenza
viaggia a braccetto con atmosfere oscure, a tratti Lovecraftiane, tutte
condite da testi tutt'altro che banali ad opera del chitarrista Karl
Sanders.
Il disco si apre con un biglietto da visita perfetto, "The Blessed
Dead": attacco quasi epico, sostenuto da dei leggeri synth, e via di
blastbeat terremotanti ad opera del mostruoso Tony Laureano (che
sostituisce in questo disco Derek Roddy). Quello che colpisce da subito
è anche il lavoro di chitarra, intricatissimo e sempre giocato su scale
orientali, per non perdere mai d'atmosfera.
Poi è il turno di "Execration Text", da cui è tratto anche il
primo videoclip del gruppo: pezzo più diretto del precedente,
violentissimo e sempre sui tempi veloci.
Ma è con "Sarcophagus", la terza traccia, che troviamo la prima
vera perla del disco: mid-tempo terrificante, pesantissimo,
dall'incedere quasi doom, con un Laureano veramente sopra le righe a
dettare dei fill incomprensibili. Riff di pura atmosfera pesanti come
un macigno, accompagnati da una voce catacombale, la rendono uno dei
pezzi migliori del disco, con un finale semplicemente da brividi.
E con la quinta traccia troviamo il capolavoro del disco e del gruppo: "Unas Slayer of the Gods".
Ispirata a Unas, nono e ultimo faraone della quinta dinastia, che
si diceva praticasse atti di cannibalismo per raggiungere
l'immortalità.
La canzone si apre con un arpeggio dalla melodia copiata pari pari
da "The Well Of Souls" dei Candlemass (plagio volontario per tributo,
come poi ha dichiarato Sanders in un'intervista), per poi proseguire
sempre sulla stessa scia con un riff devastante. Dieci minuti di
canzone, che presentano un break centrale parlato semplicemente da
manuale.
Seguono "Churning The Maelstrom", "I Whisper In The Ear Of The
Dead" e "Wind Of Horus", per poi arrivare alla suite composta da
quattro pezzi "In Their Darkened Shrines". Suite da assaporare pezzo
per pezzo, con il testo davanti, per capirla e assimilarla tutta.
Suite che si chiude con una bellissima strumentale, "Ruins", che da proprio l'idea delle rovine lasciate da un disco del genere.
Sui testi: chi crede che i testi sulla mitologia siano tirati lì
citando le due storie Lovercraftiane che conosciamo tutti si sbaglia di
grosso. Sanders è molto più di un semplice appassionato, e non a caso
nel libretto del CD ci sono anche le spiegazioni di tutti i testi, con
tanto di citazioni di volumi universitari... Non a caso il CD andrebbe
ascoltato con i testi davanti per goderselo al 100%.
Un plauso anche a una produzione stellare, con delle chitarre pesanti come un macigno e una batteria martellante ma mai caotica.
Disco capolavoro, senza la minima ombra di dubbio, non mi azzardo a
dire che è il disco che ha rilanciato il death metal, che l'ha portato
su un nuovo piano di evoluzione senza però snaturarlo o renderlo troppo
melodico. I Morbid Angel del terzo millennio senza ombra di dubbio.
Disco che ogni deathster dovrebbe possedere, ma è talmente bello che ha fatto segno anche su chi non segue il genere.
Imperdibile.
(DanieleDNR - Maggio 2007)
Voto: 9.5