NARCISSUS
Crave And Collapse

Etichetta: Century Media
Anno: 2003
Durata: 61 min
Genere: post rock/emo-core


Avevo letto diverse recensioni su questo primo vero lavoro degli americani Narcissus, tutte ottime e decisamente accattivanti; essendo un amante delle sonorità da loro proposte ho cominciato quindi a cercarlo, ricerca che alla fine è risultata faticosa e molto lunga, sino a quando non l'ho scovato negli Stati Uniti e sono riuscito ad acquistarlo tramite internet; l'attesa non è stata vana, in quanto il CD in questione ha realizzato a pieno le mie aspettative. Da segnalare in primis la stupenda copertina, dove, su di uno sfondo giallo/verde si staglia un volto non ben definibile, androgino, che si mischia ai colori e ne viene risucchiato tanto da divenire un tutt'uno con essi. Lampi di luce e flebili ombre avvolgono il tutto rendendolo ancor più rarefatto e surreale. Bellissima.
Veniamo ora al contenuto vero e proprio ed a ciò che più ci interessa, la musica.
"Division Of The Figureheads" apre il CD, le chitarre distorte, i suoni molto saturi e ribassati dei bridge iniziali si scontrano con i riff dissonanti, dilatati e puliti delle strofe; così come i cantati inizialmente rudi e rabbiosi ed in seguito melodici, sofferenti ed urlati, ai limiti dell'emo. Feedback ed effetti aprono il brano verso la sua metà, cambiando notevolmente il ritmo, incalzato in particolar modo dai cantati di John, in controtempo rispetto al riff principale ed interpretati quasi come un'informe cantilena.
Il brano che segue è la title-track, "Crave And Collapse"; una intro dilatata apre a soluzioni sonore in netto contrasto tra loro, dove i suoni delle chitarre risultano spesso ficcanti e taglienti e dove l'alternarsi continuo tra vocals più dure e screaming melodici variano costantemente l'atmosfera, creando in corsa un vero senso di agonia e claustrofobia interiore, solo in parte mitigate dal senso melodico e dalla carica emotiva dei cantati.
Un inizio molto new-wave , anni ottanta, con un basso slabbrato in sottofondo, caratterizza il brano che segue, che poi man mano si irrobustisce e prende forza, andando ad introdurre anche un doppio cantato. Il continuo alternarsi di queste soluzioni melodiche costituisce l'impronta generale del pezzo, sia strutturalmente che a livello puramente atmosferico, creando situazioni ora rilassate ed aperte, poi aggressive e taglienti; il tutto sino al finale dove le distorte riprendono vigore e potenza e vanno a concludere egregiamente il pezzo. Un brano questo che ben sintetizza le sonorità proposte dai nostri, che spesso ti catturano e ammaliano con melodie mansuete e tranquille per poi scuoterti ed aggredirti repentinamente, lasciandoti senza alcun appiglio se non brevi momenti di calma apparente, momenti che divengono sempre meno frequenti e soprattutto sempre meno rassicuranti nel proseguo dei brani.
"Rush" non è altro che un tipico pezzo emo-core, dalle chitarre stridenti ed acute che solo sporadicamente prendono corpo. La voce opera esclusivamente su registri medio-alti e si irrobustisce solo sui ritornelli, dove tra l'altro è doppiata in maniera efficace. Il crescendo emozionale del brano è notevole, la tensione sale con l'aumentare dell'andatura, delle ritmiche ed il velocizzarsi dei riff. L'aprirsi improvviso dei giri più melodici incalza i cantati e ne anticipa mirabilmente l'enfasi e l'interpretazione, creando un connubio sicuramente vincente.
Un ipnotico giro di chitarra va ad aprire "Sound Of Silver", che parte molto lentamente, in maniera pacata, in sordina, lasciata in mano alla sola voce, ora più impostata e convinta ora più dolce e suadente, i suoni sono molto dilatati e lunghe note di basso accompagnano fraseggi acustici. A metà pezzo il tutto si irrobustisce, la distorta acquisisce maggior corpo, lasciando via libera al bel solo di John LaRussa, davvero pregevole per l'enfasi che riesce a creare; solo che ci porta al finale.
Eccoci quindi al primo brano che spacca veramente; le chitarre sono durissime, secche e taglienti, la voce è arrogante ed incazzata e le ritmiche sono cadenzate e potenti. Di nuovo si riesce a notare il netto contrasto tra le strofe ed i vari bridge di raccordo, grazie ai cambi di registro del vocalist e soprattutto a i notevoli cambi d'intensità, sia d'esecuzione che di suoni. "Pride/Politics", questo il titolo del brano in questione, riesce a sbatterti in faccia tutta la rabbia di cui i Narcissus sono capaci e lo fa senza lasciarsi trasportare od andare eccessivamente, ma sempre in maniera calcolata, precisa, quasi chirurgica, come se la musica proposta ti dovesse sì, tramortire, ma senza che tu ne abbia minima visione o percezione. La rabbia ed il dolore esplodono dal dentro, senza nessun segnale premonitore e nel modo più indolore possibile. Grandi.
Un riff portante spiccatamente anni settanta contraddistingue "To James" il settimo brano in scaletta, giocato interamente attorno al riff principale, suonato in primis distorto, quindi più melodico o leggermente lasciato andare. Una song, questa, dalla tradizionale formula strofa/ritornello/strofa/ritornello, ma che riesce ugualmente a risultare appetibile e non del tutto convenzionale, grazie alla riuscita commistione di forti richiami hard rock e nuove sonorità emo-core.
"The Recovery" e "Seveneight" non hanno niente da aggiungere nell'insieme, due brani che si lasciano piacevolmente ascoltare, degni esempi delle sonorità proposte dai nostri, senza infamia e senza lode. Da ricordare, il delicato giro di acustica sulla seconda strofa del primo brano, che ben armonizza il riff principale dando maggior profondità al tutto; ed i forti richiami, soprattutto in fase ritmica, a certe soluzioni nu-metal del secondo; dove i numerosi stop'n go e le ritmiche cadenzate la fanno da padrone.
Con il decimo brano la rabbia torna a farsi sentire in maniera più mordente ed efficace, complici le chitarre sicuramente più pesanti e le ritmiche basso/batteria, più incisive e dal groove più aggressivo. Gli accenni melodici non mancano, anzi, ma non riescono mai ad avere la meglio sul resto, contribuendo perciò ad accentuarne l'energia e l'impeto finali. Bellissimo il finale, dove credo, soprattutto in sede live, non potranno che scatenarsi veri e propri sfracelli.
In "Indifference Of Living" accade una cosa stranissima: il riff iniziale melodico e crepuscolare, ti entra così prepotentemente nel cervello che non riesci più a staccartene, una malsana melodia fatta di poche semplici note che, con l'aiuto della voce, si insinua nell'animo e riesce in qualche modo a distaccarti da tutto quel che ti circonda, conducendoti in una dimensione eterea e rarefatta, liberandoti da ogni tua percezione reale. Il leggero e scandito ticchettio finale ti risveglia dal torpore, ti riporta alla realtà, ed allora non puoi far altro che ripremere play e reiniziare il viaggio.
Brano magnifico.
Il penultimo brano è "Anticardia", introdotto da spaziali suoni di tastiera e da una batteria artificiale e fredda; le asce stavolta si spartiscono reciprocamente i riff melodici e quelli più duri e psicotici. La voce alterna stati di sana e vigorosa melodia a scatti di rabbia e furia incontrollata, riuscendone sempre vincente. Anche in questo caso le decise aperture melodiche riescono a colpire nel segno, creando, in diverse occasioni, dei cambi d'atmosfera davvero notevoli, capaci di esaltare a pieno le capacità compositive dei quattro statunitensi.
Poi, come in quasi tutte le cose belle, inesorabilmente arriviamo alla fine. L'ultimo brano "Grey" dopo una breve intro acustica, è lasciato in mano a flebili note di basso, che, suonate in maniera delicata e poste in leggero sottofondo, assomigliano mirabilmente ad un battito cardiaco, battito che pian, piano cessa di esistere e con esso questo "Crave And Collapse", primo buonissimo lavoro per una band dal nome particolare e dalla non vasta, purtroppo, notorietà. Le carte in regola ci sono, le potenzialità espresse sono notevoli e quasi sempre vincenti, i suoni proposti hanno una spiccata personalità ed è difficile accostarli ad un genere vero e proprio, cosa questa essenziale, almeno per me. In taluni frangenti è possibile accostarli a sonorità tipicamente emo-core, in altri alla nuova scena post-rock o meglio ancora post-core; in molti momenti saltano all'orecchio decise soluzioni nu-metal, più sporadicamente brevi accenni al buon vecchio hard rock settantiano. Insomma si può rimanere colpiti da un po' di tutto nella musica dei Narcissus, che in definitiva non inventano niente, ma che riescono in maniera semplice ma mai banale, a raggiungere emotivamente l'ascoltatore, lasciandogli dentro quel qualcosa, quel piccolo spunto, che lo spingerà in seguito a non poterne più fare a meno ed a dover riascoltare la loro musica ancora ed ancora ed . . .
(Pasa - Novembre 2006)

Voto: 8


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