NAKED CITY
Torture Garden
Etichetta: Shimmy Disc. (ristampato poi nel 1991 dalla Earache)
Anno: 1989
Durata: 26 min
Genere: grind/jazz
L'apoteosi del non-sense più radicale, della musica libera da ogni schema,
della regola della non-regola, espressa alla sua massima potenza e l'ormai
cinquantenne John Zorn è il mastermind che sta dietro a tutto ciò. John Zorn
è un jazzista (ma vi assicuro che anche questa precisazione non gli rende
sufficiente giustizia), come tale è nato e come tale continua a proseguire
la sua incredibile carriera, ma ancora di più Zorn è un illuminato, un
Einstein con la lingua ciondolante all'infuori, capace di frammentare regole
formali, leggi armoniche, schemi di composizione. John Zorn è un
improvvisatore, ecco il termine che gli si pennella addosso. E' questo il
suo credo musicale, la sua eccentrica concezione dell'arte, ed è per tutto
questo che il suo nome, in ogni angolo del globo, si porta appresso
quell'etichetta a maglie larghe chiamata "genio", sempre in compagnia
dell'altrettanto calzante "folle", i due termini chiave che circolano nelle sue
generalità. E il motivo per cui questo personaggio finisce sulle nostra
pagine virtuali si chiama Naked City, il suo abbacinante progetto
grind/jazz.
Come se si ascoltassero i Napalm Death a pieno regime, in una esagitata jam
session con un estroverso gruppo jazz; l'anima brutale, feroce del grind,
abbinata all'indisciplina strumentale di un'improvvisazione jazzistica, e
non solo. Ecco gli spot più adeguati. E va da sè che il risultato è a dir
poco terremotante. Attorno a Zorn (al sax), perno di questa creatura, vi è
però una formazione all-stars di musicisti altrettanto inclini alla libera
ispirazione. E così troviamo i compagni di merende Wayne Horvitz alle
tastiere, Bill Frisell alla chitarra, Fred Frith al basso, Joey Baron alla
batteria e alla voce, in un'apparizione dilazionata lungo il disco,
Yamatsuka Eye (from Boredoms). Ma siccome definirlo cantato sarebbe fare un
torto alla realtà dei fatti, è meglio raccontare di versi sconnessi, grida
allucinate, strilli morbosi, frammenti verbali e cos'altro schizza fuori da
quell'ugola maledetta. Il sax di Zorn è la goccia di argento vivo che
disorienta definitivamente, suonato in maniera maniacale, alternando scatti
nervosi di note a passaggi più "tradizionalmente" jazz, i quali, insieme
alle tastiere, riescono anche a placare "Torture Garden", ma solo per pochi
tratti. Come se non bastasse, la sezione ritmica alterna senza remore
imprevedibilità jazz a compattezza metal/core, mentre Frisell scivola in
terreni a loro volta estranei come punk/rock e R&B; percorsi paradossali
insomma, sormontati da quella specie di doppio screaming Yamatsuka/sax,
entrambi davvero dispersi nelle loro depravazioni.
L'alchimia non convenzionale che ne nasce sono 42 canzoni, senza testi,
della durata che va da pochi frenetici attimi, al minuto e poco più;
shockanti ed assurde, l'assurdo che diventa musica, musica intesa come
grind/noise/free/jazz, ovvero sregolatezza allo stato brado. Ma ancora
country, swing, hardcore, bebop, surf rock, schegge impazzite, e Zorn che
non vuole privarsi di nulla, in un assiduo accostamento di generi, anche
all'interno dello stesso brano. Il suo (s)criterio di composizione lo getta
irrimediabilmente in lande avanguardiste, dove queste trovate sono in grado
diventare canzoni istantaneamente, per poi essere cestinate a favore di una
nuova visione: brani che possono nascere lì per lì, in studio, creati dal
nulla, stesso principio che guida i concerti nei suoi giorni di ordinaria
follia. Suoni, in definitiva, ad uso e consumo di chi della musica riesce ad
amare il suo lato più schizofrenico, per chi gode di un'apertura mentale che
va da New York a Osaka (i ritrovi preferiti dei picchiati in testa), per chi
dell'anarchia sonora ha fatto un professione di fede.
Un capolavoro, certo, a suo modo.
(Orion - Settembre 2002)
Voto: 9
Contatti:
Sito internet (dell'etichetta di Zorn): http://www.tzadik.com/
Un paio di anni fa un mio amico (ciao Max!) mi fa "ehi teonzo, ti devo far sentire un album assurdo, è grind/jazz!", ed io in risposta "grind/jazz? ma va a prendere per il culo qualcun altro, è una contraddizione in termini!". La settimana dopo mi porta il CD e mi tocca rimangiarmi tutto, sto album si può definire solamente come grind/jazz... descrivere a parole come suoni è praticamente impossibile, l'unica cosa è ascoltarlo. Occhio però che questo è forse l'album più estremo ed anticommerciale che conosco, corre sempre in bilico tra il genio e la pazzia. Alcuni adorano Zorn, altri lo ritengono un emerito imbecille altamente sopravvalutato. Io sono per la prima ipotesi, l'unica cosa certa è che questo è un album che può piacere a poca gente.
(teonzo - Settembre 2002)
Voto: 9