MOURNING BELOVETH
A Disease For The Ages
Etichetta: Grau / Prophecy Productions
Anno: 2008
Durata: 55 min
Genere: doom/death metal
"A Disease For The Ages" è il quarto album dei Mourning Beloveth,
pubblicato dalla valida etichetta tedesca Grau. Il quintetto irlandese
era chiamato ad una nuova prova di forza, nel tentativo di eguagliare,
o superare, la bellezza del penultimo lavoro intitolato "A Murderous
Circus" (2005 - il lettore potrà trovarne la recensione nei nostri
archivi).
"A Disease For The Ages", pubblicato nel maggio del 2008, è l'ultimo
capitolo in ordine di tempo di una storia iniziata nel lontano 1992.
Negli anni, oltre a vari cambi nella formazione, si sono susseguite
tutta una serie di uscite: due demo ("Demo '96" e "Autumn Fires" -
1998), tre album ("Dust" - 2000, "The Sullen Sulcus" - 2002 e "A
Murderous Circus" 2005) e un 7" split con i Lunar Gate nel 2003. Il
gruppo ha quindi acquisito molta esperienza dopo ben sedici anni sulla
scena. Addirittura, hanno fatto di più: ogni amante del doom/death sà
bene che, prima o poi, dovrà fare i conti con i Mourning Beloveth. Non
si tratta più di un gruppo promettente, ma di una realtà solida ed
affermata. Nel corso della loro carriera hanno trovato un suono
personale, lo hanno perfezionato ed evoluto, fino agli sviluppi
attuali. Sviluppi che trovano un veicolo di espressione
interessantissimo in questo "A Disease For The Ages".
La copertina, dalle cupe tinte grigie, del promo in mio possesso,
mostra un groviglio di corpi maschili. E' un'immagine strana, che
comunica sensazioni di disperazione e spossamento. Il titolo, molto
rivelatore in tal senso, si riferisce al tema che sottintende i testi
dell'album: il lento ma inevitabile deteriorarsi del corpo e della
mente nel corso della vita.
Il foglietto promozionale della Grau insiste molto sulla provenienza
geografica del gruppo, e sull'influenza che questa avrebbe avuto sulla
musica. Non condivido affatto questa affermazione, sebbene ognuno sia
libero di esprimere la propria opinione. Il doom/death dei Mourning
Beloveth non tradisce alcuna derivazione geografica: è una musica senza
confini di spazio, che può parlare ai cuori di tutti gli amanti del
doom più sensibili, quelli cioè più capaci di apprezzare le sensazioni
che solo questo genere di metal può suggerire.
"A Disease For The Ages" contiene cinque canzoni per
cinquantacinque minuti. E' facile intuire, anche senza fare i conti
della serva, che ogni canzone duri mediamente dieci minuti.
Suonato in maniera perfetta, e prodotto con tutti i crismi, il quarto
album dei Mourning Beloveth stupisce per la freschezza compositiva, e
per il suo valore intrinseco, di certo non inferiore a quello del
meraviglioso "A Murderous Circus".
Stilisticamente, il gruppo riconferma il suo amore per il death/doom
privo di compromessi, che nel corso degli anni non ha mai ceduto alle
lusinghe degli elementi gotici, o delle nuove tendenze southern o
sludge. No, i Mourning Beloveth continuano a suonare la loro musica
intransigente, pesante e distruttiva. Tutto ciò, però, senza ripetersi
nè vincolandosi a dei clichè. Questo è quello che differenzia il gruppo
irlandese dalle tante band che si dilettano nel genere. Il quintetto
sviluppa il suo discorso musicale album dopo album, al punto che si è
creato un abisso tra il disco d'esordio e quest'ultima prova. Un abisso
reso meno profondo da uno stile inconfondibile e personale.
Come ho scritto in precedenza, le traccie di "A Disease For The
Ages" sono solo cinque, ma non penso valga la pena di commentarle una
per una. Non l'ho mai fatto per i dischi dei Mourning Beloveth. Questo
perchè, pur essendo godibilissime (e forse di più facile ascolto) prese
singolarmente, raggiungono il loro massimo potenziale espressivo solo
se inserite nel contesto dell'album. Ascoltare "A Disease For The Ages"
da cima a fondo è un'esperienza non facile, ma nemmeno troppo ostica: è
un viaggio di sogno tra paesaggi oscuri ed incubi appena accennati,
dove l'ascoltatore respira malinconia al posto dell'aria. Traccia dopo
traccia, l'ascoltatore si estranea dalla realtà che lo circonda, e si
ritrova a fronteggiare le assurdità e le incongruenze della propria
mente, riflettendo sulla tragica ironia della vita: nascere soltanto
per morire, crescere e maturare solo per generare nuova vita, e poi
spegnersi lentamente. Per esprimere tali tematiche, il quintetto si
abbandona a tutta una serie di melodie pregne di tristezza, come nubi
cariche di pioggia. Le chitarre di Brian e Frank creano armonie
bellissime, talvolta stratificate e diffili, altre volte dirette e
pesanti. Il basso di Brendan e la batteria di Tim accompagnano il tutto
con attenzione, precisione e, diciamolo, potenza. Sì, la potenza non
viene mai a mancare. E' l'elemento dominante di tutte le canzoni. Una
potenza non aggressiva, ma che colpisce come un urlo lanciato nel
silenzio più profondo. Le chitarre "gridano" la loro disperazione
tramite riff monolitici, sostenute da una sezione ritmica implacabile.
La produzione perfetta mette in luce tutti i particolari degli
arrangiamenti, ricchi ed espressivi. Ed ecco che ora il suono si fa
desolato, mentre un minuto dopo la musica ricomincia ad avanzare con i
suoi passi pachidermici.
E poi c'è la voce, anzi le voci. Vi è il consueto gutturale
sepolcrale di Darren, un ruggito che esprime disperazione e contrizione
parola dopo parola. E, come già era successo in "A Murderous Circus",
il chitarrista Frank alterna qualche volta il suo timbro acuto e pulito
al gutturale di Darren. Le melodie vocali di Frank possono portare alla
mente i Candlemass, ma il tutto ha quasi l'aspetto di un piccolo
tributo ai maestri europei del genere. L'utilizzo dei due stili vocali
è grandioso, perchè racchiude in sè tutta la tradizione del doom, da
quello puro fino ad arrivare a quello mescolato col death. Il tutto
spruzzato dalla solita pesantezza implacabile, che sconfina a tratti
col funeral doom.
Dalla bellissima opener "The Sickness", si passa alla più incisiva
"Trace Decay, seguita da "Primeval Rush" (forse il brano meno
convincente del disco). Chiudono la cattiva "The Burning Man" e "Poison
Beyond All", la cui seconda parte è impreziosita da una melodia
bellissima.
"A Disease For The Ages" è un disco davvero bello, che pareggia
nel suo valore il precedente "A Murderous Circus". Per gli amanti del
doom/death, un disco da avere: ma c'era da aspettarselo, visto il
valore di questi incrollabili Mourning Beloveth!
(Hellvis - Maggio 2008)
Voto: 8
Contatti:
Mail Mourning Beloveth: darren@mourningbeloveth.com
Sito Mourning Beloveth: http://www.mourningbeloveth.com/
Sito Grau: http://www.grau.cd/
Sito Prophecy Productions: http://www.prophecy.cd/