MIKSHA
Collect Your Hazardous Waste
Etichetta: Anticulture Records
Anno: 2005
Durata: 55 min
Genere: metalcore
I Miksha nascono nel 1999, in Norvegia. Nel 2002 grazie ad un concorso
per band emergenti firmano il loro primo contratto per la Dsign Records
ed escono con il mini "[mikza][e:p]" che viene accolto in patria in
maniera entusiastica e li porta ad esibirsi in lungo e in largo tra il
paese d'origine e la Gran Bretagna. Nell'ottobre 2005 firmano per la
Anticulture Records e danno vita al loro primo full-length, questo
"Collect Your Hazardous Waste".
Premo play e vengo assalito da un muro di suono freddo,
artificiale, martellante; chitarre sature e taglienti accompagnate da
una forte dose di inserti elettronici, oserei dire techno, screaming
ruvide ed urlate in tipico hardcore-style e una base ritmica potente,
veloce ed incalzante. Come dicevo, notevole la freddezza del tutto, con
un grado di artificiosità, nel senso buono del termine, anche troppo
sopra le righe. "Reflect, Conclude, Return" è il primo singolo tratto
dall' album, l'assalto è frontale, anche se la ricerca melodica,
soprattutto per quel che riguarda le melodie vocali, è superiore al
brano precedente; grazie ad interventi tastieristici azzeccati ed a un
uso dell'elettronica più mirato e meno invadente. Brano veramente
buono.
"Beautiful War" non cambia di una virgola ciò che ho avuto modo di
ascoltare in precedenza, la furia continua a colpirci imperterrita, con
sferzate di chitarra distorta ed urla disumane e sgraziate, brevi
attimi di tregua sui ritornelli, dove le vocals si placano e
l'atmosfera si fa leggermente più rarefatta e sofferta, ma solo per
pochi momenti, poi la violenza riprende giusto slancio e convinzione
sino al finale in crescendo.
Quarto brano è "Concept By-Polar", dove ad introdurre il tutto ci
pensa un notevole riff di tastiera, sopra ritmiche veloci ed intense,
riff malinconico e pregno di ferale tristezza e che farà da filo
conduttore per l'intero brano, unendo le varie parti e punteggiandone
gli spunti atmosferici migliori; da ricordare assolutamente il giro di
pianoforte sull'incedere finale, poche note, semplici, ma dall'effetto,
almeno per il sottoscritto, devastante.
I due brani successivi "What Fight" e "Win/Win" scorrono via abbastanza
piacevolmente, senza però lasciare alcunché all'ascoltatore. Come dico
spesso, infatti, sono semplici brani di sola evasione ed
accompagnamento, ossia che non necessitano di un ascolto molto
accurato, perché in definitiva, senza voler offendere nessuno, la
minestra è la medesima; ritmiche martellanti, uso notevole di effetti e
pattern sintetici, stacchi improvvisi e dure ripartenze dalla chiara
matrice hardcore. Certo, alla fine qualche stacco risulta interessante
e ben congegniato ma non riesce ad alzare la qualità media del tutto.
Stancamente, purtroppo, continuo nell'ascolto di questo primo
lavoro dei Miksha; "First In Line", "Behind The Scenes" e "So Solid"
sono brani dalla struttura simile, caratterizzati da una forte dose di
ritmiche ed inserti techno, da suoni di chitarra leggermente più
corposi e pesanti e da un uso delle melodie vocali più vario ed
accorto.
Con "The Hunger" il livello sembra rialzarsi un poco, grazie
soprattutto al pianoforte ed ai numerosi giri di tastiera, che
caratterizzano notevolmente il brano, rendendolo più appetibile e
vario; i bruschi cali di tensione, infatti, rendono l'ascolto più
interessante e donano al tutto una maggior scorrevolezza, senza nulla
togliere alla pesantezza ed alla furia dei nostri. Buon brano.
Anche "The Coop" è un pezzo meno anonimo dei precedenti, sempre
grazie ad un uso più accurato degli inserti artificiali; interessante
il giro di chitarra giocato sotto la strofa principale, sinistro e
ficcante; le distorte leggermente spezzate e le armonizzazioni danno
poi quel qualcosa in più al brano.
Eccoci quindi al pezzo conclusivo: "Sedated". Strano, la produzione in
questo caso è molto diversa, le chitarre sono molto più rozze delle
precedenti e anche l'"ambiente" risulta più distaccato e lontano; penso
sia stato voluto. L'atmosfera è decisamente più triste e pacata, lenta
e malinconica, come a voler preannunciare l'epilogo del tutto: ci
riesce in pieno.
Che dire? Dodici brani per quasi un'ora di musica sono forse un
po' troppi per il genere proposto dai nostri, che non lascia molto
spazio a variazioni di sorta, ma che punta tutto sul forte impatto
sonoro e sulla foga esecutiva dei quattro norvegesi. Il prorompente
utilizzo di suoni techno, synth e tastiera rende, a parer mio, il tutto
fin troppo freddo e distaccato, l'artificiosità dei brani non coinvolge
in pieno l'ascoltatore che ne rimane sempre distaccato, senza riuscire
ad entrare nei pezzi ed a gustarne il contenuto.
Ho apprezzato notevolmente i primi tre brani, poi il mio interesse si è
spostato decisamente altrove. Questo perché tutto sembrava lo stesso:
stesse soluzioni melodiche, stessa ricerca ossessiva del ritornello
convincente e così via... Perché allora non cercare di prendere tutto
quello che c'è di buono in questi brani, che non è poco, e provare a
sviluppare un suono ancor più personale, più vivo e decisamente meno
artificiale? I mezzi penso non manchino ai Miksha e nemmeno la volontà,
lo spero.
(Pasa - Settembre 2006)
Voto: 5.5
Contatti:
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