MESHUGGAH
Contradictions Collapse

Etichetta: Nuclear Blast
Anno: 1991
Durata: 57 min
Genere: techno-thrash


Grosse novita' per la seconda uscita del quartetto svedese: innanzitutto il primo full length esce per la Nuclear Blast (bei tempi quelli...), poi si registra un avvicendamento dietro le pelli: difatti a sostituire Lundgren c'e' un certo Tomas Haake. Il nome del primo batterista compare nei crediti dell'ultima traccia, quella "Cadaverous Mastication" che apre il precedente EP, ma si sente bene la mano del nuovo elemento nel pezzo risuonato, piu' veloce e diretto, lasciando intravedere lo stile caratteristico del drummer che avra' fortissima influenza nell'evoluzione delle sonorita' del gruppo.
In due anni di tempo i Meshuggah hanno avuto modo di poter affinare la proprie qualita' e cio' si rispecchia bene nelle tracce del nuovo disco. Si comincia con il velocizzarsi dei tempi e dell'esecuzione; il primo pezzo e' un assalto sonoro di discrete proporzioni, ma l'evolversi del brano - e del disco intero - mostrano l'acquisizione di una consapevolezza delle proprie potenzialita'. Lo stile compositivo gioca molto sull'alternarsi tra parti serrate, veloci e di precisione chirurgica, e tra ritmi meno furiosi, ma che lasciano ampio spazio ad una tendenza melodica e carica di groove delle chitarre.
Piuttosto cervellotico e complesso, il techno-thrash di "Contradictions Collapse" trova molte valvole di sfogo sia negli intricati cambi di tempo e nelle pazzoidi soluzioni di stampo tecnico con i quali il quartetto mitiga l'aggressivita', sia nel quieto inserimento di stacchi fusion - non ancora degnamente sviluppati, ma si va avanti un passo alla volta - a spezzare il blocco granitico dei ritmi thrash e della meccanica esecuzione strumentale. Con queste soluzioni inizia a farsi strada quella matrice di violenza psicologica, che raggiungera' il cumine con "Chaosphere", capace di destabilizzare il razionale ascolto del disco. Gli intermezzi di "Abnegating Cecity" o di "Qualms Of Reality" (ma non sono i soli) chiariscono le intenzioni, benche' ancora in fase di maturazione, incapaci per il momento di costituire un solido punto di riferimento che delinei in maniera univoca il marchio di fabbrica Meshuggah impresso sui brani.
Il livello qualitativo del disco e' frutto sia dell'evoluzione dello stile chitarristico, sia della maturazione raggiunta nella fase di composizione: si spazia da riff tirati e trascinanti, passando per parti piu' cadenzate nelle quali e' la fantasia di Haake a dettare i tempi per le evoluzioni ritmiche di Kidman e il solismo visionario di Thordendal e arrivando a intricatissimi giri di chitarra, dove sono la tecnica esecutiva e la precisione a far da padroni. Sorprendono in misura maggiore la semplicita' e la capacita' naturale di districarsi in mezzo a questa varieta' di soluzioni senza perdere in soluzione di continuita' e senza adottare soluzioni si' piu' semplici, ma fastidiose per la struttura del brano.
In definitiva un'ottima prova di maturita' per un gruppo che non ha ancora espresso tutte le sue potenzialita', ma che riesce a riportare molto bene i risultati dei suoi "studi" nella stesura dei pezzi, senza mai farsi appiccicare addosso l'etichetta di acerbo. Ma il bello deve ancora venire.
(Melix - Febbraio 2003)

Voto: 7.5