MESHUGGAH
Chaosphere
Etichetta: Nuclear Blast
Anno: 1998
Durata: 47 min
Genere: Meshuggah
Dopo il thrash cervellotico degli esordi e gli incredili assalti di "Destroy Erase Improve", con "Chaosphere" si apre la terza fase della discografia Meshuggah. Gli intenti non erano ben chiari nell'unica anticipazione di "The True Human Design" e il risultato, soprattutto alla luce della difficoltà di migliorare il lucido terrorismo sonoro del full-length precedente, riesce perfettamente nell'intento di costruire musica per annientare le capacità razionali dell'ascoltatore.
"Chaosphere" apre una nuova fase per il sostanziale cambiamento nell'approccio del gruppo verso la musica: non più incastri di tonnellate di riff, influenze fusion, composizione visionaria e tecnica esecutiva, ma la volontà di riportare sul pentagramma l'espressione della follia e dell'irrazionalità.
Il disegno in copertina del disco rappresenta benissimo lo stato d'animo di un qualsiasi individuo concentrato nell'ascolto del disco: "Chaosphere" é una sfera metallica, costituita da intrecci di travi e adornata da punte aguzze, che imprigiona il cervello. L'elemento metallico (pesante, robusto e inossidabile) costituisce il confine impenetrabile che impedisce alla materia cerebrale di ammortizzare la pressione claustrofobica del continuo e costante movimento caotico della sfera, la quale segue il ritmo schizzato del disco.
E' piacevole notare come tutto questo minestrone non sia il risultato di stravolgimenti compositivi o esecutivi, ma del semplice affinamento e perfezionamento - funzionale - delle soluzioni maturate nel corso delle precedenti uscite discografiche: mentre un semplice appesantimento delle distorsioni e un suono asettico consentono di riprodurre l'imponenza della mole granitica, ben piu' complicato si rivela il compito di creare l'atmosfera claustrofobica e pazzoide.
Questa fase, come genericamente accennato sopra, risulta possibile grazie a tre caratteristiche particolari del patrimonio Meshuggah. La prima riguarda lo stile di Haake: mentre si diverte a spezzare allegramente i tempi e a fare piu' o meno quello che vuole con i piedi, i tempi subiscono un notevole rallentamento; oltre a circoscrivere tempi dilatati, si ha la sensazione che il rullante venga colpito quasi a caso nello spazio metrico, con l'obiettivo di escludere ogni punto di riferimento all'ascoltatore nella ricerca di una certa linearita' di fondo.
Fregandosene altamente delle sperimentazioni sonore del batterista le chitarre si dilettano a macinare in continuazione riff contorti, veloci e forzatamente ripetitivi. Il lavoro di chitarra, apparentemente statico e monotono, si rivela invece un accurato e chirurgico assemblaggio tra stoppati, velocissime schitarrate e accordi lunghi, che compariva in forma acerba gia' nei dischi precedenti, mentre qua il pressante martellamento e il sorprendente gioco di alternanza della durata tra le due parti costituiscono l'aspetto migliore del disco intero per via dell'enorme mole dinamica creata, in contrapposizione alla ritmica della batteria.
L'ultimo aspetto e' rappresentato dalla voce di Kidman. No, non pensate a voce distorta o urla disumane, la vera novita' e' costituita dalla metrica delle linee vocali. L'unica parte che segue un andamento preciso, logico e costante, che, con il rapido fluire di parole, ti fa capire che la sfera non sta mai ferma. E', probabilmente, l'innesto di maggior importanza nell'economia del disco, l'unico componente lucidamente folle di "Chaosphere", che ti spiattella in faccia dissacranti analisi del connubio uomo-macchina, iniettandole di odio per le visioni future tutt'altro che rassicuranti per l'umanita'.
In ebraico Meshuggah significa "pazzo, senza ragione" e la finalita' del disco, oltre a rappresentare in maniera efficace questo stato mentale, e' quella - non tanto velata per dir la verita' - di ricrearla nell'attento ascoltatore. E' un disco al vetriolo, che ti aggredisce da ogni lato fin dal primo secondo, corrodendo progressivamente ogni barriera di razionalita' presente nel cervello, fino a raggiungere il culmine con la parte finale di "Elastic", preceduta da micidiali distorsioni della chitarra di Thordendal divaganti in destabilizzanti impulsi elettronici.
Ma cerchiamo di essere seri, per cortesia! Come possiamo considerare "Chaosphere" alla luce della presenza dell'unica - dicesi unica - presenza di un pezzo strutturato con la piu' semplice delle 'forma canzone' ("The Exquisite Machinery Of Torture", per la cronaca) in mezzo alla fantasiosa architettura di tutta la discografia? Come posso adulare un disco nel quale la ritmica non ha una metrica uguale per due giri di battute? Come posso dilettarmi nell'ascolto di un caotico assemblaggio di distorsioni create apposta per destabilizzarmi, mentre un picchio appoggiato sulla mia spalla destra cerca di costruire il suo nido martellandomi per tre quarti d'ora il cranio? Come posso definire geniale un chitarrista come Thordendal che, per concludere "Elastic", mi propone delle trovate sonore con conseguenze paragonabili alla prolungata esposizione ravvicinata da martello penumatico? Come puo' un disco giungere beatemente a termine incastrando a caso pezzi dei precedenti brani, propondendoli a velocita' doppia e distorgendo ulteriormente il suono? Come posso ragionare sopra per ore su "maybe fate will find you dead on the ground"?
Sono domande che faccio prima di andare a letto e, per riuscire ad addormentarmi, giustifico queste trovate con "anche il caos ha le sue regole".
(Melix - Giugno 2003)
Voto: 9.5