MERCYFUL FATE
Melissa

Etichetta: Roadrunner Records
Anno: 1983
Durata: 40 min
Genere: Heavy Metal / Black Metal


Tutte le volte che mi accingo a commentare un capolavoro dell'importanza di "Melissa" mi domando se sarò mai in grado di scrivere qualcosa di originale e di interessante. In realtà so già che questo è impossibile sia per le mie scarse qualità di recensore, sia perché su questo disco è stato scritto di tutto e di più. A che scopo allora mettersi davanti al computer per scribacchiare qualche parola sul primo full-lenght dei Mercyful Fate? Permettetemi una breve divagazione personale. Parlando con tanti giovani metallari mi sono reso conto di quanto sia diminuita la fama di King Diamond e soci. Certo, tutti conoscono di nome il cantante e la band ma sempre di meno ne hanno ascoltato i lavori o li hanno degnati di un ascolto approfondito. Amareggia il loro stupore quando esclamano sorridenti: "Ma pensa te! Questo canta in falsetto!" (tipico commento da persone che forse di musica ne ascoltano tanta ma ne capiscono ben poca). "Melissa" è un capitolo irrinunciabile nella storia dell'heavy metal e King Diamond è un'icona del genere: è un delitto ignorarne il valore. Alla luce di ciò mi sembra proprio che questa recensione non sia tempo sprecato.
Iniziamo con un po' di storia. Alla fine del 1980, nella tranquilla Copenaghen, il chitarrista Michael Denner e il bassista Timi Hansen erano alla ricerca di collaboratori per un demo della loro band Danger Zone. La scelta ricadde su due loro amici, ex-compagni in seno a un gruppo punk chiamato Brats: il chitarrista Hank Shermann (alias Rene Krolmark) ed il cantante Kim Bendix Petersen. Quest'ultimo non era certo un novellino della scena musicale underground danese ed aveva le idee ben chiare su quello che sarebbe stato il suo futuro musicale. Convinto sostenitore della chiesa di satana di Anton La Vey ed affascinato dall'occulto decise di tradurre questo suo universo oscuro in musica. Kim B. Petersen adottava un trucco facciale demoniaco, ispirato dagli spettacoli di Alice Cooper, e la sua identità era celata dal suggestivo pseudonimo di King Diamond. Poco tempo dopo che il giovane batterista Kim Ruzz fu reclutato, i Danger Zone sparirono per lasciar spazio ad un nuovo progetto musicale totalmente permeato dalle suggestioni del cantante, i Mercyful Fate. La nuova band produsse in poco tempo due demo, collaborò con due canzoni a una compilation ed infine registrò, nel settembre del 1982, un EP omonimo, altresì noto come "Nuns Have No Fun".
"Melissa", comparso sul mercato nel novembre del 1983 sotto l'egida della Roadrunner, è il primo full lenght dei Mercyful Fate. Subito l'album si rivelò un grande successo di pubblico e critica, trasformando il giovane gruppo danese in un'entità di primo piano nel panorama heavy metal internazionale. Il black metal del quale gli inglesi Venom erano i signori incontrastati dovette chinare la testa di fronte al Re Diamante, il nuovo messia nero. Dotato di un fortissimo carisma sul palco, il cantante dei Mercyful Fate infiammava le platee con le sue storie di culti blasfemi e le trovate sceniche da grand-guignol. Ma aldilà dello spettacolo (che includeva, tra l'altro, croci capovolte, fuoco, un microfono formato da femori incrociati e un teschio umano chiamato - guarda un po' - Melissa) il vero punto di forza della band stava senz'altro nell'alta qualità della loro musica.
"Melissa" è un capolavoro dell'heavy metal senza mezzi termini, non c'è un solo punto debole tra i solchi del disco. "Evil", la canzone che apre l'album, mette subito le cose in chiaro: su una possente cavalcata metallica, King Diamond si proclama re del dolore e canta le sue perversioni sadiche e necrofile. La voce del cantante è senz'altro particolare in quanto utilizza il falsetto per estendere il registro della voce e per creare armonie con le backing vocals. Alternando il falsetto con la voce normale o con una sorta di growling, il cantante si garantisce un'ampia gamma di soluzioni utili all'interpretazione delle sue canzoni. Shermann risponde alla voce con due assoli molto melodici prima di concludere il brano con un dialogo serrato tra lui e l'altro chitarrista Denner.
Di tema meno satanico ed ispirata chiaramente alla vicenda del ritrovamento della cripta di Tutankhamon è "Curse Of The Pharaohs", una canzone già presente nel secondo demo dei Mercyful Fate. Questo non è l'unico brano già inciso in precedenza: anche "Black Funeral" (la quinta traccia) era apparsa in una compilation chiamata "Metallic Storm" nella primavera del 1982. Questo brano diventerà presto un "classico" della band grazie anche alla sua uscita come singolo nel dicembre del 1983. Il testo di questa canzone, nella sua semplicità, racchiude in poche immagini alcune ossessioni di King Diamond: l'idea di una congrega (coven) e la spiccata misoginia. Questo è un particolare notevole. La donna è quasi sempre vista come vittima o come corpo di cui far scempio a meno che non rappresenti le figure di strega o sacerdotessa: questo è un tipico retaggio derivato dalla magia sessuale dell'Ordo Templi Orientis più che dal satanismo di La Vey di cui si professa fervido sostenitore. La congrega invece va a rappresentare tutti i fans che trovano nei Mercyful Fate la passione che li unisce e in King Diamond il predicatore di ciò che essi vogliono sentire: un'alternativa oscura in netta contrapposizione con le regole del conformismo. "Into The Coven" è rappresentativa di questo: i fans vengono incitati a professarsi figli di Lucifero, ovvero liberi portatori della fiaccola della sensualità più sfrenata. Questo mid-tempo viene introdotto da una breve melodia settecentesca prima di trasfigurarsi in un brano sanguigno che alterna momenti di sognante melodia..
"At The Sound Of The Demon Bell" conduce per mano l'ascoltatore nei reami della morte in una nera notte di Halloween. L'atmosfera è vigorosa sin dall'inizio del brano. La band crea una tensione palpabile fino all'intermezzo dotato di una melodia strisciante. La canzone culmina in un baccanale violento in cui la base ritmica fa capire che non è seconda al resto del gruppo.
"Satan's Fall" è un capolavoro di creatività, una mini-sinfonia che non smette mai di appassionare. I cambi di riff e di tempo sono continui ed originali ma è certamente la naturalezza di questi passaggi che lascia sconcertati. King Diamond si contende il campo con i due chitarristi in una stupenda prova di insieme.
L'album non poteva che concludersi con "Melissa", la storia di una strega rapita e giustiziata dall'inquisizione. Ho già spiegato che il teschio che i Mercyful Fate esibivano nei loro show portava questo nome femminile: la leggenda vuole che King Diamond possedesse uno scheletro di una strega così chiamata giustiziata nel medioevo. Spesso un'incedere da marcia funebre si insinua negli arpeggi di chitarra prima di lasciar spazio a decise sferzate metalliche. La prova del cantante è straordinaria: l'intensità della sua interpretazione fa rendere al meglio un brano già di per sè quasi perfetto.
Ora non mi sembra il caso di dilungarmi ulteriormente in spiegazioni: un buon ascolto di "Melissa" è una lezione di ciò che è l'heavy metal. E' anche un grande piacere personale che nessuno di noi dovrebbe negarsi. Perciò perché state ancora qui a leggere questa recensione? Spegnete il computer ed accendete il giradischi, forza!
(Hellvis - Ottobre 2002)

Voto: 10



Che dire di più di sto album? Ogni metallaro dovrebbe averlo a casa, basta questo.
(teonzo - Ottobre 2002)

Voto: 10



Ho sempre odiato i Mercyful Fate dal giorno che li sentii per la prima volta alla radio, nell'era del loro esordio. Semplicemente trovo insopportabile King Diamond: in primis il suo modo di cantare (sembra che abbia le palle schiacciate in una morsa) ma anche il personaggio che rappresenta. Non posso farci niente... odio visceramente questo gruppo e non dimentichero' mai il ribrezzo provato quando usci' "Melissa". Ribrezzo che continuai a provare anche con le uscite successive.
(Mork - Novembre 2002)

Voto: s.v.