MEKONG DELTA
Visions Fugitives

Etichetta: Intercord
Anno: 1994
Durata: 43 min
Genere: progressive thrash con influenze di musica classica


"Visions Fugitives" e' il disco più sinfonico della discografia Mekong Delta, anzi, per meglio dire, il disco in cui le influenze sinfoniche permeano in maniera definitiva le composizioni di Ralph Hubert. Faccio finta di non aver letto la rece del teonzo per dare con la mia un inquadramento in rapporto al resto degli album e relativi confronti stilistici.
In prima fase "Visions Fugitives" è un ulteriore passo avanti in seguito ai cardini presenti prima in "The Principle Of Doubt" e "Kaleidoscope" poi, ampliando le vedute progressive nell'approccio della musica. Questa tendenza si rivela, come appena detto sopra, nella matrice sinfonica/orchestale, sia per quanto riguarda il songwriting che per l'esecuzione strumentale, e viene messo in luce da due aspetti.
Il primo riguarda la produzione: distorsioni accentuate ma pulite, suoni profondi e molto carichi garantiscono un alone di 'magnificenza' e rigore che ritrovo nelle orchestre da concerto sinfonico. Il secondo punto riguarda generalmente le composizioni e gli arrangiamenti definiti da Hubert; difatti per dare definitiva forma e sostanza alla corrente è necessario ricorrere a qualche ritocco e soluzioni differenti da quelle proposte finora. In primo luogo viene a scemare ulteriormente la matrice techno-thrash, sia per via di metriche dai tempi rallentati e cadenzati, sia per conferire peso maggiore al lavoro di chitarra. A trarne giovamento sono la fluidità e la scorrevolezza, consentendo la realizzazione di un continuo evolversi e mutare del riff, senza dover ricorrere a bruschi stacchi, stop-and-go o drastici cambi di tempo che caratterizzavano gli esordi del gruppo.
Reminescenze dell'intricato stile chitarristico si trovano solo in "Imagination", ma non sono accompagnate dalla roboante sezione ritmica, occupata ad sostenere cadenzatamente gli escursus di Baltrusch, di buon tasso tecnico e dediti ad orchestrare linee intricate e prive della vecchia anima pazzoide degli esordi. Con questo il gruppo si priva anche delle conosciute sfuriate tirate, in favore di soluzioni armoniche/melodiche più adatte alle strutture attuali, che in definitiva vogliono dare peso all'aspetto atmosferico delle composizioni. A questo si aggiunge la ricerca di espressività del cantato di Doug Lee, vario per cadenza e tonalità, ma su un livello inferiore rispetto a quello assegnato nel disco precedente; in ogni caso l'ottima riuscita di "The Healer" deve molto all'apporto del cantante nell'accompagnare splendidamente i crescendo del brano.
Le rinnovate tendenze dei Mekong Delta infine si esplicitano chiaramente nella "Suite For Group And Orchestra", ovvero il lungo componimento sito a metà disco. Divisa in 5 movimenti, la suite non è più un'opera di rivisitazione di musica 'classica' (scusate, mi rendo conto della mia ignoranza in materia), ma un'architettura sinfonica arrangiata con strumenti rock, i quali duettano con una vera e propria orchestra (della quale non vi è nessuna indicazione nel booklet). La differenza con le proposte precedenti dello stesso tipo è abissale: come i Believer di "Dies Irae" (contenuta in "Sanity Obscure" del 1990 e comunque non dello stesso livello) la componente metal è marginale e complementare a quella dell'orchestra, spostando le maggiori difficoltà sul piatto dell'arrangiamento più che su quello dell'esecuzione strumentale, mentre l'eccezione è rappresentata da "Allegro", che implica un'esecuzione sui tempi del thrash dell'orchestra.
"Suite For Group And Orchestra" è un brano splendido, dal picco emozionale in "Dance", nel quale ogni movimento è associato ad un capitolo delle "Chronicle Of Doubt", già menzionate in "The Principle Of Doubt"; fornendo la definitiva base per tutti quei esperimenti sonori a seguire (leggasi Therion, ma anche tanto power sinfonico), il componimento centrale di "Visions Fugitives" è in grado di spazzar via tanta porcheria recente dalle pretese intellettuali, a cominciare da "S&M" dei Metallica.
In definitiva il disco esprime la volontà di comunicare il volto emozionale del gruppo, attraverso le capacità strumentali e compositive: il puntare l'obiettivo sul colore e sulla profondità (che prima non mancavano, sia chiaro) della musica non può prescindere dall'abbraccio di quella matrice progressive e dell'attenzione verso gli arrangiamenti, garantiti andando a pescare nella versatilità del metal classico (da leggere come scena teutonica della metà anni '80), più che nelle tipiche espressioni thrash dei primi dischi.
(Melix - Marzo 2004)

Voto: 8


Contatti:
Sito internet: http://listen.to/mekong-delta




Questo è il sesto album dei tedeschi Mekong Delta, e per me è il loro capolavoro. Descriverlo è molto difficile, in quanto il loro stile è praticamente unico, non so a chi paragonarli visto che nessuno nel metal ha mai fatto qualcosa di simile (ovviamente per quello che conosco io). Nell'album sono comprese 4 canzoni cantate (2 in apertura e 2 in chiusura), con in mezzo una suite strumentale in 6 movimenti per gruppo ed orchestra della durata di circa 21 minuti.
Partiamo con le canzoni allora. Lo stile è un progressive thrash, ossia una musica di origine thrash ma che punta prima di tutto alla tecnica, alla sperimentazione ed all'originalità. Non è certo un thrash riconducibile alla scena tedesca tipo i Sodom o a quella della Bay Area, quindi non ci troviamo ad ascoltare canzoni che spingono a pogare e a violentare qualcuno, sono canzoni piuttosto cerebrali, difficili da ascoltare in quanto molto complesse e piene di controtempi e cambi di tempo. In mezzo ai riff di derivazione thrash ci stanno un bel po' di influenze orchestrali, che rendono il tutto melodico e thrash allo stesso tempo. Una nota a parte va fatta per il cantante Doug Lee: non è certo il prototipo del cantante thrash, non ha una voce incazzata, anzi, ha una voce melodica e pulita, e questo non farà di certo contenti i puristi del thrash. Però è la voce adatta per questa musica, quindi tutti zitti.
Ma il massimo lo si raggiunge con la suite, 21 minuti di puro orgasmo sonoro! Allora, immaginate di sentire un'orchestra che invece di suonare musica classica tiene le ritmiche thrash, con sopra un gruppo thrash che invece suona robe fighette e di classe tipiche di una orchestra di musica classica... ce la fate ad immaginare cosa esce? Impossibile vero? Eh già, l'unica cosa è sentirla, spiegare a parole questa suite non so proprio come si potrebbe farlo, so solo che è spettacolare.
Dietro a tutto questo c'è una sola persona, ossia Ralph Hubert, che, oltre a suonare il basso, ha composto ed arrangiato la quasi totalità della musica, ed ha fatto pure da produttore e da ingegnere del suono, insomma un vero jolly musicale! Tecnicamente è un lavoro ineccepibile, suonato ed arrangiato divinamente. Anche la produzione è di ottimo livello: non ci sono suoni violenti e potenti, anzi, sono piuttosto tranquilli, ma sono l'ideale per questo genere di musica.
Io di difetti non ce ne trovo in questo album, pure la confezione è ottima. Va tenuto conto però che è un lavoro che va ascoltato "cerebralmente" e non "fisicamente", quindi è dedicato a chi ama gruppi come Coroner, ultimi Deathrow, Sieges Even, WatchTower eccetera... se pensate che i Megadeth dei vecchi tempi siano troppo complicati allora state alla larga da questo album come la peste.
In conclusione un vero capolavoro da riscoprire, all'epoca passò quasi inosservato... ora è disponibile su vari cataloghi la ristampa della Zardoz Music a prezzi irrisori (sulle 7 euro se non ricordo male...), quindi ne consiglio caldamente l'acquisto a tutti gli amanti del metal intricato e che dà importanza primaria alla complessità dei brani. Per fini intenditori e non per macellai.
(teonzo - Aprile 2002)

Voto: 10



Non è il lavoro che preferisco del gruppo tedesco ("Dances Of Death" è il mio prediletto), ma come quasi ogni episodio della loro discografia, il livello è indubbiamente elevato. Il prezzo del biglietto, in questo caso, lo vale sul serio la sola, lunghissima suite, un'opera nell'opera che dopo avervi incuriosito avrà il grande merito di farvi appassionare per davvero. Il metal più robusto che danza con la musica classica, unici!
(Orion - Aprile 2002)

Voto: 8.5



Un disco molto diverso da quello che un metallaro e' abituato a sentire. Al primo ascolto ti spiazza, se e' il primo lavoro dei Mekong che ti passa tra le mani. Poi ascolto dopo ascolto e' un disco che non puo' non piacere. Certo non e' musica viscerale... se vogliamo possiamo includerlo in quel metal un po' colto e molto poco motociclistico che ogni tanto fa bene ascoltare con la testa prima che con le viscere. La base e' sicuramente thrash, poi pero' questi sono partiti via per la tangente e hanno creato un genere. Gli Emerson/Lake/Palmer del metal.
(Mork - Aprile 2002)

Voto: 8.5