MANOWAR
Louder Than Hell
Etichetta: Geffen
Anno: 1996
Durata: 48 min
Genere: heavy metal
Dopo un silenzio durato 4 anni (a parte una compilation uscita per ordini contrattuali con la ex etichetta Atlantic), i ManowaR ritornano con un disco completamente nuovo. La formazione e` cambiata ancora una volta: il chitarrista Shankle e` stato cacciato a causa delle evidenti incapacita` sullo strumento, e andra` a formare una band tutta sua (la David Shankle Band). Purtroppo anche Rhino, uno dei migliori musicisti che i ManowaR abbiano mai visto, e` costretto ad andarsene, perche` e` tornato lo storico Scott Columbus dietro le pelli (se ne era andato per occuparsi del figlio gravemente malato che ora e` guarito).
Il posto di chitarrista e` lasciato a uno sconosciuto Karl Logan, incontrato per caso ad un raduno di Harley-isti da qualche parte negli USA.
Karl alla chitarra e` veramente un fenomeno, e questo lo dimostrano pienamente le sue esibizioni live (appena uscito questo disco qualcuno lo paragono` addirittura a Malmsteen). Peccato che nel disco il suo spazio sia molto stretto, e il punto su cui ci si mette a fuoco con questo album non e` la complessita` dei riff e delle canzoni, ma piuttosto una semplicita` cadenzata ed epica.
Il disco parte con una vigorosa "Return Of The Warlord", uno dei pezzi piu` spinti dell'album: riff ben presenti, assoli a destra e manca, ritmiche veloci e un testo che va a continuare la storia iniziata con la canzone "Warlord", opener del disco "Into Glory Ride". Di questa si puo` trovare anche un video tutto tette e culi e moto, passato parecchie volte anche sui canali piu` popolari di musica.
La cazzeggiosita` del Warlord ci lascia verso una di quelle canzoni dall'epica disciolta all'interno di riff semplici, dal testo sulla fratellanza metallara e con i cori di migliaia di metallari incazzati contro il mondo, le mode e i poser di merda: "Brothers Of Metal" e` una di quelle canzoni che dal vivo lasciano un segno, vanno cantate a squarciagola, inneggiando a quelle regole che hanno fatto diventare i metallari quelli che sono. La canzone non e` comunque nuova, e` la ripresa di una vecchia canzone del 1986, stranamente mai pubblicata su nessun disco e suonata qualche volta live. Su internet si trova facilmente la versione originale (se non la trovate potete chiederla a me).
Andando avanti troviamo "The Gods Made Heavy Metal" e, poco dopo, "Number 1", che come la precedente sono quelle canzoni non particolarmente strutturate (tecnicamente parlando), ma dal testo fortemente autocelebrativo e che ribadisce ancora chi sono i re del metallo. In "The Gods Made Heavy Metal" finalmente Eric Adams trova la sua dimensione ideale, e lo dimostra perfettamente dall'ottima prestazione vocale, dalle grida e dalla passione con cui canta questa canzone. Sicuramente una delle migliori cantate in questo disco.
La successiva "Courage" e` la ballata del disco, la solita ballata strappalacrime dall'inizio lento che poi si accelera piano piano e dal classico testo "non ce la fai? coraggio, provaci ancora, ritenta e la prossima volta spacca il culo agli altri deficienti!". Potevano chiamarla benissimo "Heart Of Steel 2" e toglievano ogni dubbio. L'insieme riff + assolo e la solita parte cantata non ne fanno sicuramente un ottimo pezzo, putroppo. Oramai sto avendo una forte repulsione per le ballate.
"Outlaw" e` forse il pezzo piu` veloce del disco, finalmente si grida al miracolo e si sente uno Scott Columbus presente e soprattutto pestante, le pelli in questa canzone gridano vendetta, non ce la fanno piu` a resistere sotto i colpi da fabbro di Scott. Con questa canzone si riesce a capire cosa volevano dire i giornali quando descrivano la batteria di Scott come un pezzo di artiglieria, completamente fatta in acciaio perche` quelle normali si sfasciavano sotto la potenza dei colpi.
Quando ho ascoltato la successiva "King" per la prima volta mi veniva quasi da piangere. Un'altra ballata nel disco non sarei riuscito a sopportarla, e invece si stava prefiggendo questo. Intro lenta e intonata con il piano, dolce e gentile come una mammina con il suo bambino. Brrrrrr... Fortunatamente si tratta solo di uno scherzo e un'esplosione di riff e batteria fa tirare un sospiro di sollievo e si entra nella giusta dimensione della canzone. A lungo andare pero` questa canzone mi ha un pochino stufato, anche questa puzza di "Hail And Kill parte 2", e cio` non e` buono.
Nella piu` antica tradizione ManowaR, inizia ora il finale del disco in maniera eccitante. La lunghissima strumentale "Today Is A Good Day To Die" fa quasi piangere dalla commozione: e` un lungo inno di gratitudine verso tutti gli Indiani d'America; non ci sono parole ma la musica e` piu` che sufficiente per intuire cosa pensassero i ManowaR quando hanno composto questa canzone. Sebbene non sia un amante dei pezzi lenti, questa e` una vera e propria opera d'arte, uno dei gioielli del disco. La musica sfocia in un'altra canzone solo strumentale, sempre dedicata agli Indiani americani: "My Spirit Lives On" pero` e` un lungo e favoloso assolo di Karl Logan, che finalmente mette bene in mostra le proprie doti di fenomenale chitarrista. Ottimo come assolo, perfetta esecuzione, sbrodolamento assicurato nei pantaloni. La fanno molto spesso dal vivo e si vede come il fluido magico scenda dalle mani di Karl verso la sua favolosa chitarra. Eccezionale veramente.
La tradizione ManowaR pero` dice che la canzone di chiusura del disco deve essere una pietra miliare. E cosi` e` "The Power", altra canzone sparata a mille, bellissima, straordinaria e, per la seconda volta in questo disco, con una presenza vocale strepitosa, tutto grida e niente fumo questo Eric Adams!
In definitiva nel disco ci sono alti e medi (i bassi non esitono nei dischi dei ManowaR), se dovete comprare qualcosa di loro lascerei pero` questo come ultimo acquisto, vista la sua particolarita` nelle composizioni, dovuta anche forse da un non troppo sicuro ambientamento del nuovo chitarrista con gli altri membri storici della band.
(gg - Ottobre 2003)
Voto: 8