MANILLA ROAD
Metal

Etichetta: autoprodotto (recensita la ristampa della Cult Metal Classics del 2004)
Anno: 1982
Durata: 35 min
Genere: proto epic metal


Dopo l'ascolto di questo disco un vero fan dell'epic metal non rimarrà più lo stesso. La premurosa etichetta greca Cult Metal Classics ha reso grazie al combo del Kansas ripubblicando questa piccola perla (in un doppio assieme ad "Invasion", il primo lavoro della band) che farà tirare un gran respiro di sollievo a chi tra di voi non si addormenta se non ha brandito Stormbringer almeno una volta.
Lasciando da parte il facile umorismo, ci troviamo al cospetto di un lavoro magico che apre la strada al futuro radioso in cui la band da lì a poco si immergerà (siamo ad un anno da "Crystal Logic"), con tutti gli elementi caratterizzanti del gruppo in piena mostra, con le canzoni che attecchiscono quasi al primo ascolto, con la veemenza posseduta solo da pochi eletti e con qul tocco personale che solo loro tre hanno.
Pieni di lividi rotoliamo al cospetto del secondo album "Metal", datato 1982, che segna un solido passo avanti in direzioni più heavy e allo stesso tempo epiche e sognanti. La produzione è un filino più definita ed equilibrata, la batteria è meno "di cartone" e il basso più evidente. L'immagine di copertina è così scarna da sembrare quasi enigmatica (la scritta in metallo su sfondo scurissimo e qualche sfera di colore qui e là).
"Enter The Warrior" può far venire alla mente le gesta che qualche contemporaneo della banda di Wichita stava in quel momento compiendo (i Manowar, allora meno nerboruti e più motociclettari). La canzone è carica di un'emozione unica, il riff principale è trascinante, sebbene la batteria sia un po' fuori tema (secondo un'esperto da me interpellato, il ritmo adoperato dal simpatico baffone Rick Fisher è una samba). Lo sviluppo del ritornello è azzeccatissimo, l'intro d'atmosfera con gong, la progressione di chitarra a-la "Victim Of Changes" (dei Judas Priest, per chi non mastica quotidianamente lamette) e gli assoli bucano il pavimento. Shelton ha acquistato sicurezza nelle parti vocali e alterna il classico timbro aspro ed evocativo in suo possesso a sciabolate più heavy e ultra-incazzose. Lascio all'immaginazione le tematiche sviluppate dai nostri prodi guerrieri (che non sono colti e forbiti ma mi prendono come nessun altro).
Segue una hit del proto-epic metal. "Defender" la immagino cantata da un nerboruto guerriero stile Mad Max a cavalcioni della sua Harley futuristica mentre brandisce la sua spada magica. Diverte col suo andazzo grintoso ed il riff portante molto godibile e trascinante. Oddio, il ritornello e la tematica trattata (il difensore di un pianeta fa pubblico il suo sbattimento nello svolgere il suo compito, e come se non bastasse viene anche sconfitto) sono piuttosto pacchiane, ma comunque mai scadenti e divertono parecchio, oltre che ad infilarsi nella corteccia cranica come tanti spilli. Ottimo l'assolo.
Dopodiché approda uno degli episodi meglio riusciti del lotto, "Queen Of The Black Coast". Qui sono i pirati a farla da padrone, ed il protagonista che sogna di tornare dalla sua regina mentre sta veleggiando in prossimità delle coste nere si materializza nel nostro magico Shelton. Tutto il pezzo è costruito con cura e precisione, e l'alternarsi tra pezzi malinconici lenti e bordate epic puramente manilliane sono pane per le orecchie di ogni maniaco dell'epic che sia degno d'essere chiamato tale. L'espressività delle vocals è come non mai totale, le urla presenti nel ritornello sono veramente piratesche e tutte le soluzioni ritmico-solistiche sono magnifiche.
Si giunge quindi alla title-track, che è veramente METAL! L'inizio pacato e brumoso trae parecchio in inganno, ci si aspetta quasi una ballad, mentre il narrare incupito che muta in un intenso canto di disperazione porta, dopo un passaggio nei cunicoli oscuri, ad avventurarsi in aperte sale dalle pareti di acciaio (così è come me la sono pitturata nella mente). La seconda metà è rocciosa e spigolosa e ci trascina per mano ad una progressione up-tempo insperata che regala cento punti a questa grandiosa opera di metallanza! "Meeetaaaaaaal" urla Shelton, e noi gli diamo atto di ciò facendo headbanging come cretini.
Ritorna il vocione pacchiano che fece capolino in "Invasion", ma sta volta è sopportabile e quasi simpatico. L'assolo è tagliagole come non mai. Reminescenze dei primi Judas Priest si sprecano. Una fluida chitarra solista su una tessitura puramente rock ci investe. E' "Out Of Control With Rock & Roll", pezzo dedicato al tarlo che assale i nostri impavidi (e anche molti e molti e molti tra noi miserrimi mortali). Sicuramente non è da incidere nel marmo tra i cento pezzi più magici della storia, contiene comunque un suo fascino particolare (con qualche richiamo alla tradizione rock americana, Grand Funk e Blue Cheer su tutti). La tematica non è senz'altro da cervelloni, ma fanculo! Il rock'n'roll ti manda fuori controllo, non ti fa scrivere simposi sulla meravigliosità di 'stocazzo!
Degli armonici ci accolgono le orecchie e ci raccontano di quell'uomo che impiegò la vita nella ricerca della gabbia di specchi di proprietà del negromante, per mezzo dell'invocazione di Lucifero e dei suoi guerrieri. "Cage Of Mirrors" è un episodio parecchio epic, forse troppo! Tonnellate di epicità guarniscono una torta secondo me con gli ingredienti non troppo ben equilibrati: la parte heavy e gli assoli filano via lisci che è un piacere, mentre la parte iniziale a base di armonici e cantato melodico non mi convince particolarmente (sto peccando di pignoleria, ma io ciò che sento scrivo, non maschero un bel caspio di niente), anzi, appesantisce oltremodo il tutto, spezza la veemenza che riempie le parti sopracitate.
Si conclude il nostro tragitto alla scoperta dei segreti del metallo rinato con "The Far Side Of The Sun", già presente in "Invasion", qui spoglio di intro e outro (che nella versione originale occupavano ben oltre tre minuti). A mio parere, sebbene perda un po' del significato globale, guadagna invece in direttezza e in spontaneità. Tematica, struttura e caratteristiche non variano (sebbene gli assoli siano di un'inerzia diversi e la parte centrale sfrutti in maniera più massiva effetti quale riverbero ed eco). Stavolta il mixaggio le rende onore e la fa trionfare nel suo splendore di canzone epico-spaziale. Il finale tronco ci fa rimettere i piedi per terra per una veloce conclusione.
Ciò che è rinchiuso in questo pezzo di plastica col buco è pura storia della musica che pilota i nostri corpi, consiglio calorosamente a tutti gli appassionati dell'epico di impossessarsene immediatamente, mentre a chi non è molto avvezzo alle sonorità dei nostri eroi posso solo rammentare che è anche per opera loro che il metal è così come lo intendiamo in questo 2004 di merda (che finalmente tra un po' finirà)... Chiunque respiri le braci di battaglie mai combattute vivrà nelle vibrazioni di questa perla.
(Piotre - Dicembre 2004)

Voto: 8


Contatti:
Sito Manilla Road: http://www.truemetal.org/manillaroad/

Sito Cult Metal Classics: http://www.cultmetalclassics.com/