MANILLA ROAD
Invasion

Etichetta: autoprodotto (recensita la ristampa della Cult Metal Classics del 2004)
Anno: 1980
Durata: 45 min
Genere: heavy rock hendrixiano


Gloria alla Cult Metal Classics che ha finalmente ridato la luce ai primi due capitoli della storia dei principi dell'epic metal: gli inarrivabili Manilla Road. Dopo una vita di attese ora chiunque può inoltrarsi dentro "Invasion" e "Metal", ripubblicati in confezione doppia con veste grafica aggiunta e testi compresi (solo di "Metal", così sembra... io sto andando clamorosamente in buona fede in quanto ho tra le mie manine uno scarno promo).
Finalmente dicevo ritrova la luce il primo passo verso l'immortalità metallica dei geni del sound da battaglia, dei paladini di Re Artù che vivono nel polveroso Kansas. Niente più ricerche affannose presso i costosi mercanti di vinile, niente più ristampe pirata con il suono che magari fa anche vomitare (erano state pubblicate anche cosette di questo tipo). Ora "Invasion" è a disposizione di ogni maniaco del duello spada-a-spada che si rispetti. Un avvertimento prima di lanciarci a bomba dentro i solchi di questa avventura sonora: non sperate di trovarvi di fronte a capolavori come "Crystal Logic" o "Open The Gates". Questo lavoro non possiede tutta la carica epico-metallico-emotiva che i dischi sopracitati sprigionano dal primo all'ultimo secondo, ma assieme al successivo (che recensirò in separata sede) sono il logico tragitto che una band valida deve compiere per arrivarci. Per spiegarmi meglio: io ne parlo in maniera esaltata in quanto apprezzo da morire la banda di Shelton e compari, ma non oserò metter loro il massimo della valutazione in quanto cerco di valutarlo in maniera obiettiva, scindendo il Piotre-imparziale-writer-pelonelluovista dal Piotre-accanito-maniaco-dei-Manilla. Codesti sono due dischi ruvidi, acerbi (soprattutto questo), che peccano di imperfezioni dovute alla mancanza di esperienza, che sono vieppiù prodotti in maniera non consona, ma, come si suol dire, sono due cazzo di bei dischi! Ostia!
Sin dalla copertina si capisce che i magici tre scudieri del deserto hanno gia qualche ideuzza sull'epicità che vivrà dentro i loro dischi a venire: nella notte scura di una metropoli a caso una spada con tanto di fulmini attorno sta scendendo dal cielo! Le idee chiare (e un po' pacchiane) c'erano già.
L'esordio dei nostri tre cavalieri del sound epico (datato 1980) si apre con dei suoni sinistri di chiara provenienza elettronica che introducono un fraseggio acutissimo di chitarra solista che scivola dentro il riff di "The Dream Goes On", a mio avviso canzone che pecca un pochetto di ripetitività (il giro del cantato è ripetuto centomila volte, e parlandoci negli occhi, è il meno magico del disco). Anche se poi a farla risorgere ci pensa il mistico Mark Shelton con un assolo dei suoi: taglienti, filtrati attraverso effetti astrusi che ricordano in molti frangenti il caro buon vecchio Jimi (e non è poco, direi). Il testo è un classico invito al divertimento, lanciato ad una ragazza che sembra far perder la testa al prode Mark Shelton e i suoi soci.
Segue uno dei pezzi più belli del disco, la lunga e imponente "Cat And Mouse" che a dispetto del titolo che potrà far pensare a una cazzata, è una vera e propria canzone proto-epica, uno dei pochi veri episodi epici presenti nel disco d'esordio dei nostri eroi. Struttura semplice che alterna il cantato acido e tagliente di Shelton a intricati e pungenti ricami solistici, fatti con la cura con cui un falegname professionista cesella un Luigi XIII. Molto ben giocata è anche la parte pacata che introduce all'assolo finale, che trasuda convinzione e feeling a 1000, sebbene qui e là il gruppo si dimostri un tantinello impacciato (ma sono umani... quanti di voi hanno ascoltato un debutto sicuro, perfetto, senza sbavature?). Le liriche sono metaforiche e paragonano la società attuale al mondo animale, con un sacco di bei paragoni che condiscono il tutto.
Si procede con un altro pezzo imponente. "The Far Side Of The Sun" iniza con un vero e proprio tributo al buon Hendrix (citato chitarristicamente parecchie volte nei magici assoli del buon Shelton), con chitarre che producono suoni quasi "spaziali", per restare in tema col pezzo. Una voce stra-effettata nella lunga introduzione narra che il 10 marzo 2202, da una Terra dall'atmosfera ormai sempre meno ossigenata, è partita una navicella spaziale in direzione di un planetoide di recente scoperta che è situato nel lato più distante del sole. Lasciando in parte il tema filo-starwars, il pezzo procede bene col suo andamento grintoso e i ricchi assoli. L'interpretazione vocale è all'altezza e il brusco finale tronco le dona quel quid che la rende ancora più affascinante. Sullo sfondo ci stanno pure bene le peripezie degli impavidi astronauti alla scoperta della vita nuova. Purtoppo la canzone si conclude con un'altra serie di rumori sintetici che purtroppo non capisco, come non capisco il perché di inserire una voce che dal rallentatissimo progredisce a tonalità topo-gigiesche... Mah...
Altri quintali di suoni sintetici introducono "Street Jammer", pezzo senza infamia e senza lode che parla di macchine, rock and roll e sangue e che lascia intravedere un po' di ingenuità nei suoi solchi. Anche qui ci pensa la solista di Shelton ed il basso del fido Scott Park a dare una marcia in più ad un pezzo che non graffia parecchio. Meritano una menzione particolare le chitarre foderate di effetti da paura e il vocione quasi beota che ripete in due occasioni "Heavy Metal!". Nulla più che ordinaria.
A questo punto ci si rilassa con un ben giocato siparietto acustico chiamato "Centurian War Games", in cui l'atmosfera sognante e malinconica sembra quasi uscita dal terzo disco dei Led Zeppelin (ho detto quasi). Le voci sono azzeccatissime e colme di pathos, le liriche lasciano presagire all'epicità che infiammerà i loro dischi venturi.
Si giunge così alla fine del discazzo con la monumentale "The Empire", vero "mattone" del disco coi suoi tredici minuti e passa di magia heavy-emozionale. L'inizio è dai toni soffusi, con assoli carichi di misticismo e di effetti che per l'ennesima volta chiamano in causa Dio Hendrix. Improvvise aperture distorte con la voce sentitissima e carica di emozione mettono i brividi e ricordano ciò che farà il loro marchio di fabbrica. Le tematiche epiche non mancano, qui si narrano le vicende dell'impero manilliano. Non vi dico di più, per invogliarvi a leggere i testi. Il pezzo evolve in un'apertura heavy suggestiva penalizzata da una distorsione un po' fuori luogo e lascia spazio ad un'assolo finale veramente da leccarsi le orecchie, con tutti gli assi nelle maniche del nostro riccioluto eroe in vista.
Un unico punto debole nel catenaccio dei nostri impavidi è il drumming un po' legnoso del baffuto Rick Fischer, così retrò da far pensare che prima suonasse con qualche American-rock band. Un plauso finale al roccioso bassista Scott Park che con le sue sante manine da guerriero forgia lungo tutto il disco linee di basso semplici quanto volete ma efficaci e ricche di un'onda d'urto con pochi rivali. Per concludere aggiungo che la classe c'è tutta, e quel che può sembrare imperfetto, o acerbo e ingenuo, è a tutti gli effetti l'inizio di una gloriosa avventura.
(Piotre - Dicembre 2004)

Voto: 7


Contatti:
Sito Manilla Road: http://www.truemetal.org/manillaroad/

Sito Cult Metal Classics: http://www.cultmetalclassics.com/