MANDRAKE
The Balance Of Blue

Etichetta: Greyfall / ProMedia Promotion
Anno: 2005
Durata: 52 min
Genere: gothic metal


Nel 1998 i Mandrake, provenienti dal nord della Germania, erano una band dedita a un death metal cadenzato e pesante, con appena qualche elemento gotico a caratterizzare il proprio sound.
L'anno successivo, seguendo un trend molto in voga, il gruppo decise di unire le proprie forze a quelle di una giovane cantante, Birgit Lau, grazie alla quale lo stile della band si spostò verso quei lidi già battuti da band come Theatre Of Tragedy, Tristania e Within Temptation, con un alternarsi di suadenti voci angeliche e urla rabbiose. Seguendo questa formula, la band pubblicò nel 2003 un album, "Calm The Seas", che non sembrava discostarsi troppo dalle coordinate del genere.
Arriviamo ora a questo nuovo lavoro, "The Balance Of Blue", che vorrebbe essere un ulteriore passo avanti nell'evoluzione della band, grazie a un progressivo alleggerimento delle sonorità.
Sfortunatamente i Mandrake non sembrano imboccare una direzione ben precisa e si ritrovano a vagare in una dimensione intermedia, incompiuta, a metà strada tra il gothic metal più classico, strutture rock, aperture di archi e inserti elettro-pop. Sembra quasi che la band sia combattuta tra il desiderio di evolversi, di staccarsi dalle proprie sonorità classiche, dando sfogo alla creatività, e quello di non rischiare troppo per non fare il passo più lungo della gamba.
La qualità del lavoro, di conseguenza, è altalenante. Da una parte ci sono una serie di brani ben riusciti, come "The Necklace", che unisce delle ritmiche di buona fattura a degli intermezzi ad opera di veri archi; "Crawling Waves" e "Balance Of Blue", che si avvalgono della voce profonda di Lutz De Potter, tanto da ricordare alcune soluzioni usate dagli ultimi Tiamat; e la conclusiva "The Final Chapter" dove, su un tappeto elettronico, si snoda una canzone che richiama il goth'n'roll degli ultimi anni.
Dall'altra, invece, troviamo una serie di brani piuttosto anonimi, come "The Fields Of Sacred Flowers", "Crowned With Leaves" e "Silent Tears", che non riescono a imporsi e scivolano via nonostante i ripetuti ascolti.
Degne di menzione sono anche "Infant Sorrow", una rivisitazione dell'omonima poesia di William Blake, e "Falling Away", che unisce il growl del primo periodo ad un ottimo stacco di violoncello. Il resto dei brani, invece, mantiene sempre la stessa formula: tastiere gotiche, riff potenti ma non eccessivamente pesanti e la bella voce di Birgit Lau.
Sono convinto che i Mandrake dovrebbero osare qualcosa di più, scegliere in maniera chiara la loro direzione musicale, cercando così di valorizzare al meglio quelle caratteristiche che, giustamente, la band cerca di inserire nel proprio sound per elevarsi dalla massa e uscire dall'anonimato. Ben venga, quindi, l'uso degli archi a dare un tocco di umanità e di sentimento alle composizioni, ben venga anche l'abbandono delle sonorità più marcatamente metal, se può servire a dare personalità al songwriting perché, al momento, le buone idee della band non riescono a spiccare il volo. E se è vero che, a volare alto, si rischia di fare la fine di Icaro, è anche vero che, come dice lo stesso William Blake, "quando guardi un'aquila, stai vedendo una parte del Genio: alza lo sguardo!".
(Danny Boodman - Aprile 2005)

Voto: 6.5


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